Emilio Isgrò rilegge la Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci. “Cercherò di fare un lavoro che parli a tanti”


Dal 1° maggio al 4 agosto 2019, il Museo della Battaglia e di Anghiari (Anghiari, Arezzo) ospita un confronto tra due grandi artisti, uno del passato e uno della contemporaneità: Leonardo da Vinci (Vinci, 1452 - Amboise, 1519) ed Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, 1937). In particolare, l’artista siciliano si confronta con uno dei più importanti lavori di Leonardo da Vinci (benché noto solo da studi e riproduzioni), la Battaglia di Anghiari. Isgrò si è cimentato nel compito di affrontare il tema della battaglia di Leonardo cercando di interpretare lo stato d’animo del grande artista toscano, osservando da vicino la sua vicenda umana, storica e artistica, per arrivare a elaborare una chiave di lettura universale, capace di offrire molteplici interpretazioni contemporanee. La mostra, intitolata Emilio Isgrò per la Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci, propone dunque al pubblico un lavoro inedito di Isgrò, appositamente realizzato per l’occasione. La rassegna attraversa inoltre la ricorrenza del 29 giugno, il giorno in cui, nel 1440, l’esercito fiorentino si scontrò con quello milanese nella pianura nei pressi di Anghiari (la vittoria sarebbe stata riportata dai fiorentini).

La battaglia di Anghiari rimanda al quadro delle guerre di Lombardia, la serie di conflitti che per circa un trentennio, dal 1423 fino alla Pace di Lodi del 1454, il Ducato di Milano, nell’ambito della sua politica di espansione, combatté contro la Repubblica di Venezia e i suoi alleati (tra i quali figurò, fino al 1450, la Repubblica di Firenze, che poi a sua volta si alleò con Milano a partire da quello stesso anno). Ad Anghiari l’esercito visconteo guidato dal condottiero Niccolò Piccinino, perugino assoldato dal duca di Milano, Filippo Maria Visconti, dovette soccombere alle forze fiorentino-venete (comandate da Micheletto Attendolo, Giovanni Antonio Orsini del Balzo e Ludovico Scarampo Mezzarota), numericamente superiori (contavano oltre novemila unità contro le mille dei milanesi, a cui s’aggiunse un contingente di duemila uomini provenienti dalla vicina Sansepolcro): nei pressi del borgo toscano, dopo quattro ore di estenuante battaglia, la coalizione formata da veneziani, fiorentini e milizie dello Stato Pontificio, riuscì a prevalere, e grazie alla vittoria i fiorentini poterono consolidare il loro dominio sulla Toscana.

Ma la Battaglia di Anghiari è passata alla storia soprattutto per la raffigurazione immaginata da Leonardo da Vinci, e che oggi tuttavia conosciamo solo in maniera indiretta. Nel 1503, la Repubblica di Firenze commissionò a lui e a Michelangelo Buonarroti due scene da affrescare sulle pareti del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, due significativi episodi della storia fiorentina: a Michelangelo fu affidata l’esecuzione della Battaglia di Cascina, mentre a Leonardo fu commissionata la Battaglia di Anghiari. Tuttavia, nessuno dei due portò a termine l’opera: Leonardo sperimentò infatti una tecnica simile a quella che aveva adoperato per il Cenacolo di Milano, non avvalendosi dell’utilizzo dell’affresco, ma facendo ricorso a una pittura murale da far asciugare col calore. Per riuscire nell’intento, Leonardo approntò due pentoloni alimentati da legna per raggiungere il prima possibile l’elevata temperatura che avrebbe fatto seccare la pittura: tuttavia, l’ambiente era talmente vasto che l’artista non riuscì a ottenere la temperatura necessaria prima che la pittura colasse rovinando irrimediabilmente il dipinto. Leonardo abbandonò così il lavoro: oggi non conserviamo neppure i cartoni, ma conosciamo la Battaglia di Anghiari attraverso alcuni studi e le riproduzioni di altri artisti (per esempio la celeberrima Tavola Doria, da alcuni attribuita allo stesso Leonardo da Vinci, benché si tratti di un’ipotesi non condivisa dalla critica). Per la sua opera, Leonardo scelse di concentrarsi su di un momento particolare della battaglia, quello della lotta per lo stendardo, nel quale sono coinvolti sia i comandanti dell’esercito milanese (Niccolò Piccinino e suo figlio Francesco, descritti con volti contorti in smorfie violente e quasi ferine) sia quelli delle truppe fiorentine (Ludovico Scarampo Mezzarota e Pietro Giampaolo Orsini) con, in basso, due soldati che si azzuffano con ferocia.

Il Borgo di Anghiari
Il Borgo di Anghiari


Anonimo, copia dalla Battaglia di Anghiari da Leonardo (XVI secolo; stampa)
Anonimo, copia dalla Battaglia di Anghiari da Leonardo (XVI secolo; stampa)

“Compendio di tutti i saperi di Leonardo”, ha scritto in passato Carlo Pedretti, tra i maggiori specialisti di sempre dell’artista di Vinci, la Battaglia di Anghiari rappresenta, proprio per questo motivo, un “capolavoro assoluto, seppur frammentario e presto perduto, capace di lanciare bagliori accecanti di novità che colpirono in profondità la mente degli intendenti. Non è un caso che artisti del calibro di Raffaello, di Michelangelo o di Rubens ne siano rimasti fortemente impressionati. [...] Il proposito di Leonardo era quello di riuscire a raffigurare in una sola immagine una storia piena di movimento e non sincrona, un episodio denso di situazioni particolari dagli esiti già impliciti negli atti raffigurati e carico, per giunta, di un significato simbolico e morale. Un disegno di tale ambizione che nessuno avrebbe potuto descrivere verbalmente in maniera più efficace”.

“Accostarsi a un’opera leonardesca di dimensioni ragguardevoli, che per giunta non esiste più, ammesso che sia mai esistita, visto che Leonardo aveva sempre problemi coi materiali e con la loro resistenza, significa, per un artista, affrontare un problema che non è semplicemente di marketing, ma è fatto anche di contenuti che trascendono il marketing”, ha dichiarato Emilio Isgrò. “Significa semplicemente considerare l’arte una forma di sfida alla propria umanità, al proprio essere nel mondo, e alla necessità di considerare il momento in cui la politica apparentemente non ha più strumenti per agire, di considerare l’arte essa stessa una forma di politica, anzi la forma più alta di politica”.

Emilio Isgrò è uno tra i più conosciuti e prestigiosi artisti italiani a livello internazionale. Poeta, scrittore, drammaturgo e regista oltre che artista visivo, dagli anni Sessanta fa virare il suo percorso professionale, che comprendeva le attività di editor e giornalista, in maniera naturale e necessaria verso un nuovo ed originale linguaggio. L’artista infatti, nel 1964, realizza le prime opere: le “cancellature” di testi, applicate su enciclopedie e libri, che diventano la sua più nota e riconosciuta forma espressiva. Isgrò declinerà in seguito il peculiare e riconoscibile tratto su cartografie e addirittura su pellicole cinematografiche. Il suo lavoro è un contributo fondamentale per la nascita e gli sviluppi della poesia visiva e dell’arte concettuale. “La cancellatura”, dice l’artista, “non è una banale negazione ma piuttosto l’affermazione di nuovi significati: è la trasformazione di un segno negativo in gesto positivo”.

Emilio Isgrò, Enciclopedia Treccani (vol. XXXII), 1970
Emilio Isgrò, Enciclopedia Treccani (vol. XXXII), 1970


Emilio Isgrò, Carta, 1972
Emilio Isgrò, Carta, 1972

“Cercherò, con la mia opera, di fare un lavoro che parli non dico a tutti, ma a un gran numero di persone”, ha aggiunto Emilio Isgrò a proposito del suo lavoro per Anghiari. “Mi rendo conto che il mio lavoro è un lavoro abbastanza duplice, con più facce: la cancellatura in sé, tanto per puntare sulla parte più nota del mio lavoro, in sé non è che una cancellatura, quindi apparentemente facile, e in effetti la cancellatura è il rovesciamento del linguaggio quando il linguaggio non parla più. È un’operazione ecologica della mente, delle lingue, delle parole e delle immagini stesse. Però ha una fortuna rispetto ad altri gesti di artisti bravissimi: la cancellatura arriva al pubblico, proprio perché io fin da ragazzo non ho voluto creare un’arte così sofisticata che parlasse soltanto ai critici e a certi collezionisti. Ho cercato di creare un’arte capace di parlare anche a chi va in un museo e ci arriva da solo o quasi, con poche spiegazioni. Perché ci sono forme d’arte che nel Novecento, per esempio una parte dell’arte concettuale, che a cinquant’anni della sua nascita ancora bisogna spiegare. Io invece sono per una forma d’arte che data la chiave e spiegata una volta, poi non ne ha più bisogno, perché il resto viene da solo”.

La mostra è realizzata con il patrocinio del Comitato nazionale per le celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci, con il patrocinio del Touring Club Italiano e con il sostegno della Regione Toscana. Il Museo della Battaglia di Anghiari apre, nel periodo della mostra, tutti i giorni dalle 9:30 alle 13 e dalle 14:30 alle 18:30. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito del Museo della Battaglia di Anghiari. Per poter partecipare all’inaugurazione, che avrà luogo il 1° maggio alle ore 11:30, è necessario prenotare gratuitamente la propria presenza.

Nella foto in basso: Emilio Isgrò cancella il manifesto del futurismo.

Emilio Isgrò rilegge la Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci. “Cercherò di fare un lavoro che parli a tanti”
Emilio Isgrò rilegge la Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci. “Cercherò di fare un lavoro che parli a tanti”

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