Un libro per ricostruire la vicenda dell'importante collezione Piccinelli, dispersa nel '900


Un libro appena uscito, opera del giovane storico dell’arte Luca Brignoli, ricostruisce le vicende dell’importante raccolta bergamasca di Antonio Piccinelli, che aveva capolavori di Moroni, Tiepolo e Lorenzo Lotto, e che è andata dispersa nel XX secolo.

Un libro dedicato a uno dei più grandi collezionisti lombardi dell’Ottocento, il gentiluomo bergamasco Antonio Piccinelli (Seriate, 1816 - 1891): è La collezione di Antonio Piccinelli, opera del giovane storico dell’arte Luca Brignoli edita da Lubrina Bramani Editore (444 pagine, 90 euro, ISBN 9788877667694). Il libro intreccia la vicenda del collezionista e della sua famiglia all’interno del contesto culturale lombardo, restituendo agli studi, per la prima volta in modo completo, un personaggio finora non abbastanza considerato nel panorama storico-artistico dell’epoca. Piccinelli radunò nella villa di famiglia a Seriate, nei pressi di Bergamo, una sontuosa collezione di circa duecentocinquanta dipinti, orientando le proprie scelte soprattutto su opere bergamasche e venete dal Quattrocento all’Ottocento. A spiccare, tra gli artisti più illustri presenti nella galleria Piccinelli, figurano Antonio Maria da Carpi, Gerolamo da Treviso il Vecchio, Giovanni Cariani, Alessandro Magnasco, Evaristo Baschenis, Giovanni Battista Tiepolo, Giacomo Quarenghi, Enea Salmeggia, Giovanni Migliara, Giovanni Ambrogio Bevilacqua, con l’apice di due quadri di Lorenzo Lotto e una serie sceltissima di Giovanni Battista Moroni (Piccinelli mancò per poco, in una gita a Venezia nel 1845, l’acquisto del famoso Sarto) e Fra’ Galgario. Il volume (aperto dalla prefazione di Enrico De Pascale) riproduce i principali documenti manoscritti del collezionista, primi fra tutti lo zibaldone, che inventaria la gran parte degli acquisti compiuti, e le postille alle Vite di Francesco Maria Tassi, una serie di tavole illustrative, di documenti, e il catalogo completo della collezione.

“Il gusto di Piccinelli per gli artisti da lui collezionati potrebbe sembrare, a un primo sguardo, una scelta locale data dalla semplice praticità di reperire, quasi in maniera topografica, opere di scuola autoctona”, scrive Brignoli nell’introduzione al volume, che nasce dalla sua tesi di laurea discussa con Giovanni Agosti. “La scelta di comporre una collezione giocata in gran parte su dipinti lombardi, veneti ed emiliani sembra rimandare invece all’espressione del ‘vero di Lombardia’ contenuta nelle Considerazioni sulla pittura del medico senese Giulio Mancini, dove i confini della ‘Lombardia’ non si limitano a quelli dell’attuale regione, ma raccolgono tutte quelle scuole al di sopra dell’Appennino toscano: l’area padana che, tre secoli dopo, sarà tanto cara a Roberto Longhi. Gli artisti collezionati da Piccinelli sotto l’area emiliana si contano sulle dita di due mani; quelli stranieri (come il Borgognone delle battaglie) sono nomi frequenti nell’empireo del collezionismo orobico. Scorrendo le opere presenti nella raccolta, ci si accorge come, anche a livello numerico, le massime predilezioni artistiche del gentiluomo siano rappresentate da Moroni e Fra’ Galgario. [...] Ad Antonio Piccinelli, che morì scapolo il 4 ottobre 1891, toccò un’esistenza priva di progenie e certamente, nel suo carattere schivo e raccolto, l’amore per i dipinti raccolti e per l’arte in generale rappresentò non solo un passatempo, ma il senso di una vita”.

La copertina del libro
La copertina del libro
Antonio Piccinelli ritratto nel 1890 da Giovanni Pezzotta
Antonio Piccinelli ritratto nel 1890 da Giovanni Pezzotta
Un salotto di villa Piccinelli a Seriate, inizio Novecento
Un salotto di villa Piccinelli a Seriate, inizio Novecento

Antonio Piccinelli si poneva al suo tempo come l’ultimo di un lungo elenco di famosi collezionisti bergamaschi (come Giacomo Carrara, Guglielmo Lochis e Giovanni Morelli): rampollo di un’illustre famiglia di Seriate, di carattere chiuso e introverso, di mestiere faceva l’amministratore di beni e possedimenti, ma la vera passione della sua esistenza fu proprio l’attività di collezionista. Iniziò ad acquistare opere verso la metà dell’Ottocento e vi si dedicò fino a pochi anni prima della sua scomparsa. Per studiare e formarsi viaggiò a lungo: visitò i principali musei europei, si recò anche nell’Africa del nord, ed esercitò una non trascurabile attività di scrittore d’arte. La sua attività collezionistica durò più di trent’anni, e furono più di 250 gli oggetti da lui posseduti, tra dipinti, sculture, disegni e incisioni. La raccolta era esposta nella casa di Bergamo e soprattutto nella villa, tuttora esistente, nel centro di Seriate. Oggi conosciamo la disposizione dei quadri nelle sale della villa grazie ai disegni del nipote Giovanni Piccinelli. Le opere della collezione Piccinelli coprivano un arco di tempo di quattro secoli, dal Quattrocento all’Ottocento, comprendendo dunque pitture dal Rinascimento fino al Romanticismo.

La collezione Piccinelli fu peraltro visitata dai maggiori conoscitori d’arte dell’epoca: Giovanni Battista Cavalcaselle fu a Seriate tra il 1864 e il 1868, vide alcuni dipinti di Antonio Piccinelli e li annotò nei suoi appunti oggi conservati alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia (tra questi, il San Gerolamo nel deserto di Gerolamo da Treviso il Vecchio, la tavoletta con i Quattro Santi all’epoca data al Romanino e oggi invece assegnata a un ignoto artista della sua cerchia, la Madonna con il Bambino di Antonio Maria da Carpi, il San Gerolamo nel deserto della bottega di Cima da Conegliano, l’Angelo con globo e scettro e la Madonna con il Bambino e i santi Rocco e Sebastiano di Lorenzo Lotto, la Fuga in Egitto di Giovanni Cariani). Bernard Berenson visitò la galleria dopo la scomparsa di Piccinelli, nel 1891, annotando anch’egli alcune opere sui suoi Notes Places. Altro visitatore illustre fu il summenzionato Giovanni Morelli.

Il libro di Luca Brignoli traccia anche le tappe della genesi della collezione, in un apposito capitolo. Anno fondamentale è il 1859, quando la raccolta non includeva ancora nessuno dei capolavori più celebrati: fu l’anno in cui Piccinelli ebbe l’occasione di acquistare una decina di importanti dipinti, tra cui l’Angelo adorante che Piccinelli attribuiva a Giovan Battista Moroni ma che, successivamente, confluì nel catalogo del Moretto. “L’Angelo”, spiega Brignoli, “aprì la strada ad una cospicua fortuna del Moroni presso la collezione Piccinelli: si trattò infatti del primo degli otto dipinti di questo artista a giungere sulle sponde del fiume Serio”. Il salto di qualità si ebbe però nel 1862, quando si intensificò il ruolo di consulente di Giuseppe Fumagalli, che fu pittore, antiquario e restauratore, nonché amico di Antonio Piccinelli, e suo suggeritore nell’acquisizione di molti dipinti, nonché suo accompagnatore durante alcuni viaggi. Quell’anno, Piccinelli acquistò la Fuga in Egitto di Giovanni Cariani, una Madonna col Bambino di Antonio Maria da Carpi, e poi ancora un bozzetto di Giovan Battista Tiepolo raffigurante la Madonna con il Bambino e i santi Francesco, Antonio da Padova e Domenico. Il pezzo forte sarebbe però arrivato nel 1864, con la Madonna col Bambino e i santi Rocco e Sebastiano di Lorenzo Lotto, il miglior oggetto della raccolta: “Questo”, avrebbe scritto nel suo zibaldone, “è uno dei migliori di L. Lotto da cavalletto, certo superiore a quello decantato dell’Accademia Carrara e degli altri di casa Lochis e Camozzi già Pezzoli”. Nel libro di Brignoli sono descritte nei dettagli le occasioni durante le quali Piccinelli acquistò i migliori pezzi della sua raccolta.

Antonio Maria da Carpi, Madonna con il Bambino (1497; tavola, 35,8 x 28,4 cm; Budapest, Szépművészeti Múzeum, inv. 1247)
Antonio Maria da Carpi, Madonna con il Bambino (1497; tavola, 35,8 x 28,4 cm; Budapest, Szépművészeti Múzeum, inv. 1247)
Giovanni Cariani, Fuga in Egitto (1519 circa; tavola, 22,5 x 61,6 cm; Bergamo, Accademia Carrara, inv. 06AC00987)
Giovanni Cariani, Fuga in Egitto (1519 circa; tavola, 22,5 x 61,6 cm; Bergamo, Accademia Carrara, inv. 06AC00987)
Lorenzo Lotto, Madonna con il Bambino e i santi Rocco e Sebastiano (1521-1524 circa; tela, 81,8 x 108,5 cm; Ottawa, National Gallery of Canada, inv. 18620)
Lorenzo Lotto, Madonna con il Bambino e i santi Rocco e Sebastiano (1521-1524 circa; tela, 81,8 x 108,5 cm; Ottawa, National Gallery of Canada, inv. 18620)
Fra' Galgario, Ritratto di Flaminio Tassi (?), detto il Parruccone (1720-1725 circa; tela, 127 x 98 cm; Milano, Pinacoteca di Brera, Reg. Cron. 2146)
Fra’ Galgario, Ritratto di Flaminio Tassi (?), detto il Parruccone (1720-1725 circa; tela, 127 x 98 cm; Milano, Pinacoteca di Brera, Reg. Cron. 2146)

La scomparsa, il 4 ottobre 1891, di Antonio Piccinelli fu l’inizio della fine della collezione. Le opere passarono interamente all’unico nipote, Giovanni, figlio del fratello Ercole (Antonio infatti morì senza essersi sposato e senza figli). Giovanni fu persona raffinata e di cultura che aveva però interessi altri rispetto a quelli dello zio, e già nel 1895 cominciò a vendere alcune delle opere della raccolta di famiglia. Tra queste, la Madonna col Bambino di Antonio Maria da Carpi che fu ceduta all’antiquario bresciano Achille Glisenti che a sua volta la vendette al Museo di Belle Arti di Budapest, che in quello stesso anno riuscì a procurarsi, sempre attraverso antiquari a cui Giovanni Piccinelli aveva venduto le opere dello zio, altri tre pezzi della raccolta. Tuttavia, la gran parte della raccolta venne mantenuta da Giovanni. In seguito, dopo la Legge Rosadi del 1909 (una delle prime leggi sulla tutela), il soprintendente di Milano, Ettore Modigliani, vincolò alcune opere della raccolta, tra cui la Madonna di Lotto, la Fuga in Egitto di Cariani, i Quattro santi attribuiti allora al Romanino, il Martirio di santa Teodora e la Madonna col Bambino e santi di Tiepolo.

Nel 1913, dopo la scomparsa di Giovanni, la raccolta passò al figlio di quest’ultimo, Ercole Piccinelli, il maggior responsabile della diaspora della collezione, da lui trascurata al punto che in alcuni casi, spiega Brignoli, le opere furono venduti a prezzi ribassati. “A lui”, scrive l’aiutore, “si devono anche alcune alienazioni di dipinti già vincolati (Lotto, Tiepolo, Fra’ Galgario), tuttavia nel testamento sono più di duecento le opere menzionate e lasciate in eredità ai nipoti, a testimonianza che, nonostante tutto, era ancora cospicua la quantità di oggetti d’arte in possesso della famiglia. Proprio negli anni della Prima Guerra Mondiale si verificarono alcune alienazioni a favore di privati e mercanti speculatori come Augusto Lurati, che mise le mani su pitture di Moroni e Tiepolo, fino ad arrivare al pezzo più ambito: la composizione sacra del Lotto”. Il capolavoro di Lotto fu oggetto d’una fallita trattativa per portarlo nelle raccolte pubbliche nazionali: andò poi a un collezionista privato e confluì, negli anni Cinquanta, nella Collezione Contini Bonacossi, ed è una delle opere che, a seguito della discussa legge ad hoc per gestire la sontuosa collezione fiorentina, prese la via dell’estero (il Parlamento, per risolvere i conflitti sull’eredità Contini Bonacossi, aveva approvato una legge che dava il via libera alla gran parte delle opere della raccolta, in cambio della possibilità di trattenere quelle che una commissione di esperti avrebbe giudicato i capolavori che l’Italia avrebbe dovuto assicurare alle raccolte pubbliche: il Lotto purtroppo non era tra questi).

Tuttavia, scrive Brignoli, “La parentesi più nera della collezione si verificò [...] quando Antonia Piccinelli [sorella di Ercole, ndr] sposò in seconde nozze il generale Giacomo Siffredi. Quest’ultimo, persona disonesta e affarista, vendette, convincendo Ercole [...], alcuni dipinti con false attribuzioni, al fine di ricavare maggiori guadagni. Lo sgarbo maggiore risale però alla morte della moglie, quando Siffredi ricevette in usufrutto alcuni beni di proprietà della coniuge e, contrariamente ai suoi poteri, si appropriò di alcuni dipinti (e forse anche li vendette). Lo zibaldone di Antonio Piccinelli fu uno dei beni di cui si impossessò il generale ed è il motivo per cui è andato disperso assieme ad alcuni dei dipinti”. Oggi, molti dei dipinti che furono di Antonio Piccinelli si trovano nei più prestigiosi musei mondiali (dal Museo di Belle Arti di Budapest all’Eskenazi Museum of Art della Indiana University, dalla Pinacoteca di Brera all’Accademia Carrara di Bergamo, dalla National Gallery di Ottawa, dove si trova la Madonna di Lorenzo Lotto, ai Musei del Castello Sforzesco), e in numerose collezioni private, mentre altri invece hanno preso destinazioni ignote (i due dipinti di Tiepolo, per esempio: la loro ubicazione è al momento sconosciuta), ma la collezione purtroppo è andata dispersa. “La sorte toccata a molte opere Piccinelli sparse oggi in musei di mezzo mondo, da Milano a Budapest, dall’Inghilterra fino a istituzioni d’oltreoceano come gli Stati Uniti e il Canada”, conclude Brignoli, “ci ricorda il destino effimero ed estremamente delicato cui sono sottoposte le collezioni d’arte. La raccolta di Seriate rappresenta solo una delle tante un tempo diffuse in tutta la Penisola, e vicende più famose e imponenti come quelle legate alle collezioni Barberini o Contini Bonacossi vanno considerate dei veri e propri ’convitati di pietra’ rispetto alla gestione del patrimonio artistico italiano, da sempre esposto a esportazioni più o meno lecite, nonostante provvedimenti legislativi di tutela pionieristici. Tutelare e conservare il patrimonio artistico italiano significa, sul solco tracciato dall’articolo 9 della Costituzione, onorare la Nazione. Collezionare opere d’arte non è solo un’operazione elitaria attraverso cui dimostrare il proprio status e il relativo potere economico, un atto di privatizzazione snobistica. Se compiuta in modo intelligente, questa attività può diventare una vera e propria vocazione, perché veramente (per dirla con le parole uscite dalla penna di Walter Benjamin) ’per il collezionista, in ciascuno dei suoi oggetti è presente il mondo stesso’”.

Il libro si completa con un profilo culturale di Antonio Piccinelli, con la trascrizione dello zibaldone dove furono annotati gli acquisti di Antonio Piccinelli, con un suo scritto (le postille di Piccinelli alle Vite di Francesco Maria Tassi) e, naturalmente, con il catalogo completo delle opere (ognuna di queste ha una scheda con una esauriente descrizione, la storia della provenienza, l’ubicazione attuale e i dati tecnici), e un ricchissimo apparato illustrativo. Un volume che dunque, grazie all’ottimo lavoro di Luca Brignoli, restituisce ad Antonio Piccinelli un posto d’onore nelle vicende del collezionismo bergamasco e lombardo, ponendolo come continuatore di una tradizione che aveva visto in Carrara e Lochis i migliori esponenti. Sfogliando le pagine del libro ci si rende conto di quanto fosse preziosa la raccolta di Piccinelli e del patrimonio che s’è perso con la sua diaspora.


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