L’ex Mattatoio di Roma è uno spazio straordinariamente interessante. Anzitutto per la sua storia, che affonda le radici nell’antica (e persa) scommessa di una capitale anche industriale, di cui oggi rimangono quasi solo le vestigia: il Gazometro, la Centrale Elettrica Montemartini, i Mercati Generali e appunto anche lo sterminato impianto di gestione logistica e macellazione delle carni. Tutti spazi prima o poi riconvertiti, rigenerati, riqualificati – come si dice oggi con troppa facilità – verso nuove e tendenzialmente più rassicuranti destinazioni d’uso.
Il quadrante di Testaccio/Ostiense è in questo senso uno dei più vivaci della città, proprio per la sua vocazione postindustriale che lo rende un raro spazio libero, quasi in cerca d’autore, in un contesto urbano da sempre soverchiato da significati universali, e dove è quindi difficile che possa trovare cittadinanza un senso realmente contemporaneo. Ci prova, dall’altra parte di Roma, il Flaminio, dove insistono grandi infrastrutture per l’arte e la cultura, come il MAXXI e l’Auditorium, che però in quel caso sembrano un po’ astronavi calate dall’alto, che dialogano poco con un quartiere piuttosto statico. L’elemento davvero unico di Testaccio/Ostiense è che al processo di riconversione architettonica si associa anche la messa a valore di un tessuto sociale realmente creativo: la giovane popolazione del polo universitario, le molte agenzie di comunicazione, la presenza di locali e luoghi di aggregazione, co-creazione, convivialità produttiva che animano il quartiere fino a tarda sera.
L’altro motivo per cui l’area del Mattatoio è di grande interesse è proprio per l’ambivalenza di tutta la sua storia recente. La vocazione culturale è emersa infatti su due binari distinti: da un lato, la volontà delle istituzioni di farne una sede Museale (all’inizio doveva essere la seconda sede del tormentato MACRO, nel tempo è diventato un Centro per le Arti Performative, presto addirittura una “Città delle Arti” un po’ disomogenea e incrementale); dall’altro, la capacità di dialogare spontaneamente con la città, che timidamente – ma con sempre maggiore convinzione – ha iniziato ad abitarlo: trasformandolo in uno spazio pubblico in diretto collegamento con l’adiacente Mercato Testaccio, l’unico dei mercati di Roma con una spiccata attitudine aggregativa, e con i padiglioni destinati all’Università di Architettura. Nel frattempo, al suo interno, si erano consolidate altre realtà sociali e culturali “nate dal basso” e di indubbia importanza, come la Scuola Popolare di Musica e il Villaggio Globale, o che erano già state frutto di una progettazione pubblica anche lungimirante, ma che ha saputo rispettare solo in parte le premesse e le promesse, come la Città dell’Altra Economia.
Nel complesso nessuno, in tutti questi anni, ha mai messo in dubbio che l’Ex Mattatoio fosse diventato, e sarebbe sempre rimasto, uno spazio pubblico. Un luogo dove, volendo, puoi trascorrere un pomeriggio di iniziative sociali e culturali, mostre comprese, senza mai staccare un biglietto. Dove puoi portare i bambini a giocare o passeggiare in una grande zona pedonale, e far scoprire loro un modo diverso, non necessariamente intermediato da funzioni commerciali, di vivere la città. Dove puoi preparare un esame in una sala studio aperta tutto il giorno, o cenare al Collettivo Gastronomico Testaccio, partecipare a rassegne come il Green Market Festival, o alle molte altre iniziative che animano gli spazi al chiuso e all’aperto, specialmente nel weekend.
Oggi la situazione non è più così chiara. A testimoniarlo, la recente inaugurazione, in un nuovo padiglione del Mattatoio, del Centro della Fotografia, destinato (leggo dal comunicato stampa) a costituire “il punto di riferimento per la promozione della cultura fotografica contemporanea italiana e internazionale”. A una prima visita, parrebbe persino una iniziativa più che lodevole: un recupero architettonicamente brillante dell’antico macello, 1500 metri quadri in grado di ospitare più mostre ed eventi contemporaneamente, una gestione che sembra trasmettere un certo decoro, una buona – per quanto inevitabilmente compromissoria – funzionalità e l’indubbia professionalità degli allestitori e del personale di sala.
Ma il messaggio che arriva alla cittadinanza è controintuitivo. Se infatti, in questo caso più che legittimamente vista la presenza di ben tre mostre inaugurali, l’ingresso costa 10 euro e non è prevista alcuna convenzione, come si giustifica la coesistenza all’interno dello stesso complesso con altri spazi espositivi che, per una consolidata scelta politica, sono invece tutti gratuiti?
A pochi metri, lo ricordiamo, sono in corso negli altri padiglioni due esposizioni dove non si paga un euro. Al padiglione 9B imperversa da giorni la mostra per il cinquantennale di “Repubblica”. E se da un lato fa un po’ l’effetto di “L’Aeronautica degli Stati Uniti presenta le bellezze della Hiroshima negli anni Trenta”, va anche detto che essa offre un percorso interessante e un vivace public program di incontri e riflessioni sull’epopea scalfariana e sull’Italia a cavallo del millennio. Al 9A è allestito un suggestivo viaggio nell’opera di un artista di grande impatto visivo come Gianfranco Notargiacomo. Altre mostre, incontri ed eventi, presumibilmente gratuiti, si svolgeranno alla Pelanda e negli altri spazi adiacenti. Quindi in molti, adesso, ci chiediamo: come mai questa improvvisa frattura? Cosa significa, in prospettiva, per il “sistema cultura” della città, con la sua rete di musei civici, di biblioteche, e di iniziative nello spazio pubblico? Dobbiamo leggerlo solo come un segnale contraddittorio o l’inizio di una preoccupante inversione di tendenza?
Conoscendo e studiando da anni le logiche che governano la cultura in questa città, nulla mi toglie dalla testa che tutto questo ha abbia che fare con la sostanziale opacità che circonda la nascita della nuova Fondazione Mattatoio, dalla quale è difficile non aspettarsi che inizi a rosicchiare, con gli interessi di cui potrà farsi portatrice, il grande spazio pubblico dell’Ex Mattatoio. E sarebbe un grosso, pericoloso precedente per la vita culturale di questa città. La Fondazione, costituita lo scorso anno come ente senza fini di lucro, con soci “primi fondatori” limitati a Roma Capitale (quindi, per intenderci, noi) e l’Università di Roma Tre, è aperta ad altri futuri soci, previa approvazione dei primi due. Ma non è chiaro, per cominciare, come questo possa migliorare il coinvolgimento con le realtà culturali già presenti, come l’Accademia delle Belle Arti (ABA), esclusa contro la propria volontà dalla compagine societaria. Ancor più opaco, in prospettiva, appare il quadro delle scelte e delle dinamiche interne, specie in una fase così delicata di risorse, investimenti e programmazione culturale.
Nel frattempo il Centro della Fotografia, quasi un sasso lanciato contro l’ambiente preesistente, si definisce sulla home page del sito, forse frutto di un’intensa sessione di brainstorming, come “Pubblico” (!), il “Primo” (non sia mai), ma soprattutto “Nuovo”. Il nuovo che avanza.
L'autore di questo articolo: Antonio Pavolini
Antonio Pavolini è un analista dell’industria dei media, esperto di transizione digitale e nuovi modelli di business. Collabora con università e centri di ricerca internazionali. Ha pubblicato diversi saggi, tra cui Oltre il Rumore (2016), Unframing (2020) e Stiamo sprecando Internet (2023), che trattano del rapporto tra media tradizionali, internet e spazio pubblico digitale. Insegna presso la NABA di Roma, occupandosi di teoria e sociologia dei media.Per inviare il commento devi
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