Istat, la crisi di cultura e turismo è “drammatica”: perse migliaia di posti di lavoro


Metà dei posti di lavoro persi in Italia nel 2020 sono in cultura e turismo: secondo l'Istat, la crisi di questo settore, devastato dalle restrizioni anti-Covid, è “drammatica”.

Sono decisamente brutte le notizie che si apprendono dalla memoria dell’Istat per il decreto legge sostegni: l’Istituto Nazionale di Statistica ha presentato un corposo documento che si concentra su alcuni dei temi oggetto d’intervento del Decreto Sostegni, in cui si fa il quadro della situazione e dove uno dei sei capitoli è specificamente riservato all’area cultura e turismo. Intanto, gli aspetti positivi: le prospettive per i prossimi mesi sono favorevoli (l’Eurozome Economic Outlook prevede che a partire dal secondo trimestre del 2021 vengano recuperati i ritmi produttivi in area euro, nonostante il quadro di forte incertezza), e in Italia si registrano lievi segnali di ripresa (esportazioni a gennaio in crescita rispetto a dicembre, e indice del clima di fiducia delle imprese che a marzo fa segnare un miglioramento, proseguendo la fase di recupero cominciata a novembre).

I settori che però se la passano peggio sono proprio quelli della cultura e del turismo. Su quest’ultimo ha inciso in particolar modo la chiusura degli impianti sciistici, che ha causato un crollo delle presenze nei comuni a vocazione montana: nella stagione invernale 2020-2021 si è registrato un crollo del 93% rispetto all’anno precedente. Ma più in generale, confrontando i dati del 2020 con quelli del 2019, il settore del turismo, secondo l’Istat, ha “subito un profondo shock, con quasi 233,2 milioni di presenze di clienti in meno negli esercizi ricettivi rispetto al 2019 (un calo del 53%)”. Il crollo si è avuto soprattutto tra gli stranieri, diminuiti del 70%, mentre la clientela italiana fa registrare una flessione del 36%. Il comparto alberghiero è quello che soffre di più: le presenze del 2020 sono appena il 43% di quelle del 2019 (mentre nel settore extra-alberghiero il dato è di poco più alto: 53%).

C’è poi la profonda crisi dello spettacolo: secondo i dati dell’Osservatorio dello Spettacolo SIAE, il numero di manifestazioni di spettacolo dal vivo è diminuito, nel 2020, del 69,3% rispetto al 2019, gli ingressi sono calati del 72,9% (246 milioni nel 2019), la spesa al botteghino ha avuto un crollo del 77,6% (2,779 miliardi di euro nel 2019). “Anche dopo il lockdown”, rileva l’Istat, “molti luoghi dello spettacolo non hanno riaperto le porte: complessivamente nel 2020 solo 46.724 esercizi hanno organizzato almeno un evento, a fronte dei 94.687 del 2019; anche durante la ripresa estiva (dal 15 giugno al 25 ottobre 2020), il numero di giornate è stato pari a poco più della metà (51,9%) dello stesso periodo dell’anno precedente”. Per quanto riguarda il cinema, calo del 70,9% degli ingressi (104,4 milioni nel 2019) e calo della spesa al botteghino del 71,6% (667,9 milioni di euro nel 2019). Il teatro ha avuto una riduzione del 70,7% in termini di ingressi e del 78,5% per la spesa al botteghino, mentre i concerti fanno segnare -83,2% sugli ingressi e -89,3% sulla spesa al botteghino. Nel settore della manifestazione sportiva, l’Istat non usa mezzi termini, parlando di una crisi “drammatica”: gli ingressi sono calati del 77,5% (30,8 milioni nel 2019) e la spesa al botteghino dell’84% (501,6 milioni di euro nel 2019). Per quanto riguarda le mostre, calo del 77,9% del pubblico (26,4 milioni di ingressi nel 2019) e introiti da bigliettazione diminuiti del 76,7% (196,1 milioni di euro nel 2019).

Molto pesante, dunque, la situazione nel mercato del lavoro nel settore del turismo e della cultura, “colpiti in modo drammatico dalla crisi”, riferisce l’Istat. Intanto, i dati del 2019: allora gli occupati del settore turistico erano 1 milione e 647mila (7,1% del totale degli occupati in Italia), mentre la cultura coinvolgeva 636mila occupati (2,7% del totale). Sono ricompresi tra gli occupati del turismo quelli che lavorano in trasporto aereo, hotel e alloggi per vacanze, campeggi, agenzie di viaggio e tour operator nonché servizi di prenotazione, ma anche quanti lavorano in attività “parzialmente turistiche” come trasporto ferroviario interurbano, trasporto con taxi e noleggio di autovetture, trasporto marittimo e costiero, trasporto per vie d’acqua interne, ristorazione e bar, noleggio di autovetture, noleggio di attrezzature sportive. Sono invece considerati lavoratori della cultura i professionisti impiegati nella stampa e nella riproduzione di supporti registrati, nell’attività di produzione cinematografica, video, programmi televisivi, registrazioni musicali, i creativi, gli artisti, gli intrattenitori, i lavoratori di biblioteche, archivi, musei e altre attività culturali, i fabbricatori di strumenti musicali, i designer, i fotografi, i traduttori e gli interpreti, i gioiellieri e gli orefici, i librai, i giornalai e i cartolai, i venditori di musica e video, gli editori di libri, quotidiani e riviste, gli editori di giochi per computer, le agenzie di stampa, gli studi di architetture, i noleggi di videocassette e dischi.

La maggior parte degli occupati del turismo, fa sapere l’Istat, lavorano nei settori “parzialmente turistici” (sono il 79,8% del totale, mentre i rimanenti, 295mila occupati, lavorano nei settori strettamente turistici). “Nel 2020”, spiega l’Istat in merito alla composizione contrattuale dei lavoratori del settore, “il turismo mostra una quota di dipendenti a termine e di indipendenti più elevata di quella registrata per il totale dell’economia: i primi sono circa un quinto (il 20,3% rispetto all’11,7%) e i secondi quasi un terzo del totale (il 31,8% contro il 22,5%). Più diffuso è anche il lavoro part time (27,9% contro il 18,5% del totale occupati), che in oltre sette casi su dieci è di tipo involontario – svolto cioè per mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno”. Diversa la situazione nel settore cultura che, spiega l’istituto, “si caratterizza per un’elevata presenza di indipendenti – che rappresentano oltre la metà degli occupati del settore (54,3% rispetto al 22,5% del totale occupazione), di professioni qualificate (67,2% contro 35,8%) e, soprattutto, di laureati (43,5% rispetto a 24,1%)”. Il settore culturale è fatto soprattutto di unità di piccole e piccolissime dimensioni: il 97,8% delle imprese del settore è costituito da micro-imprese con meno di 10 addetti: si tratta del 64,7% della forza lavoro totale, del 41,2% del valore aggiunto e del 34,5% del fatturato. La dimensione media delle imprese culturali è più piccola della media di tutte le imprese italiane: 2 addetti rispetto ai 3,8 della media totale (le imprese con 0-1 addetti includono l’81% delle imprese culturali occupando il 38,6% degli addetti e realizzando il 23,1% del valore aggiunto e il 16,1% del fatturato).

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha “colpito duramente questi settori”, spiega l’Istat: il settore turistico ha perso 187mila occupati (calo dell’11,3%) e il settore della cultura 33mila (calo del 5,2%). Si tratta di valori molto più alti della media nazionale calcolata su tutti i settori (-2%). Infine, l’Istat calcola che i posti di lavoro persi in turismo e cultura rappresentino circa la metà di tutta l’occupazione persa tra il 2019 e il 2020, che ammonta a 456mila persone che non hanno più un lavoro.

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