Genova, grande acquisto per Palazzo Spinola: in arrivo una Lucrezia di Guido Reni


Acquistata dal Ministero della Cultura per Palazzo Spinola a Genova una finissima Lucrezia di Guido Reni, dalla storia importante: si trovava infatti nella ricca collezione della famiglia Balbi, una delle più importanti della città nel Seicento.

Una Lucrezia di Guido Reni d’elevatissima provenienza genovese, fine prodotto della fase estrema della carriera del pittore bolognese, è riemersa dall’oblio ed è stata acquistata dal Ministero della Cultura per la Galleria Nazionale della Liguria di Genova a Palazzo Spinola, che la presenterà nei prossimi giorni. Era stata esposta all’edizione 2025 di Modenantiquaria, allo stand della giovane galleria genovese Goldfinch Fine Arts di Clemente Zerbone e Luigi Pesce che, seppure alla prima partecipazione alla fiera d’alto antiquariato, s’era già innalzata all’attenzione di tutti portando in mostra uno dei dipinti sicuramente più interessanti dell’intera manifestazione. L’auspicio, un anno fa, era che il dipinto potesse esser acquistato da qualcuno che fosse in grado di destinare la Lucrezia alla pubblica disponibilità, possibilmente a Genova, dacché si tratta d’un dipinto indissolubilmente legato alla storia della città e, nello specifico, alla storia d’uno dei suoi più grandi collezionisti. E così è stato: col meritevole, intelligente, pregevolissimo acquisto (non conosciamo la cifra, ma sappiamo che è a cinque zeri) e con l’ingresso della Lucrezia nelle raccolte pubbliche, adesso tutti possono ammirare il frammento d’una raccolta dispersa che riaffiora dai marosi della storia. Una delle collezioni più spettacolari dell’Italia secentesca.

La Lucrezia, si vede, è un lavoro di gran qualità, un soggetto tipico della produzione reniana, un’opera dalla storia nobile. Lucrezia, l’eroina della storia romana colta nel momento in cui si toglie la vita con un pugnale per l’onta dello stupro subito da Sesto Tarquinio, rivolge gli occhi verso il cielo assicurando la sua anima agli dèi: l’espressione d’una donna che sta per perdere i sensi e che contrasta con la mano salda nel tenere il pugnale, la bocca aperta mentre l’ultimo respiro abbandona il suo corpo, la pelle diafana, perlacea, la lama che non sembra neppure scalfire la carne, tanto che non un rivolo di sangue sgorga dalla ferita che Lucrezia s’infligge al petto. Sono tutti elementi distintivi delle eroine di Guido Reni, ricorrenti soprattutto negli ultimi anni, quando la produzione dell’artista bolognese è punteggiata di queste donne forti, Maddalena, Lucrezie, Cleopatre dalla pelle d’avorio, colte ora in lampi d’estasi, ora al momento dell’estremo sacrificio, sempre con lo sguardo in cerca d’una consolazione che giunga dall’alto, sempre riducendo ai minimi termini ogni distrazione (gli attributi iconografici della Maddalena, il pugnale di Lucrezia, l’aspide di Cleopatra, financo il sangue) affinché gli occhi di noi che guardiamo siano catturati non dalla forza narrativa dell’episodio, ma dalla forza d’animo della sua protagonista, la Maddalena spinta dalla fede alla penitenza, la Lucrezia e la Cleopatra spinte al suicidio dal senso dell’onore.

Guido Reni, Lucrezia (1638 circa; olio su tela, 98 x 76 cm; Genova, Collezione privata)
Guido Reni, Lucrezia (1638 circa; olio su tela, 98 x 76 cm; Genova, Collezione privata)

Il dipinto è databile alla fine degli anni Trenta, verso il 1638 secondo Lorenzo Pericolo che ha prodotto un dettagliato studio del dipinto, in ragione d’alcune affinità che l’opera ha con la Salomè della Galleria Corsini di Roma, opera del 1638-1639 paragonabile alla Lucrezia soprattutto per via delle somiglianze nei connotati delle due eroine. Datazione, quella al 1638 circa, che veniva proposta anche da Stephen Pepper nella sua monografia del 1988, dove l’opera era indicata come prodotto del biennio 1638-1639.

Entrambi i dipinti son contraddistinti da un certo stato d’incompiutezza negli incarnati, elemento non certo infrequente nell’ultima fase della carriera di Guido Reni, che consente talvolta d’intravedere la preparazione scura sotto la superficie dipinta: il pittore bolognese, soprattutto vicino ai contorni, operava con una pittura estremamente diluita, e giusto in prossimità dei contorni questo suo modo di dipingere provocava una sorta di sbavatura nella definizione delle forme, tant’è che Pericolo parla di “sporcizia”, intendendo tuttavia il termine con accezione positiva, nel senso che queste caratteristiche trasmettono al riguardante la sensazione che gl’incarnati siano come sporchi, proprio per effetto della loro trasparenza. Guido Reni tratta la superficie con quello che lo studioso considera un “soffio di pittura”: il suo pennello sfiora lo strato di colore sottostante, piuttosto che mescolarsi. È una pittura leggera, sottilissima, con pennellate stese rapidamente l’una sull’altra, talvolta incrociate, che ha diversi riscontri nell’arte di Guido Reni (uno di questi è un altro dipinto affine alla Lucrezia appena riemersa, ovvero la Lucrezia di proprietà di Genus Bononiae) e che tocca qui uno dei suoi vertici più mirabili.

La Lucrezia ora a Palazzo Spinola era menzionata già nel 1671 nella collezione della famiglia Balbi a Genova (converrà chiamarla, dunque, “Lucrezia Balbi”): il primo a registrarne la presenza fu Jean-Baptiste Colbert, marchese di Seignelay, figlio dell’omonimo ministro delle finanze di re Luigi XIV. Il 10 marzo del 1671, il marchese, allora ventiduenne, si trovava a Genova per il suo Grand Tour (curiosamente, l’espressione “Grand Tour” compare per la prima volta l’anno precedente), e nel suo diario annota d’una visita al palazzo di Francesco Maria Balbi, oggi noto come Palazzo Balbi Senarega, sede dell’Università di Genova, situato nell’attuale via Balbi. Nel diario manoscritto, il giovane Seignelay elenca anche alcune opere da lui viste nel palazzo, tra cui un “san Girolamo di Guido, dipinto nella sua prima maniera” e “due figure femminili, a mezzo busto, dipinte nella seconda maniera” (“un Saint Jérôme du Guide, peint de sa première manière, et deux figures de femmes à demi-corps peintes de sa dernière”). C’erano altre opere di Guido Reni nella collezione di Balbi, ma l’attenzione del marchese venne per qualche ragione catturata da queste tre. Seignelay non riferiva quale fosse il soggetto delle due figure femminili, e l’identità delle due donne non è esplicitata neppure nell’inventario delle collezioni di Francesco Maria Balbi del 1688: i soggetti vengono riportati nella Istruzione di quanto può vedersi di più bello in Genova di Carlo Giuseppe Ratti, opera del 1760 in cui è addirittura riferita la collocazione delle sei opere di Guido Reni nelle sale di Palazzo Balbi Senarega. Ecco dunque che il San Girolamo con l’angelo e il San Giovanni Battista nel deserto si trovavano nella Sala di Zefiro e Flora, assieme alla Conversione di Saulo di Caravaggio (acquistata nel Seicento dallo stesso Francesco Maria Balbi) oggi in collezione Odescalchi a Roma, il San Girolamo leggente era al centro d’una parete laterale della Sala di Apollo e delle Muse, mentre nella loggia decorata da Valerio Castello con il Ratto di Proserpina si trovavano una Lucrezia menzionata come una “mezza figura delle più squisite di Guido Reni”, un’ulteriore Lucrezia (in realtà la Cleopatra che faceva da pendant alla Lucrezia: Ratti aveva equivocato il soggetto) e un “piccolo quadro di Santa Maria Maddalena recata in cielo da angioli, preziosissimo quadretto di Guido Reni”. Sono gli stessi dipinti citati nel Voyage d’Italie di Charles-Nicolas Cochin del 1769 e corrispondono perfettamente coi sei dipinti di Guido Reni registrati nell’inventario del secolo precedente (dove tutti i soggetti vengono elencati, tranne quelli dei due mezzi busti femminili).

L'opera nella sua cornice dorata
L’opera nella sua cornice dorata
L'opera prima del restauro
L’opera prima del restauro
Palazzo Balbi Senarega, dove si trovava un tempo il dipinto
Palazzo Balbi Senarega, dove si trovava un tempo il dipinto
Caravaggio, Conversione di Saulo (1601 circa; olio su tavola, 237 x 189 cm; Roma, Collezione Odescalchi)
Caravaggio, Conversione di Saulo (1601 circa; olio su tavola, 237 x 189 cm; Roma, Collezione Odescalchi)

Non sappiamo se sia stato lo stesso Francesco Maria Balbi a commissionare i dipinti a Guido Reni, ma la circostanza appare poco plausibile: quando Guido morì nel 1642, Francesco Maria aveva soltanto ventitré anni, ed ereditò il palazzo di famiglia, costruito attorno al 1618, solo dopo la scomparsa dello zio Pantaleo, nel 1644. Fu a seguito di questa data che cominciò a impegnarsi per radunare una delle più vaste, ricche, sontuose, preziose collezioni non soltanto di Genova, ma di tutta Italia. È molto più probabile che Francesco Maria abbia acquistato le due opere più tardi, in circostanze particolari: una lettera del 22 marzo del 1647 inviata dal cardinale Rinaldo d’Este a suo fratello, Francesco I, duca di Modena, informa quest’ultimo della vendita causa debiti, a Genova, di tutte le opere d’arte dell’Almirante di Castiglia, Juan Alfonso Enríquez de Cabrera, che era morto quell’anno. Tra i dipinti posseduti da Cabrera figuravano, come s’apprende dai suoi inventari, una “una Cleopatra marco dorado ovado mano de Guido” (una Cleopatra con cornice dorata, ovale, di mano di Guido) e “una Lucreçia de mano de Guido con marco dorado” (una Lucrezia di mano di Guido con cornice dorata). Alle due opere veniva attribuito lo stesso valore, ragion per cui dovevano essere dello stesso formato e della stessa qualità: due pendant, in sostanza (il fatto che una sia citata come “ovale” e l’altra no può essere una semplice dimenticanza). La presenza, nell’inventario dei beni di Cabrera, di due opere di soggetto identico a quelle citate successivamente nella collezione Balbi potrebbe essere una semplice coincidenza, non fosse per il fatto che l’Almirante di Castiglia era proprietario di alcune opere poi effettivamente finite nel palazzo di Francesco Maria Balbi, su tutte proprio la Conversione di Saulo di Caravaggio, e poi le Tentazioni di sant’Antonio di Pieter Brueghel il Giovane oggi in collezione privata e l’Adorazione dei Magi di Jacopo Bassano oggi alla National Gallery of Scotland. “È impossibile accertare se Balbi abbia acquistato i dipinti nel 1647 o più tardi”, scrive Pericolo, “ma la loro descrizione è sufficientemente specifica da convincerci che provenissero dalla collezione dell’Almirante. Ciò vale anche per la Lucrezia e Cleopatra di Guido”. Ragionevole tuttavia credere che Francesco Maria Balbi sia entrato in possesso dei dipinti proprio in quell’occasione: tutto porta a credere, ha notato Piero Boccardo, che i dipinti siano rientrati nel lotto che “pur, attraverso passaggi non del tutto chiari, Francesco Maria Balbi scelse o si trovò assegnati in sostituzione di somme di denaro a suo tempo prestate, ma nei confronti delle quali non si poteva garantire altrimenti solvibilità”.

L’Almirante, a sua volta, non aveva commissionato i dipinti a Guido, ma con tutta probabilità li aveva ottenuti per intercessione dell’arcivescovo di Bologna, Girolamo Colonna (che era peraltro nipote dell’Almirante), al quale scrisse una lettera nel giugno del 1641 esprimendogli la volontà d’ottenere qualche opera di Guido per la propria collezione, dal momento che ne era priva. Si può dunque supporre che il prelato abbia fatto in modo di soddisfare il desiderio del parente, magari facendo in modo che i dipinti di Guido Reni gli venissero consegnati come doni diplomatici. In un inventario delle collezioni di Filippo II Colonna, datato 1714-1716, sono citate peraltro una Lucrezia e una Cleopatra, identificate come quelle oggi conservate al Bowes Museum di Barnard Castle e al Gibson House Museum di Boston: si tratta di due copie della Lucrezia e della Cleopatra appartenute a Francesco Maria Balbi. Dunque, il fatto che nelle collezioni della famiglia Colonna si conservassero due copie dei dipinti poi arrivati a Balbi induce a ritenere del tutto plausibile l’ipotesi che, per soddisfare il desiderio dell’Almirante di Castiglia, Girolamo Colonna abbia attinto dalla raccolta di famiglia e abbia poi fatto sostituire i due dipinti con due copie, eseguite da qualche artista dell’entourage di Guido Reni, dal momento che non raggiungono il livello dei due originali.

Pittore ignoto (da Guido Reni), Lucrezia (olio su tela, 96,5 x 71,4 cm; Barnard Castle, Bowes Museum)
Pittore ignoto (da Guido Reni), Lucrezia (olio su tela, 96,5 x 71,4 cm; Barnard Castle, Bowes Museum)
Giovanni Andrea Sirani (attribuito, da Guido Reni), Cleopatra (olio su tela, 98,6 x 76,2 cm; Boston, Gibson House)
Giovanni Andrea Sirani (attribuito, da Guido Reni), Cleopatra (olio su tela, 98,6 x 76,2 cm; Boston, Gibson House)
Guido Reni, Salomè con la testa del Battista (1635 circa; olio su tela, 134 x 97 cm; Roma, Gallerie Nazionali d'Arte Antica, Galleria Corsini)
Guido Reni, Salomè con la testa del Battista (1635 circa; olio su tela, 134 x 97 cm; Roma, Gallerie Nazionali d’Arte Antica, Galleria Corsini)
Guido Reni, Lucrezia (1638; olio su tela, 98 x 73 cm; Bologna, Genus Bononiae)
Guido Reni, Lucrezia (1638; olio su tela, 98 x 73 cm; Bologna, Genus Bononiae)

Si può dire che la Lucrezia Balbi segni un vertice della produzione di Guido Reni degli ultimi anni, quando la sua pittura, laddove non marcata da eccessivi stati d’incompiutezza (frequenti nell’ultimo Guido Reni), si distingueva per quel suo carattere etereo, leggero, una pittura impalpabile, una pittura d’aria e di veli che incantava i collezionisti: il fatto che l’Almirante Cabrera si fosse sentito in dovere di scrivere addirittura una lettera per chiedere all’arcivescovo di Bologna la sua intercessione per ottenere qualche dipinto di Guido Reni è dimostrazione evidente di quanto fossero tenuti in conto i suoi lavori, di quanto fossero ricercati sul mercato, soprattutto in un epoca in cui l’artista, avanti con gli anni e vessato dai debiti, lavorava in maniera discontinua, spesso terminando i suoi lavori in modo sommario, probabilmente lasciando intendere che non aveva ancora granché da vivere. Pericolo colloca la Lucrezia Balbi tra i “grandi capolavori tardi di Guido” per la sua “ispirazione visionaria”, per la sua “destrezza”, per la capacità dell’artista d’esser riuscito a “creare un effetto di rilievo quasi portentoso”, dato il rischio di risultare piatti con una pittura tanto leggera.

A Genova, dunque, avanza adesso dalle nebbie della storia il lacerto d’una delle collezioni più significative del Seicento, una quadreria che, come s’è visto, veniva ammirata da tutti: i viaggiatori che amavano l’arte e si trovavano nella Superba non potevano esimersi dal farle visita. Poi, nei secoli, è giunta la dispersione: dilaniata la raccolta di Francesco Maria Balbi, le opere sono finite ovunque, alcune mostrandosi agli occhi del pubblico nelle sale d’un museo, altre ancora celate dentro una collezione privata. Un tessuto che s’è strappato, ch’è finito lacerato in scampoli finiti ai quattro angoli del mondo. Il San Giovanni Battista nel deserto di Guido Reni, per esempio, è oggi alla Dulwich Picture Gallery di Londra, mentre il San Girolamo con l’angelo è al Detroit Institute of Arts. La Lucrezia invece non ha mai lasciato Genova: è sempre rimasta agli eredi Balbi per poi giungere al precedente proprietario. E a Genova è rimasta, con la differenza che adesso è patrimonio di tuti.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).




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