L'Ytalia di Cimabue

La nota

2012, Seconda puntata

Ognuno dei quattro evangelisti realizzati da Cimabue nella Basilica Superiore di Assisi è accompagnato da una iscrizione che identifica il luogo tradizionale dei loro luoghi di predicazione del Vangelo: a Marco viene associata la scritta “Ytalia”. Giovanni ci parla di questa immagine, che raffigura Roma (realizzata con grande precisione da Cimabue) come città che identifica l'intera “Ytalia”.

Nella basilica superiore di Assisi, nelle vele della crociera fra la navata e il transetto, signoreggiano le figure dei quattro Evangelisti dipinti da Cimabue. Ognuno di essi, identificato dal proprio nome e dal proprio tradizionale attributo iconografico, è associato ad una sintetica rappresentazione architettonica, meglio chiarita da una scritta. Secondo alcuni rappresenterebbero i luoghi raggiunti dalla predicazione francescana, o almeno il desiderio del pontificato di promuovere l’evangelizzazione cristiana sempre più a Levante per auspicare la riunione delle due chiese d’Oriente e d’Occidente. In realtà i luoghi rappresentati corrispondono a quelli dove, secondo la tradizione, gli Evangelisti avrebbero composto i rispettivi Vangeli: Giovanni è in Asia, Luca in “Ipnacchaia” (Acaia), Matteo in “Iudea” (Giudea) e Marco è in “Ytalia”. Nell’affresco, più precisamente, ogni paese è identificato da una città: per la Giudea Gerusalemme, per l’Acaia Corinto, per l’Asia Efeso e per l’Italia Roma.

Sede del martirio dei principi degli apostoli Pietro e Paolo, Roma è resa da Cimabue con una estrema precisione. Subito sotto la scritta “Ytalia”, ad esempio, è chiaramente riconoscibile l’architettura del Palazzo Senatorio, grazie alla presenza degli scudi con la scritta SPQR alternati agli stemmi Orsini. L’identificazione dello stemma della nobile e potentissima famiglia romana aiuta anche ad orientarsi nell’attribuzione cronologica degli affreschi, realizzati evidentemente sotto il pontificato di Niccolò III Orsini (1277-1280). Accanto al Palazzo Senatorio Cimabue colloca un edificio ecclesiastico, identificato con la veneranda fabbrica di San Pietro. Giovanni Gaetano Orsini, eletto papa nel 1277, aveva trasferito la sede pontificia dal Laterano a San Pietro. Con la Bolla emanata nel 1279, la Gerusalemme Celeste, simbolo della Chiesa, si fonda di fatto con la chiesa in quanto edificio di culto e la basilica di San Pietro, essendo stata scelta come sede del Pontefice, ribadisce il suo ruolo di chiesa guida poiché prima sede di Pietro. Cimabue, in pratica, affiancando il Palazzo Senatorio alla basilica di San Pietro, elegge Niccolò III a signore supremo della città, sia in qualità di senatore che di pontefice. Immediatamente al di sotto è poi rappresentata anche la mole adriana, altro modo per glorificare il papa regnante, perché l’edificio era stato regalato da Niccolò III al nipote Orso. Altri monumenti rappresentati sono il riconoscibilissimo Pantheon, accanto si erge una torre altissima identificata come la Torre delle Milizie e infine una chiesa porticata affiancata da un palazzo (forse SS. Apostoli e palazzo Colonna).

Con la raffigurazione di determinati monumenti e l’esclusione di altri, ugualmente celebri e irrinunciabili come il Colosseo, le colonne coclidi e gli archi di trionfo, Cimabue offre una visione della città molto selettiva: la mole adriana e il Pantheon vengono scelti perché, a differenza degli altri edifici dell’antica Roma, possono essere recuperati e piegati all’omaggio di una Roma cristiana e papale (il Pantheon, ad esempio, venne convertito nella basilica Santa Maria della Rotonda).

Il punto focale è che Cimabue celebra Roma come centro della Fede. E tutto, nella rappresentazione, concorre a omaggiare la città in questa prospettiva; come avviene, ad esempio, per il campanile di San Pietro, che svetta sugli altri rappresentati. La Roma civile e quella antico-romana concorrono alla celebrazione della città e, con essa, del pontefice, che ha saputo trovato nella Fede un formidabile strumento di potere e di autorità, promuovendo l’immagine di Roma come eterna Caput Mundi.

Giovanni De Girolamo








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