“Quel Caravaggio è uscito illegalmente, il Met lo restituisca all'Italia”: il caso in Parlamento


Si riaccendono i riflettori sul caso della Negazione di san Pietro di Caravaggio, che sarebbe stata esportata illegalmente dall’Italia: il caso ora arriva in Parlamento.

Una celebre opera di Caravaggio (Michelangelo Merisi; Milano, 1571 - Porto Ercole, 1610), la Negazione di san Pietro, oggi al Metropolitan di New York, secondo la senatrice Margherita Corrado dovrebbe essere restituita all’Italia, dal momento che sarebbe stata esportata illegalmente negli anni Sessanta e dunque non dovrebbe trovarsi negli Stati Uniti: il caso dell’opera del Met è stato portato all’attenzione del Parlamento dalla senatrice del Movimento 5 Stelle con un’interrogazione parlamentare co-firmata dai suoi colleghi, tutti pentastellati, Danila De Lucia, Luisa Angrisani, Elio Lannutti e Nicola Morra.

Il dipinto dovrebbe risalire all’ultimo periodo napoletano dell’artista: non esistono documenti contemporanei a Caravaggio che leghino con certezza assoluta la Negazione di san Pietro all’artista, ma è comunque noto che l’opera, nel 1613, fu ceduta a Guido Reni da un incisore urbinate, Luca Ciamberlano, collaboratore del pittore bolognese (la notizia risulta da una quietanza del 3 maggio di quell’anno), nei confronti del quale Guido Reni vantava dei crediti. L’opera passò poi al cardinale Paolo Savelli ed è attestata nel suo palazzo di Ariccia, e quindi sempre nelle proprietà della famiglia a Roma, a Palazzo di Monte Savello. L’ultima attestazione nelle collezioni della famiglia Savelli risale al settembre del 1650, quando in un inventario è citata una “Ancella con S. Pietro negante, et una altra meza figura per traverso, p.mi 5, et 4 del Caravaggio, D. 250”. Il dipinto sarebbe rimasto nelle collezioni dei Savelli e dei loro eredi fino al XX secolo, per poi essere acquistato, in una data imprecisata ma comunque tra il 1945 e il 1952, sul mercato napoletano dal collezionista Vincenzo Imparato Caracciolo.

A questo punto la ricostruzione ufficiale del Metropolitan e quella della senatrice Corrado cominciano a divergere. Secondo il Met, la figlia di Caracciolo, la principessa Elena Imparato Caracciolo, avrebbe venduto l’opera nel 1970 a un restauratore di Losanna, un certo Ian Dik, che a sua volta avrebbe ceduto il dipinto al mercante newyorkese Julius Weitzner, il quale, nel 1976, vendette il dipinto al collezionista Herman Shickman. Infine, nel 1997, il Metropolitan acquisì la Negazione di san Pietro da Shickman. Corrado scrive che nel 1964 il dipinto si trovava a Napoli “dove fu riconosciuto dal restauratore Pico Cellini sulla scia delle ipotesi di Roberto Longhi”, e a seguito del restauro (risalente al 1959-1964), “sul finire del decennio”, scrive Corrado, “la tela fu venduta a nobili svizzeri e uscì dal Paese per approdare, in fine, alla collezione di Herman Shickman, la cui moglie Lila Acheson Wallace la cedette al MET nel 1997, tant’è che risulta inventariata con il n. 1997.167”.

Margherita Corrado fa sapere che “lo storico dell’arte Maurizio Marini, autore di una fortunata monografia sul Caravaggio, fin dal 1973 ricostruì in dettaglio e svelò le criticità del percorso accennato: dall’Italia, il dipinto sarebbe passato prima in una collezione di Losanna, uscendo dal Paese senza permesso di esportazione, poi, con la mediazione del restauratore Ian Dik, sarebbe giunto all’antiquario newyorchese Julius Waitzner; lo Shickman, aggiungono altre fonti, l’acquistò nel 1981 per esporlo poi a Londra nel 1982, a Washington nel 1983 e New York nel 1985, fino alla presunta vendita camuffata da donazione da parte di Lila Shickman alla direzione del Metropolitan, che ben difficilmente poteva ignorare le vicissitudini descritte”. Corrado scrive che l’“ipocrisia” toccò l’apice in occasione della grande e memorabile mostra su Caravaggio tenutasi a Napoli e a New York nel 1985 (Caravaggio e il suo tempo): nella versione italiana del catalogo, la storica dell’arte Mina Gregori scrisse che l’opera “Dopo il 1964 è uscita illegalmente dall’Italia”, concetto “edulcorato” nella traduzione inglese dove si legge “It left Italy after 1964”. Diverse altre sono le pubblicazioni successive che riprendono la tesi di Marini e indicano l’opera come esportata abusivamente.

Del caso della Negazione di san Pietro si è a lungo discusso anche in passato. Nel 2015, lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi intervenne più volte sulla vicenda, fornendo la ricostruzione della vicenda che poi Margherita Corrado ha portato in parlamento. “La traccia del percorso del dipinto”, scriveva Sgarbi in un articolo sul Corriere della Sera del 21 agosto 2015, “la mia diretta conoscenza degli eredi, con i quali spesso ho parlato, le pubblicazioni e anche gli articoli sui giornali, che descrivono le vicissitudini del dipinto e ne indicano inconfutabilmente l’uscita illegale dall’Italia, dovrebbero essere sufficienti a scatenare qualunque inquirente e qualunque nucleo dei carabinieri, soprattutto in considerazione dell’eccezionale importanza del dipinto, capolavoro della maturità del pittore, con un potente ed eloquente chiaroscuro: un’opera il cui valore non è oggi inferiore ai 150 milioni di dollari”. Sgarbi individuava anche un preciso responsabile, ovvero il curatore della pittura europea del Metropolitan, lo storico dell’arte Keith Christiansen: “la figura direttamente responsabile della vicenda”, scriveva Sgarbi, “è Keith Christiansen, il direttore del Metropolitan [in realtà non ha mai ricoperto questa carica, ndr], che conosceva perfettamente la storia del dipinto e la sua provenienza abusiva. Tra l’altro minuziosamente raccontata da Maurizio Marini, prima che nella monografia su Caravaggio, sulla rivista Napoli Nobilissima, nel 1973, pubblicando il dipinto”. Per Maurizio Marini, l’opera era stata esportata illegalmente dall’Italia attorno al 1966.

Sulle responsabilità di Christiansen concorda anche Margherita Corrado, che scrive: “altrettanta ambiguità circonda la donazione al Metropolitan, evidentemente fittizia, e il Museo sembra ormai così certo di averla ‘fatta franca’ che nel comunicato stampa di cordoglio per la morte di Lila (2018) ammette che la generosità dei coniugi Shickman permise ‘to acquire’ la ‘Negazione di Pietro’ di Caravaggio, mentre in quello per la morte di Herman (2007) aveva evitato riferimenti diretti. Solo la storica [sic] responsabile del dipartimento pittori europei, Keith Christiansen, al MET dal 1977 e protagonista del passaggio di mano, aveva richiamato, in un messaggio personale alla vedova associato a quello ufficiale, le interlocuzioni avute e la ferma volontà del defunto che l’opera ‘trovasse casa’ al MET”. E nel 2019 Sgarbi, in un articolo su Il Giornale, tirava in ballo anche Roberto Longhi: il dipinto, ricorda lo storico dell’arte, “Fu individuato e riconosciuto dal restauratore Pico Cellini nella collezione della principessa Elena Imprato Caracciolo a Napoli, dove l’aveva naturalmente visto Roberto Longhi, attribuendolo, certo maliziosamente, a Battistello Caracciolo, per favorire la vendita a persone di sua fiducia”.

Margherita Corrado, in definitiva, si appella al ministro dei beni culturali Dario Franceschini affinché si attivi per far tornare l’opera in Italia, chiedendo di sapere “quali iniziative abbia inteso intraprendere finora e quali assumerà in futuro per reclamare la restituzione all’Italia del suddetto dipinto di Caravaggio, che è pacifico sia uscito dal Paese senza che ne fosse stata autorizzata l’esportazione e senza che la direzione del Metropolitan, che lo detiene dal 1997, possa accampare la scusante dell’acquisto in buona fede, poiché lo acquisì ben conscio della sua storia recente, ricorrendo ad una donazione fittizia allo scopo di attenuare, apparentemente, le proprie responsabilità, a ben 14 anni dalla ratifica da parte degli Stati Uniti della Convenzione UNESCO di Parigi del 1970”.

Immagine: Caravaggio, Negazione di san Pietro (1610; olio su tela, 94 x 125,4 cm; New York, Metropolitan Museum of Art)

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