Focus restauro del Polittico dell'Agnello mistico. Prima puntata: la storia e i materiali


Prima puntata di quattro dedicate al restauro del Polittico dell’Agnello mistico di Jan e Hubert van Eyck. In questa si parla della storia dei restauri e dei materiali.

Opera capitale del Rinascimento fiammingo, nonché tra le più considerate e ammirate dell’intera storia dell’arte, il Polittico dell’Agnello mistico, capolavoro realizzato da Jan van Eyck (Maaseik, 1390 circa - Bruges, 1441) e da suo fratello maggiore, Hubert van Eyck (? - Gent, 1426), per secoli si è mostrato nella Cattedrale di San Bavone a Gent: dipinto nel 1432 per il nobile locale Joos Vijd, da un secolo esatto è tornato nel luogo per il quale fu realizzato, dopo una storia lunga e tormentata, che lo ha visto smontato e rimontato più volte, nascosto dalla comunità locale per sfuggire a guerre e saccheggi, sottratto dai francesi durante l’occupazione napoleonica del Belgio, smembrato e venduto nelle sue parti finché, nel 1920, l’opera non è stata finalmente riunita. A cent’anni esatti di distanza, la storia del Polittico dell’Agnello mistico si arricchisce di un nuovo capitolo: il lungo e attento restauro cui l’opera è stata sottoposta. In questo focus di quattro puntate cercheremo di comprendere, grazie al materiale che ci è stato fornito dai tecnici del KIK-IRPA (Istituto Reale di Belle Arti) di Bruxelles che hanno lavorato a questo complesso intervento, quali operazioni sono state condotte su questo polittico, come si presentava prima, come sarà dopo, perché è stato importante intervenire, quali sono i risultati.

Al di là delle varie peripezie cui l’opera è andata incontro nei secoli, sono stati molti gli interventi attraverso i quali il Polittico dell’Agnello mistico è stato più volte rimaneggiato dei secoli. Lo storiografo Marcus van Vaernewyck (Gent, 1518 - 1569) riporta, nel suo Den Spieghel der Nederlandscher Audtheydt, pubblicato nel 1568, che il primo intervento risale già al 1550: un restauro particolarmente sfortunato perché, stando alla sua testimonianza (l’unica però in tal senso), avrebbe comportato la distruzione della predella (o almeno questo è quello che riteniamo più probabile: Van Vaernewyck, nel testo, utilizza il termine voet, che letteralmente significa “piede”). A ovviare ai numerosi problemi insorti a seguito dell’infelice restauro sarebbero stati chiamati due importanti pittori del tempo, l’olandese Jan van Scorel (Alkmaar, 1495 - Utrecht, 1562) e il fiammingo Lanceloot Blondeel (Poperinge, 1498 - Bruges, 1561): lo apprendiamo sempre dalla cronaca di Van Vaernewyck. È a quest’epoca che risale la prima ridipintura dell’opera (nel complesso le ridipinture eseguite tra il XVI e il XVII secolo, come ha scoperto la campagna di documentazione condotta per l’attuale restauro, hanno riguardato più della metà della superficie pittorica, ovvero circa il 70%, in alcuni punti anche con più strati sovrapposti): non sappiamo con certezza se a eseguire i ritocchi siano stati gli stessi Van Scorel e Blondeel, ma possiamo immaginare che l’intervento sia servito per rendere il Polittico dell’Agnello mistico più affine alla religiosità del tempo. Si spiegherebbero in questo senso i pesanti ritocchi subiti dalla figura stessa dell’agnello, che com’è stato scoperto poche settimane fa, in origine aveva un aspetto totalmente diverso, molto più umanizzato rispetto a quello dell’agnello cinquecentesco, ovvero quello che avevamo sempre conosciuto sin qui.

Nella storia del Polittico dell’Agnello mistico si registrano altri passaggi importanti e altri restauri o rimaneggiamenti. Un nuovo restauro si ha nel 1612, per mano di un certo Novelliers, pittore di Bruxelles. A questo seguono, nel 1663, una pulizia eseguita da Antoine van den Heuvel, e un ulteriore restauro condotto nel 1731 (e nel frattempo i pannelli continuavano a essere smontati e riposizionati). Altri interventi vengono eseguiti dopo il 1816, ovvero dopo che il polittico, tornato a Gent a seguito della caduta di Napoleone (che l’aveva portato in Francia), viene venduto nelle sue singole parti. Tra il 1823 e il 1824, gli scomparti che erano stati acquistati da Federico Guglielmo III di Prussia vengono esaminati a Berlino, e si procede con ulteriori restauri tra il 1825 e il 1829 (trent’anni dopo è invece la volta degli scomparti rimasti a Gent). Nuove analisi vengono condotte nel 1922, dunque poco dopo la riunificazione del polittico e il suo ritorno nella Cattedrale di San Bavone: nel 1937, gli scomparti con Adamo ed Eva vengono sottoposti a un intervento del restauratore Van der Veken dei Musées Royaux des Beaux-Arts di Bruxelles, e poi la seconda guerra mondiale che incombe rende necessario il ricovero dell’opera in un luogo sicuro. Il Polittico dell’Agnello mistico viene così spedito a Pau, sui Pirenei francesi, dove viene sottoposto a ulteriori indagini per constatarne lo stato di conservazione. La sfortuna però si abbatte nuovamente sul polittico, perché il 3 agosto del 1942 viene requisito dai tedeschi e spedito al castello di Neuschwanstein in Baviera, e quindi subisce, tra il 1944 e il 1945, l’intervento del restauratore tedesco Karl Sieber. A guerra terminata, la Terza Armata dell’esercito americano trova il polittico nascosto nella miniera di sale di Altaussee, un borgo della Stiria, e lo fa trasferire a Monaco di Baviera: da qui, l’opera prende la strada di Bruxelles, finché, nell’ottobre del 1945, non viene di nuovo collocato nella Cattedrale. La complessa macchina ha però bisogno di ulteriori interventi: si arriva dunque all’importante campagna del 1950-1951, il più importante restauro subito dal dipinto prima di quello attuale.

Nel 1950, gli esperti sono divisi tra quelli che intendono seguire la “scuola anglosassone”, eliminando quindi le patine e le ridipinture che si erano sovrapposte all’originale per riportare il Polittico dell’Agnello mistico alle sue condizioni originarie, e chi invece preferisce attestarsi sulle posizioni della “scuola italiana”, che invece propende per non alterare la storia plurisecolare dell’opera limitandosi a un restauro conservativo ma non modificando i segni che la stratificazione aveva lasciato sul polittico. Viene così convocato un importante pool di esperti internazionali di restauro (tra i quali l’italiano Cesare Brandi), e alla fine si decide per un approccio orientato soprattutto a rispettare l’integrità storica dell’opera: l’intervento, dunque, è principalmente conservativo, e le sovrapposizioni vengono rimosse solo laddove è necessario per garantire la tutela del polittico. Il restauro viene concluso in tempi rapidi, e lascia aperte alcune domande importanti: non si era compreso, per esempio, fino a che punto fossero estese le ridipinture antiche, o fino a che punto arrivasse l’intervento di Jan van Eyck e dove invece cominciasse quello di suo fratello Hubert.

Comprendere la storia dei restauri è importante per capire come tutelare al meglio l’opera, perché i materiali cambiano nel corso del tempo, e reagiscono anche in maniera differente rispetto agli agenti che possono alterarli. Le vernici realizzate con i materiali tradizionali (mastici, olii, resine naturali varie), nonché quelle più recenti, sintetiche, con il tempo ingialliscono e si offuscano, compromettendo l’equilibrio dei colori originali e alterando la leggibilità dell’opera. C’è poi da considerare che la stessa disciplina del restauro è profondamente cambiata: in antico, le riparazioni sui polittici venivano eseguite da pittori, spesso non specializzati, che si limitavano a pulire l’opera con stracci o con solventi spesso aggressivi (per esempio con la soda caustica, con la quale molti dipinti sono stati danneggiati in maniera significativa), e con interventi che spesso conducevano a importanti ed estese abrasioni della superficie dipinta. Oggi invece i restauri vengono condotti da professionisti altamente formati, che sono in grado d’intervenire in modo selettivo sulle opere, con prodotti appositi in grado di rispettare la delicatezza dei materiali, e di risarcire le lacune utilizzando le tecniche utilizzate dagli autori delle opere.

Come detto sopra, le analisi sul dipinto hanno scoperto che, a fronte di estese ridipinture che hanno riguardato più della metà della superficie pittorica, il sottostante dipinto originale eseguito dai fratelli van Eyck era molto ben conservato, e della pittura quattrocentesca era stato perso solo il 5%. Intento del restauro avviato nel 2010 con una campagna d’indagini (e materialmente nel 2012) è stato dunque da una parte quello di assicurare la tutela dell’opera, e dall’altro quello di rimuovere le sovrapposizioni per riportare l’opera al suo stato originale, in modo da mostrare al pubblico l’aspetto quattrocentesco del polittico. Un restauro diretto da Hélène Dubois, restauratrice del KIK-IRPA, e condotto dai tecnici dell’ente pannello dopo pannello (solo un terzo per volta degli scomparti è andato nei laboratori: i rimanenti, di volta in volta, venivano lasciati nella Cattedrale di San Bavone affinché il pubblico potesse continuare a vederli), mostrato al pubblico in diretta, costato 2,1 milioni di euro e finanziato per l’80% dal governo delle Fiandre, e per il rimanente 20% dall’InBev-Baillet Latour Fund, fondazione no profit attiva dal 1974 che si occupa di sostenere le arti e la cultura. L’intervento, supportato da una commissione di venti esperti internazionali, sarà in grado di preservare l’opera per le generazioni future, come fanno sapere dal KIK-IRPA, e a restauro completato al Polittico dell’Agnello mistico saranno anche garantite le necessarie condizioni microclimatiche. Nelle prossime puntate di questo speciale focus dedicato al capolavoro di Jan e Hubert van Eyck, conosceremo la documentazione e gli interventi nel dettaglio. Il restauro è inoltre protagonista della grande mostra su Jan van Eyck che è in corso a Gent fino al 30 aprile 2020, ospitata nelle sale del Museum voor Schone Kunsten.

Nell’immagine: il Polittico dell’Agnello mistico (chiuso) prima e dopo il restauro.

Focus restauro del Polittico dell'Agnello mistico. Prima puntata: la storia e i materiali
Focus restauro del Polittico dell'Agnello mistico. Prima puntata: la storia e i materiali


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