Novità e aspetti inediti su Giulio Romano a Mantova nel nuovo libro di Stefano L'Occaso


“Questo libro dedicato a Giulio Romano ne esalta le virtù creative e suggerisce alcuni percorsi, tra vie battute e nuove, per ricostruirne l’immensa fortuna. Partendo da Mantova, un lavoro siffatto, asistematico e anche umorale, non può compensare la mancanza di una monografia aggiornata, dato che l’unica essitente che esamini l’artista a 360 gradi è quella di Hart, che risale però al 1958. Questo lavoro è prezioso per la capillare analisi della produzione dell’artista, per il ricco apparato iconografico, per il regesto documentario e per l’elenco dei disegni allora noti, ma è ovviamente datato e soprattutto quasi introvabile: i due volumi dell’opera sono offerti su internet a prezzi da capogiro”. È ponendosi il problema di una monografia aggiornata su Giulio Romano (Giulio Pippi de’ Iannuzzi; Mantova, 1499 circa - 1546) che si apre il libro Giulio Romano «universale», impegnativo lavoro di Stefano L’Occaso, storico dell’arte, restauratore, già direttore del Polo Museale della Lombardia, esperto di arte mantovana del Cinquecento.

Il volume, edito dalla casa editrice Il Rio di Mantova, parte dalla consapevolezza che, pur non potendo colmare ancora la lacuna di una nuova monografia sul grande artista, ci sono alcuni ambiti di studio sull’arte giuliesca che richiedono aggiornamenti da non poter essere rimandati a data da destinarsi. Il focus del libro, intanto, è ristretto: si parla esclusivamente di quanto Giulio Romano ha fatto a Mantova, dalla data del suo arrivo in città (il 1524) fino alla sua scomparsa occorsa nel 1546 (vengono pertanto esclusi gli anni romani). Ma si tratta di anni in cui Giulio Romano ha fatto tantissimo: si pensi soltanto ai cantieri di Palazzo Ducale e di Palazzo Te, o alle tante imprese che l’artista seguì in città, a cominciare dalle opere nella basilica albertiana di Sant’Andrea o dalla casa di Giulio Romano in contrada dell’Unicorno, per non far menzione delle tante pale d’altare che Giulio e gli artisti della sua bottega hanno lasciato nelle chiese dell’attuale provincia di Mantova, da Curtatone a San Benedetto Po, da Nuvolato di Quistello a Felonica. Alcuni capitoli sono inoltre dedicati alle imprese fuori dalla provincia (ovvero, fuori dal ducato dei Gonzaga): si parla del presbiterio del Duomo di Verona e delle decorazioni della basilica di Santa Maria della Steccata a Parma e di quella di Santa Maria di Campagna a Piacenza.

Per ognuno degli interventi che le fonti antiche ricordano come eseguito da Giulio Romano, Stefano L’Occaso s’interroga sull’estensione delle realizzazioni del grande allievo di Raffaello, vagliando le più recenti ipotesi della critica, e traccia chiari percorsi all’interno della stessa arte giuliesca: il cantiere del monastero di Polirone a San Benedetto Po, per esempio, rappresenta l’esordio della decorazione plastica in stucco, che a partire da poco dopo questa data, scrive l’autore, avrebbe “prevalso su quella pittorica nel rifacimento del duomo cittadino, opera estrema di Giulio Romano”. E ancora, nella cappella Boschetti in Sant’Andrea (i cui lavori si conclusero, secondo l’autore, nel 1536), L’Occaso individua il punto di partenza “per la decorazione di tutte le altre cappelle della basilica albertiana, dipingendo le pareti laterali con due vaste scene unitarie e destinando una pala su tela alla parete di fondo”.

Particolarmente ricchi i due capitoli dedicati ai grandi cantieri gonzagheschi, quelli di Palazzo Ducale e Palazzo Te, che includono informazioni e ipotesi non soltanto sulle opere in sé, ma anche su come procedettero i lavori. È pertanto interessante constatare quanto L’Occaso scrive a proposito di come Giulio strutturò le sue imprese: “Giulio diresse i suoi cantieri sia per le fasi costruttive che per quelle decorative, con una notevole cesura (a mio parere) nel trattamento degli esterni e degli interni: se i primi vivono della loro forza architettonica, i secondi sono invece costruiti e realizzati per accogliere le decorazioni e gli aspetti architettonici sono spesso in subordine rispetto a quelli decorativi. Le soluzioni adottate subirono enormi variazioni nel giro di pochi anni, con un graduale abbandono di quelle più tradizionali del Quattrocento”. Proseguendo, L’Occaso ricorda come Giulio Romano portò a Mantova l’esperienza che aveva maturato nella bottega di Raffaello a Roma, conducendo i suoi cantieri e le fasi progettuali di questi ultimi nel modo in cui Raffaello conduceva i propri: ponendosi come prolifico e “vulcanico” inventore che produceva una vasta mole di disegni, utili soprattutto per il loro fine pratico che non come opere compiute (si spiegano così anche i furti di disegni che l’artista subì, e la preoccupazione del duca Federico II, che temeva che le idee del maestro si diffondessero fuori dal suo dominio), molto rapidi in ragione delle pressioni della committenza (L’Occaso nota, per esempio, che in Giulio “manca solitamente la fase dello studio dettagliato della figura, che normalmente segue lo schizzo [...] e precede il modello”, una mancanza forse dovuta alla necessità di “velocizzare il processo creativo”), Giulio Romano avviava un lavoro che veniva poi suddiviso tra collaboratori fortemente specializzati e dediti a mansioni diverse (c’era chi si concentrava sulle figure, chi sui paesaggi, c’erano doratori e stuccatori, e così via).

Le pagine che descrivono Palazzo Te seguono un ordine sostanzialmente cronologico e si concentrano sugli aspetti storici, stilistici e tecnici del cantiere, sorvolando su quelli contenutistici, già del resto ampiamente affrontati dalla bibliografia precedente: valga su tutti l’esempio della Camera di Psiche, dove ci si focalizza quasi esclusivamente sulle innovazioni stilistiche e tecniche apportate da Giulio Romano durante la sua realizzazione. Sul piano dello stile, L’Occaso osserva come Giulio Romano si pose nei confronti degli scorci sul soffitto, ovvero con una “soluzione personale che ebbe in seguito una grande fortuna, soprattutto a Venezia”: si trattava “di dipingere una superficie in cui la rappresentazione avviene su un falso piano inclinato di quarantacinque gradi rispetto al piano del soffitto, con un compromesso che in sostanza mantiene il carattere illusorio dello scorcio, privilegiando però la leggibilità della scena. Egli sperimentò questa rotazione planare proprio nella camera di Psiche, dove il centro della volta è in perfetto scorcio, mentre le scene ottagonali e semi-ottagonali poste intorno a essa sono appunto trattate con inclinazione variabile ma vicina ai quarantacinque gradi, poiché il punto di vista privilegiato dal centro della stanza non è zenitale ma obliquo”. Dal punto di vista tecnico, ci si concentra sulla tecnica dell’incannucciata adoperata da Giulio forse per la prima volta nell’Italia settentrionale: si tratta di una tecnica, descritta nel De Architectura di Vitruvio (che dunque l’artista conosceva) che prevedeva l’utilizzo di stuoie di canna rivestite di intonaco come supporto dei lacunari della sala, dipinti a olio. La stessa innovatività sarà da ritrovarsi poi nella celeberrima camera dei Giganti, che, scrive l’autore del libro, “offre una delle prime, complete e consapevoli abolizioni dei vasariani «partimenti», come già Jacopo Strada aveva rilevato («in tutta una volta senza veruna cornice e ornamento»)”.

Anche per le opere in Palazzo Ducale, la prospettiva riguarda soprattutto gli aspetti innovativi, oltre ai termini degli’interventi di Giulio Romano (e di ciò che ne rimane). Valga l’esempio della sala di Troia, la cui novità, destinata a “fare scuola” come assicura L’Occaso, è l’unificazione dell’intera decorazione della volta della sala “cancellando le linee architettoniche e raccordando tutte le varianti della visuale in un’unica imponente orchestrazione puramente empirica dello spazio”. Al contrario di quanto Michelangelo aveva fatto nella volta della Cappella Sistina, nella sala di Troia Giulio Romano non ammannisce dei punti di vista predefiniti, ma suggerisce “un fluttuare di punti di vista, un moltiplicarsi e incavallarsi degli spazi e delle profondità”.

Una delle più interessanti novità introdotte dal libro è lo sguardo sugli allievi di Giulio Romano: per la prima volta, le loro esperienze vengono tutte ordinate in un volume che ne racconta biografie, opere principali, rapporti col maestro. Con una prospettiva che non tralascia giudizi: studiare gli allievi di Giulio, spiega L’Occaso, “non vuol dire innamorarsene ciecamente. La loro inadeguatezza emerge soprattutto nel corso degli anni ’30 in seguito alla partenza di Primaticcio e di Pagni, con i quali la qualità rimane su una media alta. Nel quarto decennio peraltro alcuni dei suoi allievi tendono a fornire una versione caricaturale dell’arte del maestro: è il caso di Rinaldo Mantovano, dell’autore delle pitture della cappella di San Sebastiano in Sant’Andrea”. Gli allievi le cui esperienze vengono raccolte nel libro sono il già citato Rinaldo Mantovano, Anselmo Guazzi, Agostino da Mozzanica, Fermo Ghisoni, Ippolito Costa, Luca da Faenza, Lucas Cornelisz, Benedetto Pagni, Giovanni Battista Bertani, Filippo Orsoni, Pompeo Pedemonte, Bernardino Germani, Simone Bellalana, Giovanni Battista Scultori. E ancora, altra importante novità è l’esame di come la fortuna di Giulio Romano si sarebbe diffusa in Italia.

Dato il carattere rapsodico (ma estremamente ordinato) del libro, è difficile riassumerne in poche righe tutti i temi: si tratta però di un’opera molto densa e impegnativa (quasi quattrocento pagine) e che, per ammissione stessa dello studioso, si configura un po’ come un elenco di “appunti di studio”, un po’ come insieme di “carotaggi nella caleidoscopica produzione dell’artista”, e soprattutto come “sincera manifestazione di fronte alla sua pirotecnica inesausta genialità”. E per questa natura, il prezioso libro si concentra, come anticipato, soprattutto sugli aspetti meno noti, poco studiati o inediti della produzione di Giulio Romano, rimandando ad approfondimenti con una vasta bibliografia posta a conclusione. Giulio Romano «universale» è disponibile su tutte le principali librerie online e in molte librerie “fisiche”.

Novità e aspetti inediti su Giulio Romano a Mantova nel nuovo libro di Stefano L'Occaso
Novità e aspetti inediti su Giulio Romano a Mantova nel nuovo libro di Stefano L'Occaso

Se questo articolo ti è piaciuto o lo hai ritenuto interessante,
iscriviti alla nostra newsletter gratuita!
Niente spam, una sola uscita la domenica, più eventuali extra, per aggiornarti su tutte le nostre novità!

La tua lettura settimanale su tutto il mondo dell'arte

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER







Login

Username / EmailPassword

Ricordami

Password dimenticata?

Non hai ancora un account? Registrati ora!!!

Tag cloud


Arte antica     Politica e beni culturali     Patrimonio     Musei     Arte contemporanea     Rinascimento     Seicento     Ottocento     Novecento     Cinquecento     Firenze     Quattrocento     Barocco     Genova     Toscana    

Strumenti utili