Parigi, scoperto un dipinto di Caroto: importante aggiunta al catalogo del pittore veronese


Dal 21 al 30 marzo 2026 la Galerie Duponchel presenta a Parigi una mostra dedicata al Cinquecento italiano, con diversi inediti. Tra le opere esposte spicca un San Girolamo penitente, finora considerato anonimo, attribuito con certezza a Giovanni Francesco Caroto da Mauro Lucco, esperto di Rinascimento veneto.

Una scoperta di rilievo per la pittura veronese del Cinquecento emerge a Parigi, dove la giovane Galerie Duponchel inaugura la sua prima mostra dedicata ai disegni e ai dipinti Old Masters. L’esposizione, ospitata dal 21 al 30 marzo 2026 negli spazi della Galerie Michel Descours, al numero 10 di rue de Louvois, propone un percorso attraverso l’arte italiana dal pieno Rinascimento al tardo Barocco e presenta, tra le altre opere, un San Girolamo penitente attribuito con certezza a Giovanni Francesco Caroto (Verona, 1480 – 1555 circa) da uno dei massimi esperti di pittura del Rinascimento veneto ed emiliano, il professor Mauro Lucco, autore di fondamentali monografie dedicate, tra gli altri, a Giovanni Bellini, Andrea Mantegna, Giorgione, Bartolomeo Montagna, Antonello da Messina e Dosso Dossi.

Il dipinto, databile tra il 1515 e il 1518, è un olio su tavola di pioppo di 56,5 per 50,5 centimetri, inserito in una cornice dorata a cassetta che misura 73 per 66,8 centimetri. È riapparso nel 2022 sul mercato francese, come opera anonima, ed è attestato per la prima volta in una collezione nei dintorni di Brescia nel 1859, come attestano due sigilli in ceralacca rossa presenti sul retro della tavola, riconducibili alla Provincia di Brescia della Delegazione Imperial Regia, con l’aquila bicipite asburgica e l’iscrizione “Provincia di Brescia I.R. Delegazione”: un secondo sigillo, più consunto, riporta la dicitura parziale “Boll… d’Espor…/Bresc…”, riferita all’ufficio doganale per l’esportazione delle opere d’arte. La presenza della dicitura imperial-regia indica che l’operazione doganale risale a un periodo precedente al 1859, anno in cui, dopo la Seconda Guerra d’Indipendenza, la parte del Regno Lombardo-Veneto situata oltre l’Adige passò dal controllo austriaco al Regno di Piemonte-Sardegna.

Più recentemente, il dipinto si trovava in una collezione privata dell’Hauts-de-France. Lo stato di conservazione è stato giudicato eccellente. Dopo un intervento di pulitura eseguito da Cinzia Pasquali presso l’atelier Arcanes di Parigi, la superficie pittorica si è rivelata priva di lacune significative e perfettamente leggibile nelle sue caratteristiche stilistiche. La buona conservazione è dovuta anche alla cura riservata dall’artista alla preparazione del retro del pannello, trattato con un’imprimitura bruno scura per prevenire deformazioni dovute all’umidità. In alcune piccole zone dove la preparazione si è distaccata è visibile la fibra del legno di pioppo. L’analisi radiografica eseguita durante il restauro ha rivelato un elemento significativo: il santo era stato inizialmente concepito di profilo e successivamente modificato in un tre quarti molto accentuato. Questo dato contribuisce a comprendere il processo creativo dell’artista e a rafforzare l’attribuzione.

Giovanni Francesco Caroto, San Girolamo penitente (1515-1518; olio su tavola, 56,5 x 50,5 cm). Foto: Galerie Duponchel
Giovanni Francesco Caroto, San Girolamo penitente (1515-1518; olio su tavola, 56,5 x 50,5 cm). Foto: Galerie Duponchel

Secondo Lucco, la rete di complesse pieghe a zigzag nel panneggio del san Girolamo ricorda chiaramente i modelli di ispirazione mantegnesca dipinti dal veronese Francesco Bonsignori, durante il suo soggiorno a Mantova dal 1477 (come indicato da un documento ritrovato da Stefano L’Occaso). Questo soggiorno non impedì a Bonsignori di inviare a Verona alcune delle sue opere principali. Questo parallelo è particolarmente evidente nel confronto (purtroppo oggi possibile solo attraverso la fotografia) con il San Sebastiano del Kaiser-Friedrich-Museum di Berlino, datato 1485 e distrutto durante la guerra del 1945. Anche altri dettagli indicano l’origine mantegnasca dell’opera: il profilo delle rocce alla sinistra del santo che ricordano quelle della Madonna delle Grotte degli Uffizi, e lo stesso paesaggio, con le colline che emergono dall’acqua e un piccolo albero fragile che indica profondità (un motivo che si ritrova in altre opere mantovane ancora influenzate da Mantegna).

“Se questi dettagli indicano un’origine culturale piuttosto univoca”, scrive Lucco nel suo studio, “dovremo cercare tra gli artisti veronesi che soggiornarono a Mantova per un periodo più o meno lungo, durante l’arco cronologico dedotto dalle osservazioni precedenti. Il fatto che siano molto pochi, non più di tre o quattro, e la particolare morfologia delle rocce, tipica di Mantova fino al completamento della pala di Redondesco, indirizzano verso un unico possibile nome: Giovanni Francesco Caroto”.

Giorgio Vasari, nelle Vite, ricorda il soggiorno di Caroto a Mantova presso Andrea Mantegna. Pur non potendo accettare letteralmente il racconto secondo cui Mantegna avrebbe fatto uscire opere dell’allievo come proprie, resta documentata la presenza di Caroto nella città dei Gonzaga. “A riprova”, spiega Lucco, “le sue pale d’altare di Redondesco e di Santa Maria della Carità rimangono ancora oggi nella città dei Gonzaga”. Il profilo di san Bovo nella pala della Carità è del resto molto simile a quello del San Girolamo, e ancor più alla prima idea, poi modificata, rivelata dalla radiografia. Il profilo del San Girolamo si ritrova poi in una Madonna col Bambino acquisita nel 2016 dal Museo di Palazzo Ducale di Mantova con il nome di Caroto, sebbene sia stata poi riattribuita al Bonsignori, tra il 1510 e il 1515. Le analogie fisionomiche tra il San Girolamo e figure della pala della Carità, così come i confronti con il Compianto sul Cristo morto già nella collezione Fontana di Torino e datata 1515, rafforzano la collocazione dell’opera nel periodo trascorso dall’artista alla corte dei Paleologi di Casale Monferrato, al servizio di Guglielmo IX tra il 1514 e il 1518.

La prima menzione di Caroto a Casale risale al 12 luglio 1516 e riguarda una donazione di terreni da parte di Guglielmo IX, di cui era beneficiario. Tuttavia, dato che il Compianto sul Cristo morto, già dipinto all’epoca, è probabilmente ciò che rimane della decorazione della cappella privata di Guglielmo IX, non è irragionevole pensare che Caroto sia arrivato in città già nel 1514, quasi in sostituzione immediata di Macrino d’Alba, venuto a mancare nel 1513. Osservando la disposizione dei panneggi del San Girolamo, la tonalità profonda della tavolozza, la tensione dei gesti e la resa volumetrica delle figure mostrano una stretta parentela con il Compianto e con il San Sebastiano conservato nella chiesa di Santo Stefano a Casale. Elementi ricorrenti, come la forma arrotondata delle unghie e la nervosità delle dita, costituirebbero ulteriori indizi stilistici coerenti con la produzione di Caroto. Il pannello si aggiunge così alle pochissime opere note (appena due) di questo soggiorno piemontese, circostanza che contribuisce a una migliore valutazione del ruolo dell’artista nella pittura veronese del XVI secolo, ancora oggetto di approfondimenti anche dopo l’importante mostra monografica del 2022.

L’esposizione della Galerie Duponchel, intitolata De Polidoro à Baciccio. Dessins et tableaux du XVIe au XVIIIe siècle offre un ampio panorama dell’arte italiana del tempo e della diffusione dei suoi modelli in Europa, con opere provenienti dalle scuole di Venezia, Verona, Firenze, Roma, Napoli e Messina, e con riferimenti ai centri di Parigi, Fontainebleau e Lisbona. Accanto a Caroto figurano maestri quali Polidoro da Caravaggio, Nicolò dell’Abate, Girolamo Muziano, Alessandro Turchi, Jacques Stella e Baciccio, insieme ad artisti meno noti ma di elevata qualità.

Diversi gli inediti in mostra. Tra le altre scoperte presentate c’è un disegno inedito di Girolamo Muziano (Brescia, 1532 – Roma, 1592), uno Studio per la Predica di san Girolamo, realizzato attorno al 1582 in sanguigna, preparatorio per la grande pala commissionata da papa Gregorio XIII per la Cappella Gregoriana in San Pietro a Roma. Il foglio, proveniente dalla collezione di Everhard Jabach e recentemente da una raccolta privata in Borgogna, è stato riconosciuto autografo dalla professoressa Patrizia Tosini.

Pietro Malombra, Strage degli innocenti (1586-1590; penna e inchiostro marrone, acquerello marrone, 205 x 300 mm). Foto: Galerie Duponchel
Pietro Malombra, Strage degli innocenti (1586-1590; penna e inchiostro marrone, acquerello marrone, 205 x 300 mm). Foto: Galerie Duponchel
Maestro dei Martiri, Martirio di san Lorenzo (prima metà del XVII secolo; olio su tela, 62,5 x 76 cm). Foto: Galerie Duponchel
Maestro dei Martiri, Martirio di san Lorenzo (prima metà del XVII secolo; olio su tela, 62,5 x 76 cm). Foto: Galerie Duponchel

Un’ulteriore riscoperta riguarda una Strage degli Innocenti attribuita con certezza allo sfuggente veneto Pietro Malombra (Venezia, 1556 – 1618), grazie agli studi di Bert W. Meijer e Andrea Piai. L’artista veneziano, attivo tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, fu menzionato da Marco Boschini come parte di una cerchia legata a Palma il Giovane. Il foglio, databile tra il 1586 e il 1590, si inserisce in un corpus grafico oggi ridotto a poche decine di esemplari. E ancora, merita una menzione un Martirio di san Lorenzo attribuito al cosiddetto Maestro dei Martirii, attivo a Napoli nella prima metà del Seicento. L’attribuzione è stata confermata da Pierluigi Leone de Castris, che per primo ha studiato questo artista ancora non identificato, vicino per stile a Filippo d’Angeli, François de Nomé detto Monsù Desiderio e Cornelio Brusco.

La mostra è visitabile dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 19, con aperture straordinarie nei fine settimana del 21 e 22 marzo dalle 10.30 alle 19 e del 28 e 29 marzo dalle 9.30 alle 19, oltre che su appuntamento. L’iniziativa segna l’ingresso della Galerie Duponchel nel campo delle esposizioni dedicate agli Old Master e propone un insieme di opere in gran parte inedite o recentemente attribuite grazie a ricerche condotte in collaborazione con storici dell’arte e conoscitori.




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