Dosso Dossi, vita e opere dell'artista magico del Cinquecento


Dosso Dossi fu uno degli artisti più magici ed eccentrici del Cinquecento. La vita, le opere, lo stile, i capolavori.

Dosso Dossi (Giovanni Francesco di Niccolò Luteri; Tramuschio?, 1486 circa - Ferrara, 1542) è uno dei principali artisti del Cinquecento emiliano, esponente di spicco del cosiddetto “filone fantastico”: artista che amava “pescare” i suoi soggetti dal mito se non addirittura dallo “stregonesco”, usando un aggettivo adoperato dallo studioso Mauro Lucco per descrivere le sue abilità quasi magiche (leggi qui un approfondimento sui dipinti a tema magico di Dosso Dossi).

Sappiamo poco delle sue origini (non sappiamo neppure dove sia nato), ma sappiamo che nel primo Cinquecento fu il principale artista della corte estense di Ferrara, ed è il pittore che viene automaticamente associato alle immagini magiche e fantasiose di Ludovico Ariosto (entrambi lavorarono a Ferrara negli stessi anni). Anche Giorgio Vasari, nelle sue Vite, accosta Dosso Dossi e Ariosto: “Insieme col dono che a Ferrara fecero i fati de la Natività del divino Messer Lodovico Ariosto”, scrive il grande storiografo aretino, “accompagnando la penna al pennello, volsero che e’ nascesse ancora il Dosso pittore ferrarese; il quale, se bene non fu sí raro tra i pittori come lo Ariosto tra’ poeti, fece pure molte cose nella arte, che da molti sono celebrate, et in Ferrara massimamente. Laonde meritò che il poeta, amico e domestico suo facesse di lui memoria onorata ne’ chiarissimi scritti suoi. Di maniera che al nome del Dosso diede più nome la penna di Messer Lodovico universalmente, che non avevano fatto i pennelli et i colori che Dosso consumò in tutta sua vita, ventura e grazia infinita di quegli che sono da sì grandi uomini nominati”. La sua intepretazione del mito e della letteratura, il suo estro inimitabile e le sue immagini visionarie e fantasiose, fanno di Dosso Dossi uno degli artisti più interessanti del XVI secolo.

Giuseppe Macpherson, Dosso Dossi (1772-1780 circa; acquerello su avorio 7 x 5,5 cm; Royal Collection Trust)
Giuseppe Macpherson, Dosso Dossi (1772-1780 circa; acquerello su avorio 7 x 5,5 cm; Royal Collection Trust)

Vita di Dosso Dossi

Non sappiamo con esattezza dove sia nato Dosso Dossi: il primo documento da cui partire riguarda il padre, risale al 1485, e dice il genitore residente a Tramuschio, piccola località nei pressi di Mirandola, all’epoca capitale di uno Stato autonomo stretto tra il marchesato di Mantova e il Ducato di Ferrara. Dosso, che potrebbe essere nato probabilmente attorno a quest’anno, si chiamava in realtà Giovanni Francesco di Nicolò Luteri ed era figlio di Nicolò di Alberto di Costantino Luteri, che di professione faceva lo “spenditore”, ovvero l’economo, alla corte di Ferrara (benché fosse di origine trentina) e di Jacopina da Porto. Il soprannome con cui è universalmente noto deriverebbe dal fatto che Niccolò Luteri era proprietario di un podere in località Dosso Scaffa (oggi San Giovanni del Dosso, nella bassa mantovana). Dosso ebbe un fratello, Battista Dossi (Battista di Niccolò Luteri), con cui ebbe modo di collaborare più volte. Della sua infanzia e degli anni giovanili sappiamo pochissimo: la sua formazione si può desumere solo sulla base dello stile delle opere. Di sicuro ebbe modo di osservare i maestri della scuola ferrarese del Quattrocento, e studiò anche le opere dei grandi pittori veneti, su tutti Giorgione. Inoltre ebbe modo di guardare anche all’arte di Raffaello.

Il primo documento direttamente riconducibile direttamente a Dosso risale al 1512: è una nota di pagamento dell’11 aprile per un “quadro grande con undici figure” per Palazzo San Sebastiano a Mantova, all’epoca residenza di Francesco II Gonzaga di Arco (si tratta di un quadro che non conosciamo). Sempre nello stesso anno un altro documento lo attesta a Mantova. Seguendo la “pista” mantovana, potrebbe essere plausibile immaginare anche che l’artista si sia formato in questa città, magari studiando presso Lorenzo Costa, divenuto artista di corte dei Gonzaga dopo la scomparsa di Andrea Mantegna (Vasari infatti dice che Dosso fu allievo di Costa). Sulla base stilistica è comunque possibile immaginare una formazione veneziana. Nel 1513, Dosso Dossi (indicato come “di Mirandola” in un documento) viene pagato assieme a Benvenuto Tisi detto il Garofalo per il polittico della chiesa di Sant’Andrea a Ferrara, terminato l’anno successivo: si tratta del celeberrimo Polittico Costabili, una delle sue opere più famose, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara. Nel 1514 è registrato come artista di corte presso gli Este: a partire da quest’anno i libri contabili del Castello Estense indicheranno la presenza di un legame forte tra Dosso e la corte (l’artista, tuttavia, non riceveva un salario, ma veniva pagato a incarico: un “precario”, diremmo oggi, ma il vantaggio consisteva nel fatto che era libero di lavorare per altri committenti, come in effetti avrebbe fatto, e con grande successo, essendo uno dei principali artisti dell’Italia settentrionale del suo tempo).

Da pittore di corte, Dosso Dossi compì diversi viaggi, tra il 1516 e il 1518, a Venezia (dove si recò più volte, soprattutto per procacciarsi materiale) e a Firenze: durante questi viaggi ebbe modo di approfondire le proprie conoscenze studiando, per esempio, l’arte di Tiziano. Nel 1518 riceve l’incarico per la pala dell’altare di San Sebastiano nel Duomo di Modena (ancora nel luogo per il quale fu dipinta), mentre nel 1519 si incontrò con Tiziano: assieme i due pittori si recarono a Mantova per vedere la collezione di Isabella d’Este. Risalgono agli anni successivi ulteriori commissioni per gli Este, e sempre negli anni Venti ottenne molti incarichi per chiese locali, spesso eseguiti in collaborazione col fratello Battista. Nel 1530 i due fratelli soggiornarono a Pesaro per attendere alle decorazioni di Villa Imperiale, su incarico del duca di Urbino, Francesco Maria I Della Rovere. In seguito, tra il 1531 e il 1532, Dosso e Battista furono a Trento per lavorare alle decorazioni ad affresco del “Magno Palazzo” nel Castello del Buonconsiglio, su incarico del cardinale Bernardo Cles, vescovo-principe di Trento. L’artista rientrò a Ferrara nel 1532 e tornò a lavorare per Alfonso d’Este, anche se dopo la scomparsa di quest’ultimo e l’ascesa al potere di Ercole II i gusti del nuovo sovrano virarono verso altri artisti: a Dosso Dossi tuttavia fu affidata la ristrutturazione della delizia di Belriguardo. Le ultime opere eseguite per gli Este gli furono commissionate nel 1540: sono il San Michele e il San Giorgio che oggi si trovano alla Gemäldegalerie di Dresda. L’artista scomparve a Ferrara nella prima metà del 1542.

Dosso Dossi e Garofalo, Polittico Costabili (1513; olio su tavola, 960 x 577 cm; Ferrara, Pinacoteca Nazionale)
Dosso Dossi e Garofalo, Polittico Costabili (1513; olio su tavola, 960 x 577 cm; Ferrara, Pinacoteca Nazionale)
Dosso Dossi (Giovanni Francesco di Niccolò Luteri; San Giovanni del Dosso, 1486? - Ferrara, 1542), Melissa (1518 circa; olio su tela, 170 x 172 cm; Roma, Galleria Borghese)
Dosso Dossi, Melissa (1518 circa; olio su tela, 170 x 172 cm; Roma, Galleria Borghese)
Dosso Dossi, San Sebastiano (1518-1521; olio su tavola, 182 x 95 cm; Milano, Pinacoteca di Brera)
Dosso Dossi, San Sebastiano (1518-1521; olio su tavola, 182 x 95 cm; Milano, Pinacoteca di Brera)
Dosso Dossi, Pan e la ninfa (1524 circa; olio su tela, 163 x 145 cm; Los Angeles, Getty Museum)
Dosso Dossi, Pan e la ninfa (1524 circa; olio su tela, 163 x 145 cm; Los Angeles, Getty Museum)
Dosso Dossi, Apollo (1524; olio su tela, 191 x 116 cm; Roma, Galleria Borghese)
Dosso Dossi, Apollo (1524; olio su tela, 191 x 116 cm; Roma, Galleria Borghese)

Le opere e lo stile di Dosso Dossi

Artista estroso, fantasioso, eccentrico, immaginifico, dotato di una impareggiabile verve narrativa e di una grande capacità di interpretare i soggetti profani (in particolare quelli mitologici e letterari), Dosso Dossi è ricordato soprattutto per i suoi dipinti a tema fantastico, ma la sua lunga carriera lo portò a esprimersi con successo nei generi più svariati. Dosso Dossi si muoveva tra il tonalismo di Giorgione, il classicismo di Raffaello e la movimentata pittura tizianesca, e già durante la sua vita era considerato uno dei più grandi maestri del suo tempo anche per la sua capacità di guardare al mondo naturale con un’intensità in anticipo sui tempi, talvolta addirittura pre-caravaggesca. La prima opera importante di Dosso Dossi, in cui il suo stile appare già delineato (tanto che veniva considerata opera matura, prima che si scoprisse che si trattava di un dipinto del 1513) è il Polittico Costabili, dipinto per Sant’Andrea a Ferrara e oggi alla Pinacoteca Nazionale della città emiliana: opera moderna che si distingue, ha scritto lo studioso Peter Humfrey, per “i colori caldi e ricchi, per l’atmosfera poetica creata dalla luce notturna o crepuscolare, e dalla suggestiva ampiezza del trattamento pittorico”, caratteristiche che rendono palesi i suoi legami con la pittura veneta e in particolare con quella del Giorgione. Il fatto che l’impressione della Madonna ricordi la Madonna di Foligno di Raffaello ha portato gli studiosi a ipotizzare anche un viaggio di Dosso Dossi a Roma.

Punto fermo nella cronologia dossesca, il Polittico Costabili viene seguito da dipinti dove alcune figure grandiose, sensuali, naturali e abbigliate con vesti sgargianti sono immerse in paesaggi verdeggianti: è il caso della Melissa, uno dei dipinti che meglio esemplificano lo stile “magico” di Dosso Dossi e che meglio trasmettono il gusto dell’artista per le stravaganze, le ambientazioni fantasiose, le soluzioni cromatiche vivide. La Melissa è del 1518 circa: riflettono questo gusto esuberante anche altre opere della stessa fase che affrontano altri temi, come il religioso (il San Sebastiano della Pinacoteca di Brera, del 1518-1521, che riflette l’interesse che Dosso Dossi nutriva per Michelangelo Buonarroti, coniugato qui agli elementi tipicamente veneti) e come il mitologico (Pan e la ninfa, ricca e lussureggiante allegoria del 1524 circa, dove l’attenzione dell’osservatore è catturata dal sontuoso nudo femminile in primo piano, l’Apollo della Galleria Borghese, che è forse il più luminoso esempio del classicismo dossesco, con la figura del dio della musica che rimanda in maniera molto chiara al Torso del Belvedere).

Le opere che Dosso realizzò in collaborazione con il fratello Battista sono quelle più deboli della sua produzione, anche se, ha avvertito Peter Humfrey, non è detto che le opere meno forti del catalogo dossesco siano per forza di cose ascrivibili alla collaborazione con il fratello. Dosso infatti si avvaleva di diversi collaboratori e spesso è difficile distinguere le mani nelle opere più deboli. Sappiamo tuttavia per certo dai documenti che i due fratelli collaborarono per l’Allegoria della Giustizia oggi alla Gemäldegalerie di Dresda (per l’opera fu pagato Battista nel 1544). Le figure appaiono “rigide”, scrive Hunfrey, caratterizzate da “dita che sembrano salsicce; elementi in primo piano realizzati in maniera descrittiva e pedante; le chiome degli alberi realizzate con foglie piatte e decorative; uno sfondo nebbioso e genericamente dossesco con gruppi di edifici e improbabili rocce verticali; un trattamento blando e uniforme con colori luminosi”. Nelle ultime opere della sua carriera, Dosso Dossi non smise d’innovare e lo si vede bene, per esempio, nella Allegoria di Ercole degli Uffizi, dove l’artista addirittura si lancia un un realismo quasi pre-caravaggesco, venato d’ironia, per un risultato che si sarebbe visto soltanto molto più avanti nel corso del Cinquecento, nelle opere di artisti come Annibale Carracci, Bartolomeo Passerotti e Vincenzo Campi. “Le ultime opere di Dosso di questo tipo, ben lontane dal predominante tizianismo della sua prima maturità”, ha scritto Humfrey, “dimostrano che non solo il pittore rimase attivo fino alla fine della sua vita, ma anche che non smise mai di espandere i confini della sua arte, secondo modalità che avrebbero ispirato le future generazioni di artisti”.

Dosso Dossi, Diana e Callisto (1528 circa; olio su tela; Roma, Galleria Borghese)
Dosso Dossi, Diana e Callisto (1528 circa; olio su tela; Roma, Galleria Borghese)
Dosso e Battista Dossi, Allegoria della Giustizia (1544; olio su tela, 220 x 105,5 cm; Dresda, Gemäldegalerie)
Dosso e Battista Dossi, Allegoria della Giustizia (1544; olio su tela, 220 x 105,5 cm; Dresda, Gemäldegalerie)
Dosso Dossi, Allegoria di Ercole (1540-1542; olio su tela, 143 x 144 cm; Firenze, Uffizi)
Dosso Dossi, Allegoria di Ercole (1540-1542; olio su tela, 143 x 144 cm; Firenze, Uffizi)

Dove vedere le opere di Dosso Dossi

Con la Devoluzione di Ferrara, ovvero il passaggio dei domini ferraresi allo Stato Pontificio (1598), le opere di Dosso Dossi che si trovavano in città andarono per lo più disperse. In città si può però vedere la sua prima opera importante, ovvero il Polittico Costabili, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara che ha sede dentro Palazzo dei Diamanti. Non ci sono musei che detengono nuclei consistenti di opere di Dosso Dossi, ma ci sono comunque istituti dove si ammirano importanti capolavori, spesso assieme: è il caso della Galleria Borghese di Roma, dove si trovano la Melissa e l’Apollo, oltre a diversi altri dipinti. Nel Duomo di Modena è invece possibile vedere la Pala di San Sebastiano, ancora posta nel luogo per il quale fu realizzata. Altre opere di Dosso Dossi si trovano, in Italia, agli Uffizi, a Palazzo Pitti, alla Fondazione Cini di Venezia, al Museo Nazionale di Capodimonte, alla Pinacoteca Civica di Forlì, alla Galleria Nazionale di Parma.

All’estero, si trovano opere di Dosso Dossi al Getty Museum di Los Angeles, alla National Gallery di Londra, al Metropolitan di New York, al Louvre, all’Ermitage di San Pietroburgo, alla National Gallery di Washington, al Castello di Wavel a Cracovia (si conserva qui l’opera di Dosso Dossi più famosa che si trovi fuori dai confini italiani, ovvero il Giove pittore di farfalle).


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