C’è da trovare qualche significato laterale nel fatto che lo Stato italiano abbia deciso d’investire quasi 15 milioni di dollari, ovvero 12 milioni e mezzo di euro al cambio attuale, per acquistare l’Ecce Homo di Antonello da Messina di cui tutti, anche chi non mette piede in un museo dalla gita della terza media, stanno parlando. Il Ministero sembra aver capito, come ha suggerito Fabrizio Moretti su queste pagine, che per acquistare opere di grande rilievo occorre stanziare risorse adeguate. Non che lo Stato non investa in arte, e sono tanti gli acquisti recenti di cui si potrebbe parlare. A cominciare dall’ultimo in ordine cronologico, la Lucrezia di Guido Reni comperata per Palazzo Spinola, a una cifra che è una frazione di quella spesa per l’Ecce Homo: un acquisto meno rumoroso e meno roboante, ma sicuramente non meno significativo (anzi). E andando indietro nel tempo, si potrebbero citare la Cronaca Crespi (1 milione di euro nel 2024, per la Biblioteca Nazionale Braidense), il Concerto a due figure di Antiveduto Gramatica (350mila euro nel 2023, per i Musei Reali di Torino), la Madonna di via Pietrapiana di Donatello (1,2 milioni di euro nel 2021, per il Bargello), la Disputa sull’Immacolata Concezione di Juan de Borgoña (400mila euro nel 2021, per Capodimonte), la Danza campestre di Guido Reni (800mila euro nel 2020, per la Galleria Borghese), la Madonna Pannocchieschi d’Elci di Daniele da Volterra (2 milioni di euro nel 2019, per gli Uffizi). Per evocare un acquisto paragonabile a quello dell’Ecce Homo occorre tornare, almeno a memoria, al 1996, quando lo Stato spese 16 miliardi di euro per comprare due tavole del polittico dei Dottori della Chiesa di Antonello da Messina, oggi agli Uffizi (la cifra, col cambio attuale e aggiornata all’inflazione, si aggirerebbe attorno ai 15 milioni di euro).
Non c’è dubbio che la cifra spesa dallo Stato sia del tutto congrua per un’opera di un artista raro (si conosce una quarantina di opere a lui riconducibili), e più che onesta se rapportata a certe cifre che i collezionisti si dimostrano disposti a pagare per cose molto meno interessanti: sarà allora opportuno rammentare che, solo nelle ultime due settimane, da Christie’s è stato venduto un autoritratto di Artemisia Gentileschi per quasi 5 milioni di euro, da Sotheby’s è passato di mano un disegno di Rembrandt a più di 15 milioni, e uno schizzo di Michelangelo è stato battuto addirittura a 27 milioni. Andando indietro di un paio di mesi, invece, si posson trovare una stampa di Rembrandt venduta a 3 milioni e un uovo Fabergé a 26. Al cospetto di somme simili, si può quasi dire che lo Stato abbia fatto un affare. Non sono però il nome dell’artista e la congruità della fattura gli unici elementi che occorrerebbe considerare per valutare l’acquisto: accanto alla bontà della compravendita, c’è da considerarne l’opportunità.
È vero, dunque, che Antonello è artista raro. Ma è anche vero che 12 milioni e mezzo di euro sono una cifra considerevole per un artista ben documentato nei musei italiani. Oltretutto, dei quattro Ecce Homo noti agli studiosi, due sono conservati nei nostri istituti (uno in un museo statale, la Galleria Nazionale della Liguria, l’altro al Collegio Alberoni di Piacenza). Abbiamo allora acquistato una reliquia, un capolavoro da copertina? È stato un acquisto più mediatico che necessario? È valsa la pena spendere tanti soldi (ammesso, ovviamente, che si parli di un acquisto finanziato interamente con risorse pubbliche, senza considerare l’eventualità che lo Stato possa aver fatto ricorso a stanziamenti di privati: circolano voci, non sappiamo però quanto fondate, su questa possibilità) per aggiudicarsi l’ultimo Ecce Homo noto disponibile sul mercato, e che non è neppure il migliore (anche se è quasi certamente il primo della serie, quindi ha anche un indiscutibile valore di documento), per arrivare a tre su quattro? Più in generale, vale la pena spendere cifre rilevanti per acquistare opere sostanzialmente isolate e di cui sappiamo poco, e lasciarsi sfuggire opere importanti, in vendita a cifre di molto inferiori, che sono però dei vertici di quegli artisti, o che servono a ricucire contesti? Con la stessa cifra, quante opere importanti avremmo potuto salvare dalla dispersione? Penso, per esempio, a due capolavori che erano in Italia e che sono usciti, e che sono stati al centro di casi discussi: il Miracolo delle quaglie di Jacopo Bassano e il Ritratto di Camillo Borghese di François Gérard. Ma anche senza parlare di opere uscite tra le polemiche, di recente son passate sul mercato opere di grande interesse a prezzi più contenuti: solo all’ultima BIAF si poteva trovare, per esempio, una delle tele del ciclo di Padernello di Giacomo Ceruti (nonché una di quelle di miglior qualità) a un milione di euro.
Ad ogni modo, non si possono non levare i calici per festeggiare l’acquisto, e possiamo anche rabboccarli nell’apprendere che il Ministero della Cultura all’occorrenza dispone delle risorse da destinare all’acquisto d’opere d’arte che sono di molto superiori rispetto a quelle cui siamo stati abituati negli ultimi anni. L’auspicio adesso è duplice: primo, che il Ministero dimostri che l’Antonello non è stato un caso isolato e che in futuro si possa spendere per acquisti magari meno muscolari, ma più millimetrici. Secondo, che l’Ecce Homo adesso raggiunga una destinazione appropriata: lasciando da parte le ipotesi folkloristiche che stanno circolando in queste ore, il museo più adatto, almeno agli occhi di chi scrive, non può che essere (per quanto possa rincrescere per gli Uffizi che pure sarebbero una sede più che ragionevole) il Museo Nazionale di Capodimonte, dove si andrebbe a ricostruire un contesto e dove l’Ecce Homo di Antonello ritroverebbe la cultura di cui è figlio e le opere di Colantonio che di Antonello fu maestro.
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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