Parigi, il Musée du Quai Branly espone 26 oggetti prima di restituirli al Benin


Una mostra di soli cinque giorni per 26 oggetti che il Musée Branly restituirà al Benin. Si tratta di oggetti che furono prelevati dai francesi durante la guerra di colonizzazione del regno Danhomè.

Cinque giorni per vedere 26 opere in mostra prima che tornino al loro paese d’origine. Succede a Parigi, al Musée du Quai Branly, dove dal 26 al 31 ottobre vengono mostrati al pubblico 26 oggetti che la Francia restituirà al Benin. Si tratta di pezzi dei tesori reali di Abomey, entrati a far parte delle collezioni nazionali francesi 130 anni fa: furono prelevati con la forza durante le guerre di colonizzazione. A seguito di un accordo tra i due paesi, nel dicembre 2020 è stata votata e promulgata dalla Francia una legge che prevede il trasferimento definitivo della proprietà delle opere alla Repubblica del Benin. La mostra, concepita assieme alle autorità beninesi, offre al pubblico l’opportunità di ammirare questi pezzi prima della loro partenza, ma anche di comprendere e misurare la portata del processo di restituzione, di apprezzare l’esigenza di chiarezza e rigore che il Musée du quai Branly indica come valore che guida il suo rapporto con le collezioni, in nome dell’accuratezza storica, dell’arricchimento del sapere e della sua più ampia diffusione.

L’arrivo in Francia di queste opere risale all’epoca della guerra di colonizzazione che, tra il 1890 e il 1894, oppose il regno di Danhomè alla Francia. Una colonna guidata dal colonnello Dodds, il 17 novembre del 1892, entrò nella capitale Abomey, dove le truppe francesi occuparono il palazzo di re Béhanzin, che nel frattempo lo aveva lasciato, e asportarono diversi oggetti a titolo di bottino di guerra. Il colonnello Dodds (divenuto poi generale) decise, tra il 1893 e il 1895, di donarne 26 al Musée d’Ethnographie du Trocadéro: si tratta degli oggetti entrati poi a far parte della raccolta del Musée du Quai Branly. Il Benin divenne indipendente nel 1960 (con il nome di Dahomey), e solo nel 2005 si cominciò a parlare di restituzione delle opere, quando Christiane Taubira, deputata della Guyana, chiese al governo francese di riportare le opere nelle terre d’origine. Risale invece al 2016 la richiesta ufficiale da parte del governo del Benin: inizialmente la Francia la rifiutò in nome del principio di inalienabilità del patrimonio nazionale, salvo poi cambiare idea a seguito del famoso rapporto di Felwine Sarr e Bénédicte Savoy sulla restituzione del patrimonio africano. Si arriva così al dicembre 2020, quando viene promulgata la legge che consente di derogare al principio di inalienabilità. In Benin, le opere entreranno a far parte del Musée de Ouidah, che racconta la storia del regno di Danhomè. La Francia ha sottoscritto un programma di sostegno e cooperazione per valorizzare le opere.

La mostra racconta le origini e la storia di questi oggetti, che in particolare sono: tre statue bochio in legno e metallo (erano statue che servivano come amuleti per proteggere l’esercito), tutte della seconda metà del XIX secolo; sei asẽn, altari portatili fissati su aste che servivano per commemorare un defunto (tutti del XIX secolo); una sedia cerimoniale katakiè (era usata per le cerimonie reali o cultuali) del XIX secolo; il trono di re Ghézo, dell’inizio del XIX secolo; il trono di re Glèlè, realizzato tra il 1858 e il 1889; un recipiente lavorato, con coperchio, del XIX secolo; uno scranno reale decorato con sculture, in legno, della fine del Settecento o dell’inizio dell’Ottocento; le porte del palazzo del re Glèlè, realizzate in legno, pigmenti e ferro negli anni Ottanta dell’Ottocento; tre kpo, ovvero scettri a forma d’ascia (usati dal re ma anche da alti dignitari e dai sacerdoti dei culti vudù) della fine del XIX secolo; un fuso da tessitura del XIX secolo; un piccolo orditoio del XIX secolo; una tunica, un paio di pantaloni e una borsa da soldato, della fine del XIX secolo.

Gli oggetti più interessanti sono i tre bochio dei re Ghézo, Glèlè e Béhanzin, che sono stati anche oggetto di uno studio scientifico che ha avuto l’obiettivo di comprendere la loro costituzione interna ma anche la loro funzione. Sono statue a grandezza naturale, attribuite allo scultore Sossa Dede, autore di statue rituali e opere in legno alla fine del XIX secolo. Lo studio è stato condotto dal dipartimento ricerca e istruzione e dal dipartimento patrimonio e collezioni del Musée du Quai Branly, nelle persone di Philippe Charlier e Christophe Moulherat. È stato condotto un esame radiografico completo per studiare i materiali (sono stati riscontrati anche restauri antichi nella statua di Béhanzin).

Per saperne di più è possibile visitare il sito del Musée du Quai Branly.

Nell’immagine, le tre statue bochio: l’uomo pesce di re Béhanzin, l’uomo leone di re Glèlè, l’uomo uccello di re Ghézo.

Parigi, il Musée du Quai Branly espone 26 oggetti prima di restituirli al Benin
Parigi, il Musée du Quai Branly espone 26 oggetti prima di restituirli al Benin


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