Gauguin era un pedofilo colonialista? Una mostra a Londra si pone il problema dei suoi rapporti a Tahiti


A Londra, la prima mostra sulla ritrattistica di Paul Gauguin si pone il problema del suo comportamento con le ragazze di Tahiti.

La mostra Gauguin Portaits, in corso alla Sainsbury Wing della National Gallery di Londra fino al prossimo 26 gennaio, non verrà ricordata solo per essere stata la prima mostra di sempre dedicata alla ritrattistica di Paul Gauguin (Parigi, 1848 - Atuona, 1903), ma anche per il fatto che l’esposizione si pone il problema di come l’artista si comportò durante i suoi soggiorni a Tahiti: Gauguin sbarcò sull’isola polinesiana (all’epoca colonia francese) per la prima volta nel 1891, trattenendosi per due anni, poi vi tornò nel 1897 per abbandonarla nel 1901, quando si trasferì a Hiva Oa, dove scomparve nel 1903.

Sono soprattutto i rapporti con le giovani isolane il focus su cui si concentra l’attenzione della mostra, curata da Cornelia Homburg e Christopher Riopelle. La vita e l’arte di Gauguin, assicurano i curatori, “è ormai sempre più sotto esame, e questo vale in particolar modo per il periodo che ha trascorso nella Polinesia del sud. La National Gallery intende esplorare questo argomento controverso e stimolare riflessioni che considerino le relazioni di Gauguin e l’impatto del colonialismo attraverso i prismi del dibattito contemporaneo”. I pannelli didascalici della National Gallery informano dunque che “Gauguin ha senza dubbio sfruttato la sua posizione di occidentale privilegiato per ottenere quante più libertà sessuali poteva garantirsi”, e che “all’epoca di Gauguin, erano molto diffuse le fantasie misogene dell’Europa coloniale sulle donne polinesiane. L’artista intrattenne ripetutamente relazioni sessuali con ragazze molto giovani, ‘sposandone’ due e facendo con loro dei figli. Non è stato invece registrato il punto di vista di Teha’amana sulla loro relazione”: il riferimento è a Teha’amana, una delle ragazze che Gauguin prese in moglie, soggetto di molti suoi dipinti, a cominciare da Merahi metua no Teha’amana (“Gli antenati di Teha’amana”) dell’Art Institute di Chicago, uno dei capolavori presenti in mostra.

Nel mondo anglosassone si è dunque aperto un ulteriore dibattito critico e giornalistico sulla possibilità di separare il lavoro di un artista dalla sua vita e in particolare dal suo comportamento morale. La museologa Janet Marstine ha dichiarato, in un articolo sul Telegraph a firma di Ed Southgate, che “la National Gallery ha fatto un importante passo avanti nel riconoscere che non è più eticamente sostenibile interpretare le opere nell’ambito di un vuoto estetismo: la posizione di un artista nei canoni occidentali non lo rende immune dai suoi obblighi morali”.

Sul New York Times, Farah Nayeri, domandandosi se sia il caso di rivedere il modo in cui guardiamo all’arte di Gauguin, registra la posizione di diversi studiosi, a cominciare dal curatore Riopelle, che sostiene come non sia più tempo di chiudere un occhio sul modo in cui gli artisti si comportavano: “Gauguin era una persona molto complicata, impulsiva e insensibile”, sostiene Riopelle, dichiarandosi peraltro “deluso” per il fatto che la sua necessità di creare opere d’arte “lo abbia portato a fare del male alle persone, o ad abusare di loro in una maniera così pessima”. Vicente Todolí, che oggi è direttore artistico di Pirelli HangarBicocca a Milano ma che nel 2010 curò una grande mostra su Gauguin per la Tate Modern, afferma che “si può totalmente aborrire e detestare la persona, ma la sua opera è la sua opera: una volta che un artista crea qualcosa, non appartiene più all’artista, appartiene al mondo”. Dura la posizione della curatrice Ashley Remer, fondatrice di un museo online (girlmuseum.org) dedicato alla rappresentazione delle ragazze nella storia e nella cultura: “detto bruscamente, Gauguin è stato un pedofilo arrogante, paternalista e sopravvalutato. Se i suoi dipinti fossero fotografie sarebbero lavori molto più scandalosi e oggi non li avremmo accettati. Non dico però di tirare giù le opere dalle pareti: dico semplicemente che bisogna spiegare e rivelare tutto, ma proprio tutto, sulla persona”.

Nell’immagine: Paul Gauguin, Merahi metua no Teha’amana, dettaglio (1893; olio su tela, 76 x 54 cm; Chicago, Chicago Art Institute)

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