Un libro ripercorre le vicende del Sacro Speco di Subiaco tra il Due e il Trecento


Esce per Mandragora il libro “Il Sacro Speco di Subiaco illustrato” di Virginia Caramico, importante saggio della giovanissima studiosa, frutto della sua tesi di dottorato, che ripercorre nei dettagli le vicende del santuario tra Due e Trecento, con molte novità.

È uscito da poche settimane, edito da Mandragora, un importante volume interamente dedicato al Sacro Speco di Subiaco, il monastero di San Benedetto poco lontano da Roma: opera della giovane studiosa Virginia Caramico, classe 1989, il libro s’intitola Il Sacro Speco di Subiaco illustrato. Topografia sacra e narrazione per immagini fra Due e Trecento (228 pagine, 50 euro, ISBN 9788874615506) e nasce dalle ricerche dottorali dell’autrice presso l’Università di Firenze, in cotutela con l’Università di Losanna. Il corposo volume ripercorre le vicende antiche dell’importante complesso monastico attraverso l’analisi della decorazione pittorica del XIII e del XIV secolo presente nella “cripta” (il termine con cui Caramico, per ragioni di maggior chiarezza e correttezza storica sostenuta dalle fonti, ha preferito definire quella che la tradizione identificava come la “chiesa inferiore”) e nella chiesa (ovvero la “chiesa superiore”) del Sacro Speco. Un obiettivo non facile, dati gli intricati accadimenti storici che hanno interessato il Sacro Speco e che hanno lasciato il loro segno sul complesso: quando si entra nel santuario, scrive lo storico dell’arte Andrea De Marchi nella presentazione, “si ha l’impressione di ritrovare una piccola Assisi annidata nella montagna, nello squadernamento di ambiziosi cicli pittorici a più livelli, con le storie della Passione di Cristo, della Vergine e dell’Infanzia di Cristo, di san Benedetto”. Oggi, peraltro, si compie un percorso inverso rispetto a quello che i pellegrini seguivano in antico: si comincia infatti dalla sala del capitolo affrescata da Cola dell’Amatrice, si entra nell’aula decorata con le Storie della Passione di un anonimo pittore perugino che lavorò attorno al 1340, per poi scendere alla parte più antica, quella che include il piccolo sacello di san Gregorio, nucleo originario del Sacro Speco.

Le ricerche di Caramico hanno invece dimostrato che i pellegrini entravano dalla parte bassa, ragion per cui a loro “si prospettava un’anabasi”, spiega De Marchi, “dalle viscere della roccia su su fino alla luminosa crociera occidentale con le Storie della Passione, di cui viene finalmente chiarita la funzione di retrocoro riservato ai monaci neri che allo Speco risiedevano”. È proprio attraverso la lettura delle opere, dai cicli decorativi e dalla loro disposizione negli spazi del monastero, che Caramico ha ricostruito l’itinerario degli antichi pellegrini: un’acquisizione di primaria importanza, dal momento che ha portato a una corretta comprensione della successione dei cicli decorativi del Sacro Speco. E per condurre il lettore attraverso questo viaggio nel Sacro Speco, il libro si avvale anche di un ricchissimo apparato iconografico, con tanto di atlante iniziale che segue l’ordine degli ambienti secondo il percorso seguito da chi in antico vi si recava in visita. Anche la struttura del testo segue un ordine cronologico senza però interrompere la divisione tra ambienti inferiori e superiori laddove necessario.

La copertina del libro
La copertina del libro

Già in antico le due grotte, quella dello Speco dove san Benedetto aveva vissuto per tre anni, e quella dei pastori, erano luoghi sacri, come attestano gli altari innalzati lungo la “Scala santa” (il percorso che univa le due grotte) tra il IX e l’XI secolo. E attorno alle grotte sarebbe presto sorto un sistema di celle dove conducevano vita eremitica tutti i monaci che ottenevano un permesso dall’abate del vicino monastero di Santa Scolastica. I primi tentativi di conferire un assetto architettonico organico al luogo fallirono a causa dell’asperità del territorio, ma la situazione cambiò quando, nel 1203, papa Innocenzo III, con una sua bolla, concesse il privilegio papale allo Speco consentendo la formazione di una comunità monastica stabile che seguiva la Regola di san Benedetto e aprendo all’attribuzione ai benedettini di una dotazione patrimoniale con la quale fu possibile far partire i primi interventi architettonici. Si cominciò con i rifacimenti degli ambienti già esistenti, finalizzati a garantire una continuità strutturale: in particolare, l’azione si concentrò sulla Porta Sancti Benedicti e sugli ambienti contigui, ovvero quelli che per primi s’incontravano risalendo da Santa Scolastica e cominciando il cammino verso la grotta dello Speco. Parallelamente cominciarono i lavori di decorazione: i più antichi sono quelli del fronte meridionale, risalenti a un periodo compreso tra il 1203 e il 1219. Spicca, in particolare, l’affresco con la Donazione del privilegio di Innocenzo III, l’atto di fondazione del cenobio, attribuito a un pittore romano del primo decennio del Duecento, con i successivi rimaneggiamenti del magister Conxolus che intervenne sull’opera quasi un secolo più tardi. Risale poi all’inizio del Duecento la costruzione della cappella di San Gregorio (era “collocata nella posizione più appartata e dislocata della topografia specuense”, scrive Caramico: si trova infatti a meridione dell’oratorio della Madonna, al termine di un lungo corridoio sopraelevato), affrescata nel 1228 (l’autrice colloca la realizzazione degli affreschi in un periodo compreso tra il marzo 1228 e la canonizzazione di san Francesco, risalente al luglio dello stesso anno: nella decorazione notiamo infatti il santo privo di aureola), e consacrata nello stesso periodo. Gli affreschi in questo caso sono opera di un anonimo pittore identificato come “terzo maestro di Anagni”.

La cappella di San Gregorio (la titolazione si deve in parte al fatto che fu costruita sotto il pontificato di Gregorio IX, in parte, e soprattutto, alla diffusione del culto di san Gregorio Magno presso i benedettini) si trovava in un punto del monastero di difficile accesso, che la teneva dunque appartata, ma non sappiamo con certezza quale fosse la sua destinazione originaria. Tuttavia per Caramico l’importanza del luogo è legata alle “indulgenze di cui l’altare gregoriano fu dotato sin dalla fondazione e che sarebbero col tempo diventate più cospicue; colpisce, inoltre, anche il particolare riguardo dei monaci per il tempietto, tale da far loro rivolgere preghiere insistenti al papa perché questi desse al luogo una consacrazione più solenne”. La lettura iconografica proposta da Caramico verte infatti sui temi della memoria e della penitenza, come attestano varie figure di devoti che invocano angeli e santi per la salvatio animae. Implicazioni simboliche annunciate dall’affresco esterno alla cappella con San Gregorio Magno con Giobbe piagato, dove si omaggia l’attività di commentatore del Vecchio Testamento di Gregorio Magno (al santo, scrive Caramico, “vanno riconosciute una prima normalizzazione della liturgia funeraria come strumento di riscatto e una decisiva affermazione del valore della preghiera pro animis”). Il libro analizza dunque nel dettaglio le implicazioni dottrinali degli affreschi della cappella di San Gregorio. Una novità proposta da Caramico è l’attribuzione al Terzo maestro di Anagni del San Benedetto sulla facciata meridionale del complesso dello Speco, opera all’aperto e quindi colpita nei secoli dagli agenti atmosferici, riconducibile su base stilistica all’autore degli affreschi del sacello gregoriano.

Subiaco, monastero del Sacro Speco, veduta del complesso da occidente
Subiaco, monastero del Sacro Speco, veduta del complesso da occidente
Subiaco, monastero del Sacro Speco, Porta Sancti Benedicti
Subiaco, monastero del Sacro Speco, Porta Sancti Benedicti
Subiaco, monastero del Sacro Speco, veduta della cripta dalla campata settentrionale
Subiaco, monastero del Sacro Speco, veduta della cripta dalla campata settentrionale

Le principali novità dello studio di Caramico riguardano tuttavia i lavori che interessarono lo Speco alla fine del XIII secolo, epoca in cui la cripta si presentava probabilmente compiuta. Fino ad allora, il cammino di accesso allo Speco cominciava dalla Porta Sancti Benedicti, continuava lungo il dorso della Scala Santa e arrivava fino all’affresco con la Donazione. In seguito tuttavia nuovi interventi determinarono un riassetto: la Scala fu divisa in due segmenti che produssero alterazioni anche alla cripta. I lavori dotarono la grotta di San Benedetto di un accesso diretto, ma avrebbero probabilmente fornito un accesso diretto anche alla cappella gregoriana, data la sua importanza “nel quadro di una progressiva dotazione di indulgenze degli altari dislocati nella cripta, circostanza che non poté non determinare un’apertura del sacello a flussi più consistenti di devozione, programmaticamente indirizzati presso tutti gli altari dello Speco”.

Si passa poi a un’approfondita analisi delle Storie di san Benedetto nella cripta, opera di quel Conxolus che rimaneggiò gli affreschi del sacello di San Gregorio, il cui nome rappresenta una rarità per lo Speco, e che potrebbe aver lavorato in un tempo non distante da quello in cui furono eseguite le Storie di san Francesco ad Assisi, tra il 1292 e la fine del secolo. Dopo aver chiarito l’inquadramento stilistico delle storie e le mani che vi lavorarono, l’autrice del libro passa a indagare accuratamente le ragioni e le specificità delle quattordici storie che compongono il ciclo e che raccontano episodi legati all’esperienza sublacense di san Benedetto, celebrato in maniera così altisonante probabilmente anche in virtù di quanto negli stessi anni accadeva ad Assisi per san Francesco. Molti gli elementi rilevanti: la forte connotazione pubblica del ciclo, destinato alla parte del complesso dove affluivano in maniera più massiccia i fedeli, l’ampiezza della narrazione di Conxolus, l’integrazione con l’apparato ornamentale. La disposizione degli episodi conforta inoltre l’ipotesi che alla fine del Duecento la visita alla cripta potesse svolgersi sia in salita sia in discesa, anche se con una sequenza narrativa pensata per “accomodarsi meglio ai percorsi di devozione laicale e monastica che principiavano al livello rialzato della cripta”. L’inizio coincideva dunque con le scene del Miracolo del vaglio, della Vestizione di san Benedetto e del Santo nello Speco, tutte situate sulla parete orientale, quella più vicina sia ai monaci che provenivano dagli ambienti del cenobio (che dunque arrivavano salendo), sia ai pellegrini che invece scendevano nella cripta dal livello superiore. La sequenza proseguiva con gli episodi di San Romano che porta il cibo a Benedetto, Il Maligno che spezza la campanella e l’Apparizione di Cristo al presbiterio. Sullo stesso muro ecco la Tentazione del Maligno in forma di merlo e, scendendo alcuni gradini, la Tentazione e la Mortificazione corporale del santo, oggi nascosti. Nella parete orientale della campata inferiore trovano spazio il Miracolo del falcetto e il Salvataggio di san Placido, mentre la parete meridionale accoglie le due scene del Tentato avvelenamento di san Benedetto. Si termina con la Morte di Benedetto e la Visione della via di arazzi, in posizione incoerente, ma legata alla volontà di sistemare questi importanti affreschi di fronte allo Speco, come suggerito da Roberta Cerone. Nell’ambito di questa rilettura acquistano senso anche i clipei con il Cristo benedicente e San Benedetto: il primo accoglieva i devoti provenienti dalla Scala Santa, il secondo invece, spiega Caramico, “si crede funzionale ad assecondare la direzionalità dei percorsi che principiavano nelle campate settentrionali, e a indirizzare visivamente monaci e pellegrini verso il focus devozionale del complesso”.

Pittore romano del primo decennio del Duecento e Conxolus, Donazione della bolla di Innocenzo III.
Pittore romano del primo decennio del Duecento e Conxolus, Donazione della bolla di Innocenzo III
Subiaco, monastero del Sacro Speco, la cappella della Madonna vista dalla Scala santa
Subiaco, monastero del Sacro Speco, la cappella della Madonna vista dalla Scala santa
Subiaco, monastero del Sacro Speco, veduta della chiesa dall’ingresso meridionale
Subiaco, monastero del Sacro Speco, veduta della chiesa dall’ingresso meridionale

Il terzo capitolo è dedicato alla chiesa. Chiarite anche in questo caso le vicende architettoniche di questa parte del santuario, la maggiore novità riguarda il recupero dello scenario d’uso del dossale opistografo assegnato a un anonimo Maestro del dossale di Subiaco (finora noto come “Maestro dei dossali di Subiaco”, al plurale, perché si riteneva che le due tavole, correttamente identificate come parte dello stesso dossale opistografo, fossero in realtà due opere separate). Le tavole furono ritrovate nel 1947, in un ambiente lontano da quello dove il dossale era posto in origine: per comprendere la destinazione d’uso dell’opera, Caramico introduce un confronto tra il dossale di Subiaco e le due tavole di Meo da Siena oggi allo Städel Museum di Francoforte, ma in origine anch’esse parti di un unico dossale, eseguito nel 1333 e destinato all’altare maggiore della chiesa di San Pietro a Perugia. Opera per struttura, stile e dimensioni affine al dossale dello Speco, il dossale di Meo da Siena era stato dipinto su entrambi i lati a causa della sua collocazione nel coro dei monaci all’interno dell’abside della chiesa: il dossale, in sostanza, doveva essere visto sia dai fedeli sia dai monaci che occupavano il coro. La derivazione del dossale di Subiaco da quello di Meo da Siena determina il post quem per il primo (il 1333) e consente di figurarsi un analogo contesto d’uso (e di conseguenza d’immaginare che il coro monastico trecentesco della chiesa del Sacro Speco fosse collocato nella campata meridionale: un intero capitolo è dedicato a questo problema). Inoltre, l’analisi iconografica dell’opera ha infine consentito a Caramico di comprendere dove dovesse essere in origine collocato il dossale, e quindi dove in antico dovesse trovarsi l’altare maggiore trecentesco prima dei rimaneggiamenti, ovvero in prossimità dell’accesso alla sagrestia. Partendo dalle considerazioni della studiosa Dillian Gordon, l’unica a essersi posta il problema, Caramico ha infatti messo in dialogo le figure del dossale con quelle affrescate nella chiesa, arrivando a dedurre che il dossale “sarebbe stato esposto, come una sorta di summa agiografica delle figure sacre del santuario, alla visione dei fedeli giunti alla chiesa al termine della loro anabasi attraverso gli spazi della cripta”.

La conclusione del volume è per i cicli affrescati del Trecento, momento di grande vitalità per il santuario di Subiaco. Anche gli affreschi trecenteschi confermano i due sensi in cui in antico veniva visitato il santuario, a cominciare dai due con il Trionfo della morte e l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti (opere della bottega del Maestro del dossale di Subiaco), che “introducono con efficace vis retorica il cammino penitenziale ascensionale dei laici lungo la Scala santa e, al contempo, l’uscita di coloro i quali avessero fatto ingresso al complesso dalla porta orientale: è perciò chiara ed estremamente suggestiva la funzione demandata alle pitture di compendiaria summa escatologica dell’iconopoiesi della cripta”. A queste immagini si legano le Storie della Vergine (del Maestro dei dossali di Montelabate) nella cappella della Madonna, le cui immagini fanno da contrappunto alle scene macabre della Scala santa, ne attutiscono il messaggio e si riconnettono “alle tematiche di salvatio animae che attraversano sottotraccia gli apparati iconografici della cripta”. Si prende poi in considerazione il ciclo delle Storie della Passione, di difficile lettura in quanto alcune scene non sono sopravvissute. L’analisi di Caramico termina con puntuali confronti stilistici tra i cicli di Subiaco e quelli di Assisi, dai quali derivano (tanto che il capitolo s’intitola “L’Umbria nella valle dell’Aniene”): se dunque le Storie dell’infanzia della Vergine guardano a modelli giotteschi, le Storie della Passione del coro “incalzano seguendo il filo lorenzettiano del transetto sinistro della basilica inferiore di Assisi”. Un’ultima sezione è infine riservata alle origini umbre dell’attività del Maestro del dossale di Subiaco, il cui lavoro viene letto alla luce di quanto all’inizio del Trecento accadeva a Perugia e dintorni.

Il libro di Virginia Caramico, pubblicato nella collana Callida Iunctura diretta da Andrea De Marchi, si pone come saggio dettagliato e autorevole che rilegge nel dettaglio due secoli di vicende del santuario del Sacro Speco proponendo, come s’è visto, numerose novità, e avanzando ricostruzioni di grande interesse, frutto di studi approfonditi e fini analisi. Da sottolineare come, per De Marchi, il lavoro di Caramico si inscriva “in un filone di studi assai attuale e promettente, teso a una comprensione delle relazioni delle decorazioni murali in rapporto agli spazi che essi qualificano in maniera cinetica, per ricostruire i percorsi e i punti di vista, al di là del filtro deviante imposto dai restauri e delle manomissioni nel corso dei secoli”. Potrebbe essere la base per una ricostruzione digitale immersiva, osserva De Marchi, per restituire a noi contemporanei l’immagine di come il santuario benedettino doveva presentarsi agli occhi di chi vi entrava nel Due e nel Trecento. Una ricostruzione che non sarebbe possibile senza il lavoro di Virginia Caramico.


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