Covid, il dato: all'aperto solo lo 0,1% dei contagi. Riapriranno almeno i siti archeologici?


I dati diffusi dall'ente irlandese che monitora i contagi da Covid-19 rivelano che solo lo 0,1% dei casi avviene all'aperto: la conferma di ciò che dicono diversi studi scientifici. Si può dunque pensare di riaprire almeno i siti archeologici, chiusi da novembre?

Stiamo sbagliando completamente la strategia di contrasto al Covid-19? È quello che si chiede il giornalista Antonio Piccirilli di Today dopo la pubblicazione, da parte dell’Health Protection Surveillance Centre (HPSC) dell’Irlanda, ovvero l’ente che monitora nel paese la situazione epidemiologica, i dati su dove siano avvenuti i contagi. I dati sono stati comunicati dall’HPSC al quotidiano The Irish Times che li aveva espressamente richiesti: secondo quanto riporta la testata, l’HPSC ha rilevato che soltanto lo 0,1% dei contagi è riconducibile a un’attività compiuta all’aperto. L’ente pubblico irlandese ha monitorato 232.164 casi dall’inizio della pandemia fino al 24 marzo: di questi, 262 sono il risultato di una trasmissione all’aperto.

Nello specifico, ci sono stati 42 focolai riconducibili ad assembramenti all’aperto, 21 dei quali (con 124 casi) legati ad attività lavorative nei cantieri edilizi, un focolaio che si è sviluppato durante un’attività all’aperto tra due famiglie, e 20 focolai legati ad attività sportive che hanno generato 131 casi di contagio. Se è l’HPSC è riuscito a risalire all’origine del contagio, non è tuttavia possibile determinare in quale modo di preciso sia avvenuto il contagio.

Il numero relativamente basso di casi che risultano da trasmissione all’aperto, ricorda l’Irish Times, trova riscontri anche negli studi scientifici. Uno studio cinese condotto all’inizio della pandemia (tra il 4 gennaio e l’11 febbraio 2020) su 1.245 casi di contagio monitorati ha rilevato che soltanto tre sono stati infettati all’aperto (parlavano tra loro a stretta distanza senza mascherina). E secondo uno studio della University of California pubblicato sul Journal of Infectious Diseases, le possibilità di sviluppare la malattia sono 19 volte maggiori al chiuso rispetto a situazioni all’aperto.

“È tuttavia assodato”, spiega anche Piccirilli, “che i luoghi chiusi ci espongono ad una probabilità di infezione enormemente più elevata rispetto agli ambienti esterni. Zeynep Tufekci, sociologa e docente presso la School of Information and Library Science dell’Università del North Carolina, insiste da tempo sul fatto che la comunicazione sui rischi del contagio sia stata fuorviante. Perché insistere sull’importanza di restare a casa se i luoghi esterni - a patto di osservare le solite regole di buonsenso - sono più sicuri delle mure domestiche?”. Secondo Tufekci, per esempio, le spiagge sono forse il luogo più sicuro dove ci si può trovare in una pandemia, nonostante in molte città d’Italia siano state chiuse nel weekend pasquale (col paradossale risultato che le persone sono state incentivate a rimanere in casa, dove in occasione delle riunioni familiari festive è molto più facile contagiarsi).

Ha dunque senso sconsigliare alle persone di recarsi nei parchi, nelle spiagge, negli ambienti all’aperto? La domanda potrebbe a questo punto valere anche per i siti archeologici: luoghi spesso poco frequentati, per la stragrande maggioranza all’aperto, e in virtù della loro conformazione perfettamente in grado di minimizzare qualunque rischio di contagio, dato che è molto facile far rispettare il distanziamento. Eppure, i siti archeologici, al pari di musei, cinema e teatri, rimangono ostinatamente chiusi da novembre: e alla luce dei tanti studi che dimostrano il basso rischio contagio all’aperto, forse sarebbe ora di domandarsi se non sia il caso di riaprirli.

Nella foto: il Parco Archeologico di Luni (La Spezia). Foto di Finestre sull’Arte

Covid, il dato: all'aperto solo lo 0,1% dei contagi. Riapriranno almeno i siti archeologici?
Covid, il dato: all'aperto solo lo 0,1% dei contagi. Riapriranno almeno i siti archeologici?


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