Ai Weiwei a Palazzo Strozzi: la mostra di un Michelangelo moderno?


Recensione della mostra 'Ai Weiwei - Libero', a Firenze, Palazzo Strozzi, dal 23 settembre 2016 al 22 gennaio 2017.

Esiste, nel panorama contemporaneo, un artista che, quanto a potenza, forza del messaggio, vitalità, originalità, possa in qualche modo essere paragonato a Michelangelo? È una domanda a cui è difficile rispondere, ma se dovessimo esprimere una rosa di candidati, di sicuro includeremmo il nome di Ai Weiwei (Pechino, 1957), al quale Palazzo Strozzi dedica, quest’anno, la prima retrospettiva italiana, intitolata Libero. Un titolo da cui emerge con estrema chiarezza il leit motiv della mostra: l’arte di Ai Weiwei come impegno civile, come monito contro ogni discriminazione, come potente e (appunto) libero sfogo contro la censura, con una narrazione che si dipana lungo tutto il percorso della mostra andando a toccare, per forza di cose, i burrascosi rapporti dell’artista con il governo cinese e gli strumenti della repressione. A inizio anno intervistai Arturo Galansino, direttore di Palazzo Strozzi e curatore di Libero, e gli chiesi anticipazioni sulla mostra: aveva promesso un avvenimento di ampia portata, di respiro internazionale. Posso dire che la promessa è stata mantenuta.

Peccato solo che Reframe, la grande installazione appositamente pensata per la facciata di Palazzo Strozzi che è entrata, con tutto il suo dirompente vigore, nel canone delle migliori opere di Ai Weiwei, abbia fatto discutere al punto da far dimenticare a molti che dietro ai gommoni che dialogano con le finestre del Palazzo c’è un grande artista dotato di una personalità originale, che ha intrapreso un percorso artistico coerente e mai banale: un percorso che a Firenze è stato degnamente raccontato da Arturo Galansino. È un peccato perché chi ha sprecato le proprie energie nel berciare belluinamente contro l’installazione della facciata ha fatto passare in secondo piano una rassegna coinvolgente, estremamente efficace sul piano della comunicazione (aiutata in ciò dalla stessa arte di Ai Weiwei, che tra gli artisti contemporanei di maggior successo è sicuramente uno dei meno ostici per il grande pubblico) e che include tutti gli esiti più interessanti della produzione del dissidente cinese degli ultimi anni: in tale contesto, Reframe non costituisce che una tappa, certo fondamentale, ma che si lega a un discorso più ampio, che parte da lontano, che ci racconta di un artista inviso alle autorità, apertamente schierato dalla parte dei più deboli, capace di anticipare le tendenze e di trovarsi perfettamente a suo agio tra gli strumenti che la società contemporanea gli offre, essendo Ai Weiwei un blogger oltre che un grandissimo e valido utilizzatore di social network.

È proprio per questa ragione che il visitatore di Libero può forse trarre maggior beneficio iniziando la visita dalle sale della Strozzina piuttosto che da quelle del piano nobile. Perché se non si è ancora saliti, gli ambienti sotterranei offrono una panoramica vasta, che può benissimo fungere da introduzione alle opere, molte delle quali dal sapore monumentale, che riempiono gli ambienti del livello superiore. Il racconto, infatti, nella sala numero tredici della mostra (intitolata “New York”: ogni sezione porta infatti una denominazione diversa) parte dal 1981, anno in cui Ai Weiwei, figlio di un poeta cinese, Ai Qing, anch’egli dissidente come lo sarà il figlio e sottoposto a lunghi periodi d’esilio e di isolamento, si trasferisce a New York con una manciata di dollari in tasca e con una misera valigia che troneggia al centro della sala: omaggiando Duchamp, uno degli artisti che più lo hanno influenzato, tanto da spingerlo a dedicargli un’opera apposita (un ometto modellato col profilo di Duchamp), Ai Weiwei crea un ready-made intitolato Suitcase for bachelors, attraverso il quale l’artista eleva a opera d’arte le poche cose che aveva con sé al momento del trasferimento, rendendo ben palesi le difficoltà che dovette incontrare al suo arrivo negli Stati Uniti (pensiamo soltanto alle barriere linguistiche). Le trentasette fotografie che tappezzano i muri della tredicesima sala della mostra raccontano gli anni newyorkesi di Ai Weiwei: non ci sono soltanto gli ambienti che l’artista frequentava (la sua abitazione, i suoi amici, i luoghi in cui trascorreva le giornate) ma anche gli omaggi alla cultura artistica del tempo. In particolare, vediamo Ai Weiwei che si fotografa assieme al ritratto di Andy Warhol (concedendo uno scatto anche alla didascalia che al MoMA lo accompagnava), ma vediamo anche un’opera, Coke, un disegno a inchiostro su carta, che costituisce un evidente omaggio al grande artista pop e che diventa anche una sorta di preludio a molte opere successive, quelle che indagano il rapporto tra società contemporanea e tradizione e di cui troviamo alcuni esempi al piano superiore di Palazzo Strozzi.

Ai Weiwei, Suitcase for bachelors
Ai Weiwei, Suitcase for bachelors (1987; valigia, sapone, dentifricio e spazzolino, 20 x 30 x 40 cm; Courtesy of Ai Weiwei Studio)


Ai Weiwei si fotografa assieme all'autoritratto di Andy Warhol negli anni Ottanta
Ai Weiwei si fotografa assieme all’autoritratto di Andy Warhol negli anni Ottanta


Ai Weiwei, Coke
Ai Weiwei, Coke (1982-1983; inchiostro su carta, 91 x 63,5 cm; Courtesy of Ai Weiwei Studio)

Attraverso gli anni Novanta, a cui è dedicata la quindicesima sezione, intitolata Beijing East Village (dal nome della comunità di artisti che si formò a Pechino nel 1993, della quale Ai Weiwei fu parte integrante, e che volle porsi come un’alternativa, seppur clandestina, al clima culturale imposto dal regime comunista), si arriva agli sviluppi più recenti della carriera dell’artista cinese: le sale della Strozzina sono ricoperte di fotografie che attestano lo stretto regime di sorveglianza al quale Ai Weiwei è stato sottoposto (il documentario Disturbing the peace racconta in parte i perché della particolare attenzione che il governo cinese ha dedicato e continua a dedicare all’artista). Sono immagini scattate quasi sempre per caso, con un cellulare, nei momenti in cui l’artista si accorgeva di essere seguito da agenti in borghese che puntualmente finiscono nelle fotografie, spesso con espressioni di sorpresa: testimonianze eloquenti al pari delle opere d’arte che Ai Weiwei ha dedicato proprio al tema della sorveglianza (come Surveillance Camera, una telecamera in marmo esposta in due esemplari: una al piano nobile, e l’altra agli Uffizi), e particolarmente efficaci nel comunicare che l’arte e la realtà non viaggiano mai su binari separati. Al tema della repressione si collega anche un’opera come Taxi Window Crank del 2012 (riproduzioni in cristallo di maniglie di finestrini di taxi, allusione alle disposizioni che, nel 2011, imposero ai tassisti di rimuovere le maniglie dei finestrini in modo che a eventuali dimostranti fosse impedito di utilizzarle come armi improprie), posta a capo di una rapida successione che la vede seguita da Mask del 2013, una maschera antigas che emerge da una lastra sul pavimento (una sorta di denuncia dell’inquinamento che attanaglia le grandi città della Cina) e Tyres del 2016, un’opera che, nonostante le ridotte dimensioni, colpisce con forza l’osservatore: sono riproduzioni di salvagenti utilizzati dai migranti per mettersi in salvo dalle acque del mare. Scene a cui l’artista ha assistito in Grecia, nell’isola di Lesbo, dove ha recentemente deciso di aprire uno studio: la sua vicinanza ai migranti è molto più concreta di quanto si possa pensare. Chiudono il percorso “sotterraneo” le sale dedicate alle ultimissime “attività social” di Ai Weiwei: Leg Gun è un omaggio a tutti gli utenti dei social che si sono fotografati nel gesto della gamba impugnata a mo’ di fucile, ideato dall’artista come protesta contro la repressione e diventato virale, ma è anche la prova forse più concreta della padronanza dei social da parte di Ai Weiwei, mentre Selfie è un insieme di autoscatti che l’artista ha pubblicato sui social dal 2012 a oggi.

Ai Weiwei, Taxi Window Crank
Ai Weiwei, Taxi Window Crank (2012; cristallo, 3,6 x 11,5 x 4 cm; Galleria Continua, San Gimignano/Pechino/Les Moulins/L’Avana)


Ai Weiwei, Mask
Ai Weiwei, Mask (2013; marmo, 30 x 80 x 80 cm; Courtesy of Ai Weiwei Studio)


Ai Weiwei, Tyres
Ai Weiwei, Tyres (2016; marmo, 50 x 80 x 72 cm; Courtesy of Ai Weiwei Studio)


Leg Gun
Alcune fotografie della serie Leg Gun (2014)


Selfie
Alcune fotografie della serie Selfie (2012-2016)


Ai Weiwei, Surveillance Camera with plinth
Ai Weiwei, Surveillance Camera with plinth (2015; marmo, 117 x 52 x 52 cm; Courtesy of Ai Weiwei Studio)

Risalendo al piano nobile, si incontra l’installazione Refraction, del 2014, costituita da una serie di cucine solari che assumono la forma di un’ala, che rimane però attaccata al terreno: è ancora un simbolo di quella libertà a cui l’artista aspira, ma che la repressione tenta costantemente e in tutti i modi di fermare. Il passaggio da Reframe a Refraction è uno dei più intelligenti di tutta la mostra: è al contempo introduzione e riassunto, lode elevata a quanti tentano con la propria forza di conquistare la libertà, dichiarazione d’intenti ed efficace presentazione del messaggio che l’artista vuole comunicare non solo a chi visita la sua mostra, ma a chiunque si trovi a passare da piazza Strozzi (Refraction si trova nel cortile del palazzo). Quindi, per estensione, al mondo intero. Ma le due installazioni si caratterizzano anche per il senso di precarietà che suggeriscono a chi le osserva: i gommoni in balia delle onde del mare, le cucine solari riunite in un’ala raccogliticcia, animata da un anelito alla libertà quanto instabile e quasi velleitaria. Ma la libertà passa necessariamente attraverso l’incertezza, e Ai Weiwei ha spiegato bene questo concetto in un’intervista a Hans Ulrich Obrist, inclusa nel catalogo della mostra (oltre a questo contributo, da segnalare un lungo saggio di Karen Smith dedicato alla produzione, specie quella recente, del protagonista di Libero, e un’ulteriore intervista fatta all’artista islandese Olafur Eliasson, che con Ai Weiwei ha lavorato al progetto Moon): l’incertezza è quella del migrante “disposto a sacrificare tutto ciò che conosce, quello che sa, la lingua, le abitudini, i ricordi, e i rapporti” per recarsi in un paese straniero (e magari ostile: non può saperlo prima di partire), ma è anche quella che caratterizza il nostro tempo e "scuote le fondamenta della civiltà occidentale e il cosiddetto establishment".

Ai Weiwei, Reframe
Ai Weiwei, Reframe (2016; PVC, policarbonato, gomma, 650 x 325 x 75 cm ciascuno; Courtesy of Ai Weiwei Studio)


Ai Weiwei, Refraction
Ai Weiwei, Refraction (2014; cucine solari, bollitori, acciaio, 222,5 x 1256,5 x 510,6 cm; Courtesy of Ai Weiwei Studio)

Il compito di accogliere il visitatore nella parte della mostra allestita nel piano nobile di Palazzo Strozzi è demandato a Stacked, un’installazione del 2013 (ma ripensata in un nuovo allestimento appositamente per Libero) che impila una serie di biciclette di marca Forever (le uniche circolanti in Cina durante l’infanzia dell’artista): il riferimento ai problemi di mobilità che interessano la Cina è piuttosto immediato, così come è immediato il richiamo al celebre ready made duchampiano della ruota di bicicletta, che tuttavia si legge e si inquadra meglio se si decide, come detto sopra, di visitare prima le sale della Strozzina. Se Stacked stupisce ma strappa anche un sorriso, nella sala successiva la drammatica Snake bag ci travolge in tutta la sua tragicità: è un’installazione realizzata con zainetti per la scuola appartenenti a bambini morti durante il terremoto della provincia del Sichuan del 2008. Quella di Ai Weiwei è un’accusa forte: il serpente è uno degli animali simbolo della Cina, e il messaggio che dall’opera trapela ci parla delle mancanze del regime, colpevole di aver costruito scuole con materiali scadenti, oltre che di aver insabbiato le inchieste sulla tragedia. Le peggiori noie che Ai Weiwei ha avuto con il governo cinese sono nate proprio a seguito di un’indagine sul terremoto della provincia del Sichuan: interessante dunque la scelta di rivestire la sala seguente, Wood, con una delle ultimi realizzazioni di Ai Weiwei, The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca, del 2015. È una carta da parati bianca con decorazioni dorate il cui protagonista è l’uccellino di Twitter che s’intreccia con catene e telecamere di sorveglianza: il riferimento è al periodo di detenzione che l’artista dovette subire nel 2011 (l’alpaca era protagonista di un meme largamente utilizzato dagli attivisti sul web per protestare contro la censura del governo).

Ai Weiwei, Stacked
Ai Weiwei, Stacked (2012; biciclette, acciaio, gomma, 571 x 1214,7 x 733,9 cm; Galleria Continua, San Gimignano/Pechino/Les Moulins/L’Avana)


Particolare di Stacked
Particolare di Stacked


Ai Weiwei, Snake bag
Ai Weiwei, Snake bag (2008; 360 zaini, 40 x 70 x 1700 cm; Courtesy of Ai Weiwei Studio)


Ai Weiwei, The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca
Ai Weiwei, The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca (2015; carta da parati; Courtesy of Ai Weiwei Studio)

Sempre in Wood, la mostra introduce il visitatore a un altro dei temi fondamentali dell’arte di Ai Weiwei: la rielaborazione della tradizione e il suo rapporto con la società contemporanea. Un’opera come Grapes, una sorta di grappolo formato da una serie di sgabelli in legno tradizionali uniti tra loro, si presta a molteplici interpretazioni: può alludere alla forza che possono acquisire i singoli se decidono di riunirsi, può essere un simbolo della radicale trasformazione che la società cinese ha conosciuto negli ultimi anni, ma può essere letta anche come omaggio alla capacità creativa dell’artista che prende un oggetto banale, familiare, di uso comune, e lo trasforma in un’opera d’arte. Se Map of China è un’opera dal sapore vagamente romantico (una grande mappa in legno formata da diversi pezzi uniti tra loro in un’unica entità: esattamente come le svariate etnie che popolano il territorio della Cina), così come lo è, nella sala denominata Jingdezhen (una grande città cinese nota per la sua produzione di porcellana), la piccola e meravigliosa Free Speech Puzzle, dove trentadue tessere di porcellana che simboleggiano le province cinesi formano un’ulteriore mappa della Cina caratterizzata dal motto “Libertà di parola” riportato in ognuno dei trentadue tasselli, le opere che si incontrano nella sala nove, Vases, ci appaiono decisamente più radicali e animate da una volontà iconoclasta da interpretare però in chiave positiva, in senso pressoché nouveau réaliste. Han Dynasty Vases with Auto Paint e Dropping a Han Dynasty Urn sono due tra le opere più famose, discusse e controverse di Ai Weiwei: nel primo caso abbiamo una serie di vasi risalenti alla dinastia Han (tra il III secolo a.C. e il III d.C.) che l’artista ha ricoperto di vernice da carrozziere, mentre la seconda è la celeberrima performance, del 1995, durante la quale l’artista ha distrutto un’urna Han risalente a circa duemila anni fa. Ai Weiwei è consapevole che non può esistere un futuro che non tenga conto della tradizione, dell’identità culturale di un popolo, della memoria storica: di conseguenza, in queste opere, l’annientamento deliberato della tradizione è un metodo provocatorio per affermarne l’enorme importanza. Don’t know what you got til it’s gone, diceva una celebre ballad degli anni Ottanta: banalizzando con certa violenza, il concetto, da Man Ray ad Ai Weiwei passando per i Cinderella, è più o meno lo stesso, con tutte le sfumature dei vari casi e per tutte le situazioni a cui si può applicare, ma sempre in qualche modo legato a una catena “negazione-presenza/assenza-distruzione” che si rincorre ciclicamente.



Ai Weiwei, Map of China
Ai Weiwei, Map of China (2013; legno tieli da templi distrutti della dinastia Qing, 55 x 195 x 195 cm; Courtesy of Ai Weiwei Studio)


Ai Weiwei, Free speech puzzle
Ai Weiwei, Free speech puzzle


Le opere nella sala Vases
Le opere nella sala Vases (in primo piano, Han Dynasty Vases with Auto Paint; dietro, riproduzioni in mattoncini lego delle fotografie di Dropping a Han Dynasty Urn)

E che Ai Weiwei sia un artista particolarmente attaccato alla tradizione, lo si evince non solo dal suo sapiente uso delle tecniche tradizionali (in mostra è possibile trovare molti lavori in ceramica e in legno) ma anche dal suo continuo ispirarsi ai temi tipici della cultura e della storia cinese: in una sala, Mythologies, trovano spazio alcune splendide sculture in seta e bambù (Taifeng, il “grande vento”, Huantouguo, l’uomo uccello, e Feiyu, il pesce volante) che, oltre a essere realizzate con tecniche tradizionali, raffigurano personaggi che si ispirano alle creature dello Shan Hai Jing, “Il libro dei monti e dei mari”, una descrizione geografico-mitologica della Cina le cui origini risalgono a circa duemila anni fa. Queste figure fantastiche che pendono dal soffitto della sala non ci dimostrano soltanto il vivo interesse di Ai Weiwei per la cultura tradizionale cinese: poiché lo Shan Hai Jing era un libro proibito dal regime, diventano anche simboli della contestazione, e non a caso sono inserite assieme a diverse fotografie della provocatoria serie Study of Perspective. La loro presenza in mostra costituisce uno dei passaggi allo stesso tempo più interessanti ed emozionanti dell’intera rassegna. Peccato solo non poter vedere la serie Zodiac Heads al completo, come avvenuto in altre mostre di Ai Weiwei: ci si deve contentare della scimmia, a ricordare l’animale che rappresenta l’anno 2016 nell’astrologia cinese. Ma è comunque una presenza particolarmente significativa, perché i cinesi attribuiscono al segno della scimmia l’instabilità e l’imprevedibilità: torna a manifestarsi apertamente quell’incertezza di cui si parlava a proposito di Reframe e Refraction (ma che in realtà mai abbandona il percorso espositivo). E se si parla di cultura e di tradizione, non si può non fare un cenno all’omaggio che, in mostra, Ai Weiwei dedica all’Italia: in Renaissance abbiamo Divina proportio e Untitled - Wooden ball, sculture dichiaramente ispirate alle illustrazioni che Leonardo da Vinci realizzò per il De divina proportione di Luca Pacioli, e soprattutto abbiamo i ritratti in mattoncini Lego di quattro dissidenti del passato (Dante, Galileo, Savonarola e Filippo Strozzi) che inevitabilmente si ricollegano al motivo strisciante di tutta l’esposizione. Anche in questo caso, una scelta perfettamente coerente con il senso di Libero.

Ai Weiwei, Feiyu
Ai Weiwei, Feiyu (2015; bambù e seta, 60 x 320 x 200 cm; Galleria Continua, San Gimignano/Pechino/Les Moulins/L’Avana)


Ai Weiwei, Huantouguo
Ai Weiwei, Huantouguo (2015; bambù e seta, 250 x 400 x 170 cm; Galleria Continua, San Gimignano/Pechino/Les Moulins/L’Avana)


Ai Weiwei, Taifeng
Ai Weiwei, Taifeng (2015; bambù e seta, 200 x 170 x 86 cm; Galleria Continua, San Gimignano/Pechino/Les Moulins/L’Avana)


Ai Weiwei, Monkey
Ai Weiwei, Monkey (2011; bronzo con patina dorata, 69 x 33 x 38 cm; Faurschou Foundation, Pechino/Copenaghen)


La fotografia della serie Study of Perspective dedicata a Palazzo Strozzi
La fotografia della serie Study of Perspective “dedicata” a Palazzo Strozzi


La sala Renaissance
La sala Renaissance con in primo piano Divina proportio, dietro Untitled - Wooden ball, e alle pareti i ritratti in mattoncini Lego di Dante, Galileo e Savonarola

Il percorso del piano nobile si chiude con un ulteriore grido contro la censura: He Xie (centinaia di piccoli granchi in porcellana, la cui pronuncia in cinese ricorda quella della parola “armonia”, slogan governativo, ribaltato quindi in chiave ironica, e l’ironia è importante cifra stilistica di Ai Weiwei) e Souvenir from Shanghai ricordano la vicenda dello studio dell’artista fatto radere al suolo dalle autorità cinesi all’inizio del 2011. Dello studio non rimangono che alcuni brandelli, macerie raccolte da Ai Weiwei e incorniciate dal telaio di un letto in legno, risalente alla dinastia Qing. La tradizione, di nuovo, tiene in piedi i lacerti di un presente incerto, e il visitatore termina il percorso espositivo forse con ancor più domande di quelle che aveva all’inizio del suo viaggio nell’arte di Ai Weiwei.

Ai Weiwei, He 
Xie
Ai Weiwei, He Xie (2011; granchi in porcellana di varie dimensioni; Courtesy of Ai Weiwei Studio)


Ai Weiwei, Souvenir from Shanghai
Ai Weiwei, Souvenir from Shanghai (2012; cemento e macerie di mattoni dello studio demolito dell’artita a Shangai, che includono un telaio di legno, 260 x 380 x 170 cm; Courtesy of Ai Weiwei Studio)

Ma le risposte, forse, devono arrivare da dentro di noi. O, almeno, l’intento dell’artista è quello di spingerci a una riflessione, su di noi e sul mondo che ci circonda. Ogni opera è quindi un invito che si sussegue lungo un filo ininterrotto che si raccoglie attorno ad alcuni temi principali: sono i temi portanti dell’arte di Ai Weiwei, che Arturo Galansino ha ottimamente riassunto in una rassegna con poche sbavature (un paio di esempi: il Sex Toy, che appare nella sezione Objects e su cui glissano Galansino e Ludovica Sebregondi, curatori dei testi della mostra, andava meglio contestualizzato, e lo stesso vale per il grande Crystal Cube che suggella in modo un po’ impacciato la sala dedicata a Beijing East Village), che lascia piena libertà al visitatore, e che ha ovviamente l’altissimo merito di far riflettere sul contemporaneo una città, Firenze, spesso piegata su se stessa e poco capace di elaborare una proposta contemporanea di alto livello. Una mostra che, occorre evidenziarlo, zittisce quanti pensano che Firenze debba crogiolarsi sui fasti del suo glorioso passato senza mai doversi mettere in discussione. E infine una mostra che pone (spesso in modo quasi brutale) il visitatore di fronte a molti dei drammi di oggi, che arricchisce e contribuisce a far aprire gli occhi sul mondo, rendendoci consapevoli fin dalla facciata e dal cortile di Palazzo Strozzi che, cito ancora dall’intervista con Obrist, nel corso della storia “non siamo mai stati così liberi, ma al contempo questa condizione ci incatena; perché più siamo liberi, più ci rendiamo conto di essere in catene”. Una sorta di appello alla responsabilità, al pensiero critico, che fa leva sulla nostra autonomia.



Federico Diamanti Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Diamanti Giannini

Giornalista d'arte, ho fondato Finestre sull'Arte nel 2009 con Ilaria Baratta. Sono nato a Massa nel 1986 e ho ottenuto la laurea specialistica a Pisa nel 2010. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier.

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1. Nan in data 29/12/2016, 12:45:13

Come distruggere Palazzo Strozzi. Centinaia di migliaia di stranieri vengono a Firenze per ammirarne la bellezza architettonica, e facciamo loro trovare questi orridi gommoni. La dice lunga sulla coglionaggine, l'ignoranza e la stronzaggine dell'amministrazione fiorentina (che avrebbe dovuto vietare i gommoni sulle finestre) e di chi gestisce Palazzo Strozzi. Un vero schifo. Non mi interessa la mostra, dentro possono mettere quello che vogliono, per quanto forse sarebbe stato meglio mettere qualcosa di veramente artistico e non le cagate che ho visto in foto. A me non trasmette niente e rende affatto l'idea della sofferenza della gente. Che poi alla gente piacciano queste vaccate è un altro paio di maniche, ma il gusto andrebbe un po' educato. Attendo con ansia il giorno in cui saranno rimossi i gommoni.



2. Nan in data 29/12/2016, 12:49:05

E per favore evitiamo i paragoni con Michelangelo, perché proprio siamo su due universi paralleli che non si incontreranno mai. Ai Weiwei, ma per favore!



3. Annalisa Scillitani in data 01/01/2017, 17:19:03

Bellissima Mostra ed Esemplare la vostra recensione.





4. Loretta in data 02/01/2017, 08:37:50

Non credo che la discussione sui gommoni fosse solo belluina, proprio in relazione al nome della mostra "libero" niente è stato più importante in questo evento della libera possibilità di giudicare . La mia impressione generale è l'effimero, il contingente, l'incapacità di Wa Weu di allargare l'espressione della sua produzione verso orizzonti più universali, un ripiegamento ossessivo e autoreferente. Concetti e sentimenti di tutti incomunicati. E lo dimostra il fatto che anche nel vostro commento usiate parole , frasi e concetti tratti dal catalogo. Perché solo leggendo il catalogo si apre uno spiraglio di comprensione. Non c'è nemmeno il comune senso del bello a indirizzarci verso la comunicazione, poiché , tranne piccolissimi particolari , non c'è traccia di bellezza.



Commenti dal post ufficiale su Facebook

5.Toussaint Greani in data 28/12/2016 17:27:05

Marie Potrel



6.Palazzo Strozzi in data 28/12/2016 18:03:30

Davvero una delle recensioni più complete della mostra. Vi ringraziamo per il tempo e l'attenzione che ci avete dedicato



7. Finestre sull'Arte in data 28/12/2016 18:10:31

Grazie a voi di essere passati a lasciare un commento, ci fa molto piacere. Una mostra all'altezza del livello a cui Palazzo Strozzi ci ha abituati, senza dubbio



8.Ludovica Sebregondi in data 28/12/2016 18:32:04

Dettagliatissima e centrata recensione, grazie. Solo i testi in mostra non sono di Filippo Salviati (a cui di deve nell'audioguida il commento di alcune opere legate alla tradizione cinese) ma di Arturo Galansino e miei.



9. Finestre sull'Arte in data 28/12/2016 21:27:41

Buonasera dottoressa, grazie del suo intervento (e per la sua definizione della recensione!), oltre che della preziosa segnalazione, abbiamo corretto la svista! Un saluto da Ilaria Baratta e Federico Giannini



10.Ariel Vento in data 28/12/2016 20:03:33

canotti intorno alle finestre?Michelangelo?



11.Sibilla Cicciottella Bacci in data 28/12/2016 21:13:01

A me è piaciuta..



12.Arianna Borga in data 28/12/2016 21:26:48

Il paragone con Michelangelo mi sembra un tantinino eccessivo... per il resto, rimando altre riflessioni a dopo averla vista...



13. Finestre sull'Arte in data 28/12/2016 21:29:33

Pensa che per trovare un "movimento" che si attagli ad alcuni artisti come Ai Weiwei, un critico americano si è inventato il termine "eccessivismo"... :-)



14.Giovanni Cerboni in data 28/12/2016 22:20:35

Ai Weiwei è terribile: tratta il tema della Libertà senza originalità e con un vittimismo insopportabile. I manufatti sono cagate rimasticate che non trasmettono niente. Il tema della censura è affrontato con superficialità (o solo a livello dello slang cinese). I barconi sulla facciata di Palazzo Strozzi sono solo una trovata pubblicitaria dato che i barconi dei profughi non gli assomigliano lontanamente e non rendono il dramma della morte per mare. Superficiale e banale, va solo di moda.



15. Federico D. Giannini in data 28/12/2016 23:05:52

Caro Giovanni, il problema di chi, come lei, taccia Ai Weiwei di vittimismo, è che si ferma alla (ovvia e manifesta) autoreferenzialità del personaggio. Dimenticando un paio di cose: la prima, c'è stata almeno una buona quindicina d'anni in cui le opere di Ai Weiwei non erano autoreferenti ma, al contrario, forse eccessivamente deferenti. Imbastire la critica a una mostra che tiene conto di un percorso cominciato trent'anni fa buttandola sul supposto vittimismo di certi lavori è un esercizio ancor più superficiale dell'opera che si vorrebbe criticare. La seconda, l'autoreferenzialità è funzionale a trasformarsi in denuncia, dal momento che l'esperienza dell'artista è quella di tanti altri dissidenti e, come detto in un altro commento dall'account della pagina, lo status che ha di perseguitato è condiviso con quello dei migranti che fuggono dal mare (nei confronti dei quali l'artista ha un'esperienza diretta, quindi dire che i gommoni appesi a Palazzo Strozzi non assomigliano a quelli veri, mi perdoni la durezza, ma è una critica alquanto futile). Se un'opera si riferisce a situazioni contingenti è meno nobile di un'opera che si riferisce a un valore universale? E poi: i manufatti non trasmettono niente? Questo vale per lei, la sua personale esperienza non dovrebbe avere pretesa di universalità e la capacità di trasmettere emozioni non dovrebbe mai essere metro di giudizio per valutare l'operato di un artista. Superficiale e banale? Solo perché il rimando è immediato, un'opera dovrebbe essere banale? Semmai è facile: ma da quando in qua la facilità di lettura è caratteristica negativa? Infine: va solo di moda? E allora? Banksy forse non va di moda? Caravaggio non va di moda? Picasso non andava di moda? Warhol non andava di moda?



16. Giovanni Cerboni in data 28/12/2016 23:19:31

Non ci azzardiamo a confrontare la maestria oggettiva di Caravaggio alla bravura soggettiva di Ai weiwei. L'osservazione sarà futile, ma i quei gommoni non c'entrano davvero niente con la crisi migratoria, la gente non muore su barconi in quel modo, da quella plastica non si evince la sete, il caldo e la disperazione di chi è stipato oltre il limite umano . Ha sprecato un'occasione per fare qualcosa di veramente Bello. La banalità è di qualcosa di ovvio come associare alla sorveglianza una videocamera di sicurezza, un'icona scontata e prevedibile. È noioso e senza talento, o meglio, sa solo vendersi bene. E mi importa poco se inizialmente fosse deferenziale ora è autoreferenziale in maniera irritante. È palese che io parlo a titolo personale e chiaramente soggettivo. D'altronde cosa c'è di più soggettivo dell'Arte? P.S. Mi era sfuggita di mente quella performance in cui distruggeva un vaso, per me chi per far Arte ne distrugge altra è declassato da qualunque titolo o considerazione a un patetico Narciso assetato di attenzioni.



17. Federico D. Giannini in data 28/12/2016 23:39:18

Non mi pare d'aver mai paragonato Caravaggio ad Ai Weiwei sul piano tecnico, come da accusa che lei mi muove. Ho detto un'altra cosa. Comunque ho capito: per lei l'arte, oltre a dover avere, a quanto pare, fini schiettamente documentaristici, deve cercare il "Bello" (addirittura con la "B" maiuscola!) e perseguire a tutti i costi l'originalità.



18. Giovanni Cerboni in data 29/12/2016 05:45:13

Per me l'Arte deve trasmettere un messaggio, deve metterti in discussione. Ai weiwei a ME non ''passa'' proprio niente.



19. Silvia Eleonora Salvadori in data 29/12/2016 09:31:48

Appunto sono "mode" e come tutte le mode passano, ma quanti imbecilli creano?



20.Barbara Andreetti in data 28/12/2016 22:43:34

Bella, si.. ma non tocchiamo Michelangelo.



21.Nicola Nuti in data 29/12/2016 08:25:15

Più che una recensione è una sorta di saggio. Non capisco il riferimento a Michelangelo. L'arte concettuale è sempre autoreferenziale, talvolta fino al punto che non sai se hai voglia di capire il messaggio e se c'è un messaggio.



22.Marco Zingoni in data 29/12/2016 09:15:11

Quando ritorna "pulito" Palazzo Strozzi? Spero presto. Grazie.



23.Silvia Eleonora Salvadori in data 29/12/2016 09:30:22

Quanti soldi buttati



24.Francesca Romana Romano in data 29/12/2016 12:51:07

Come distruggere Palazzo Strozzi. Centinaia di migliaia di stranieri vengono a Firenze per ammirarne la bellezza architettonica, e facciamo loro trovare questi orridi gommoni. La dice lunga sulla coglionaggine, l'ignoranza e la stronzaggine dell'amministrazione fiorentina (che avrebbe dovuto vietare i gommoni sulle finestre) e di chi gestisce Palazzo Strozzi. Un vero schifo. Non mi interessa la mostra, dentro possono mettere quello che vogliono, per quanto forse sarebbe stato meglio mettere qualcosa di veramente artistico e non le cagate che ho visto in foto. A me non trasmette niente e rende affatto l'idea della sofferenza della gente. Che poi alla gente piacciano queste vaccate è un altro paio di maniche, ma il gusto andrebbe un po' educato. Attendo con ansia il giorno in cui saranno rimossi i gommoni. E per favore, evitiamo i paragoni con Michelangelo, sono due universi paralleli destinati a non incontrarsi mai!



25. Finestre sull'Arte in data 29/12/2016 21:12:26

"Il gusto andrebbe un po' educato"? Siamo nell'Italia degli anni Duemiladieci, mica nell'URSS degli anni Cinquanta



26. Francesca Romana Romano in data 29/12/2016 22:43:50

Finestre sull'Arte e cosa c'entra? Cosa ci sarebbe di sbagliato nel mostrare ai cittadini e agli stranieri la vera arte, di cui l'Italia è piena? Anziché portare Ai Weiwei avrebbero potuto rispolverare le tante opere tenute nello scantinato per mancanza di spazio e offrire qualcosa di meraviglioso. Ma no, bisogna seguire la moda e gli "artisti" che pensano di farsi carico di un messaggio sociale. Al più mi può andar bene alla Leopolda, ma non certo a Palazzo Strozzi. Con quell'insulto di plasticume appeso alle finestre di un palazzo come quello. E che applaudiate a tutto questo mi fa inorridire. Tanto più che andate a pescare nientepopodimenoche Michelangelo per un paragone!



27. Finestre sull'Arte in data 29/12/2016 22:52:18

Ma quale scantinato? Palazzo Strozzi non ha una collezione né tanto meno dei depositi. Poi, forse le è sfuggito, ma negli ultimi anni Palazzo Strozzi ha sempre organizzato, al piano nobile, mostre d'arte antica, o comunque di artisti entrati nei canoni tipici della storia dell'arte. Questa è la prima mostra in assoluto che Palazzo Strozzi dedica (al piano nobile) a un artista vivente. Quindi la frase "avrebbero potuto mostrare la vera arte" oltre che illogica (quale sarebbe la "vera arte"? Chi lo stabilisce? Francesca Romana Romano?) è anche disinformata...



28. Francesca Romana Romano in data 29/12/2016 23:09:15

Finestre sull'Arte le collezioni si prendono in prestito, lo so che Palazzo Strozzi non ha depositi, ma l'Italia intera ne ha. So benissimo cosa normalmente offre Palazzo Strozzi, perché ho viste molte loro bellissime mostre. Non sono affatto disinformata. La vera arte sicuramente non è Ai Weiwei. L'arte moderna e contemporanea offrono cose splendide, ma da mesi campeggiano quegli orrori nella culla del Rinascimento e in un palazzo che il mondo intero viene a visitare e si ritrova a vederlo in quel modo. Se non lo capite da soli, non so che pensare. Ma pensavate di non far saltare nessuno sulle sedie, proponendo un paragone con Michelangelo? Se non l'aveste fatto, avreste fatto miglior figura. Non sono l'unica a pensare sia un oltraggio. È pieno di fiorentini che come me si sentono offesi da quei gommoni. E intendiamoci, il David nero era ugualmente orrendo. Trovo misero e pressappochista rappresentare drammi come quelli degli immigrati con "opere d'arte" che fanno solo pubblicità e non arricchiscono nessuno.



29.Valentina Cardone in data 29/12/2016 15:05:26

Giuseppe



30.Raffaele Bargiacchi in data 29/12/2016 18:05:29

ottima recensione..visto la mostra..impressionate esperienza, intensa la capacita' comunicativa di ai weiwei



31. Finestre sull'Arte in data 29/12/2016 21:12:31

Grazie!



32.Cecilia Angeli in data 29/12/2016 22:07:10

Leonardo Sarpietro



33. Leonardo Sarpietro in data 29/12/2016 22:08:07

Esagerati



34. Cecilia Angeli in data 29/12/2016 22:12:05

a little bit





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