Lorenzo Lotto: vita e opere di un artista inquieto


L'estro di Lorenzo Lotto è stato uno dei più originali e affascinanti del Cinquecento. Artista inquieto e tormentato, propose un'arte molto originale. La sua vita e le sue opere.

Lorenzo Lotto (Venezia, 1480 - Loreto, 1556/1557) fu un pittore inquieto ed errabondo: nato a Venezia e formatosi in laguna, non trovò spazio nella sua città natale per via della sua pittura estremamente innovativa e originale, nonché anticonvenzionale e anticlassica. Fu così sempre costretto a cercare lavoro nei centri periferici, tra cui le Marche, dove la competizione era meno accesa e dove il suo linguaggio poteva esprimersi più liberamente, senza le costrizioni di una committenza legata al gusto le cui regole erano dettate essenzialmente da Tiziano Vecellio in Veneto, e da Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti nell’Italia centrale (Lorenzo Lotto fu anche a Roma, ma rimase poco tempo senza lasciare il segno).

L’artista fu contemporaneo di Giorgione, Tiziano e Sebastiano del Piombo, ma rispetto a loro rimase sempre ai margini: secondo Bernard Berenson, lo studioso riscoprì l’arte di Lorenzo Lotto con un’importante monografia pubblicata nel 1895 (in un’epoca in cui Lorenzo Lotto era un pittore pressoché sconosciuto proprio per il fatto che era stato dimenticato dalla critica), Lotto fu allievo di Alvise Vivarini, trascorso che si potrebbe spiegare anche sulla base del fatto che Lorenzo Lotto già nel 1498 abbandonò Venezia per trasferirsi a Treviso, dove Alvise Vivarini aveva lavorato. Formarsi però a Venezia alla fine del Quattrocento significava anche guardare inevitabilmente alla pittura di Giovanni Bellini che era il punto di riferimento di tutti i giovani pittori del tempo, e quindi anche di Lorenzo Lotto. Inoltre non è possibile trascurare la delicatezza di Giorgione, la pittura dei fiamminghi e l’acume di Antonello da Messina che, specialmente nella ritrattistica, può aver influenzato l’opera di Lorenzo Lotto fin dagli inizi. Lotto fu comunque un artista estremamente versatile e sempre in costante aggiornamento: ovunque andasse, accoglieva elementi nuovi e li includeva nella sua arte.

Pittore solitario, inquieto, dalla vita tormentata e dalla scarsa fortuna, oggi è stato compltamente rivalutato, e la sua figura è molto importante, per diversi aspetti: per la sua fantasia, la sua originalità, il suo essere completamente fuori da qualsiasi schema (tanto che non può essere inquadrato in una corrente precisa), la sua grande versatilità, il suo saper fondere molte suggestioni per dar luogo a risultati unici, la sua ritrattistica che rappresenta l’apice della ritrattistica cinquecentesca.

Lorenzo Lotto (attribuito), Autoritratto? (anni Quaranta del XVI secolo; olio su tavola, 43 x 35 cm; Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza)
Lorenzo Lotto (attribuito), Autoritratto? (anni Quaranta del XVI secolo; olio su tavola, 43 x 35 cm; Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza)

La vita di Lorenzo Lotto

Lorenzo Lotto nasce attorno al 1480 a Venezia. Il padre si chiama Tommaso, ma non sappiamo quale fosse il suo mestiere. Abbiamo pochissime notizie sui suoi primi anni di vita: secondo Berenson, si formò nella bottega di Alvise Vivarini. Nel 1498 è documentata la presenza di Lorenzo Lotto a Treviso, in data 16 marzo. Nella città veneta, il pittore si trattiene per alcuni anni: risulta ancora documentato a Treviso nel 1503, per andarsene poi nel 1506. A Treviso esegue, tra gli altri dipinti, il ritratto di Bernardo de’ Rossi, vescovo della città e promotore di un interessante circolo di artisti e intellettuali. Nel 1506 l’artista dipinge la Pala di santa Cristina per la chiesa di Santa Cristina di Quinto (nei pressi di Treviso) e la Pala di Asolo per il Duomo di Asolo. Nel 1508 risulta già attivo nella lavorazione del Polittico di Recanati, uno dei suoi maggiori capolavori giovanili, ora conservato presso la Pinacoteca Civica di Recanati. Nel 1509 è a Roma dove, forse invitato da Donato Bramante, lavora agli appartamenti papali nei Palazzi Vaticani. A Roma conosce l’arte di Raffaello, ma Lorenzo non lascia il segno: le sue opere non vengono apprezzate e l’artista l’anno successivo lascia Roma per non farci più ritorno.

Nel 1511 Lorenzo Lotto è di nuovo a Recanati dove esegue l’affresco del San Vincenzo Ferrer e la Trasfigurazione. Nel 1512 termina la Deposizione per la chiesa di San Floriano di Jesi, oggi conservata nella Pinacoteca Civica della città marchigiana. Nel 1513 l’artista lascia le Marche per trasferirsi a Bergamo, dove partecipa a un concorso per una pala per la chiesa dei Santi Stefano e Bartolomeo. L’opera sarà terminata tre anni dopo e oggi è nota come Pala Martinengo dal nome di colui che finanziò il dipinto, Alessandro Martinengo Colleoni. Sempre a Bergamo, nel 1517, dipinge la Susanna e i vecchioni oggi agli Uffizi. Attorno al 1518 esegue il ritratto di Lucina Brembati oggi a Bergamo presso l’Accademia Carrara, mentre nel 1521 realizza la Pala di Santo Spiritoe la Pala di San Bernardino per le omonime chiese bergamasche, dove ancora i dipinti si trovano. Risale invece al 1522 il Polittico di Ponteranica per la chiesa dei Santi Alessandro e Vincenzo della cittadina nei pressi di Bergamo, dove tuttora è conservato. Nel 1524 Lorenzo dipinge il Matrimonio mistico di santa Caterina oggi conservato a Roma a Palazzo Barberini. Nello stesso anno il nobile bergamasco Giovan Battista Suardi gli commissiona la decorazione ad affresco dell’oratorio di famiglia a Trescore Balneario con storie di Cristo e di sante, tra cui Barbara e Brigida (a cui l’oratorio è dedicato): si tratta del maggior capolavoro ad affresco dell’artista veneto. Sempre nel 1524, gli viene commissionata la realizzazione dei disegni per le tarsie del coro della basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo.

L’artista torna nelle Marche nel 1525: qui ottiene nuove commissioni. Sentendosi pronto e maturo per commissioni più elevate rispetto a quelle a cui era abituato, pianifica il ritorno a Venezia: nel 1527 è dunque di nuovo in laguna, ma non riesce ancora a ottenere commissioni importanti. L’unica occasione gli sarà fornita due anni dopo quando dipingerà il San Nicola in gloria per la chiesa del Carmine. L’opera però viene disprezzata dai contemporanei, e l’artista è costretto a lasciare nuovamente la città natale. Nel 1531 redige il suo primo testamento, dove designa come proprio erede un ospedale per i poveri, mentre nel 1532 compie un breve soggiorno a Treviso e attorno a quest’anno probabilmente fa ritorno nelle Marche. Intorno al 1535 dipinge la pala con i Santi Cristoforo, Rocco e Sebastiano probabilmente per il Santuario di Loreto. Nel 1538, il gentiluomo anconetano Simone di Giovannino Pizoni gli commissiona il dipinto oggi noto come la Pala dell’Alabarda conservata presso la Pinacoteca Podesti di Ancona: è uno dei maggiori capolavori dell’artista. Sempre nello stesso anno, ad Ancona, inizia il suo Libro di spese diverse, un quaderno in cui Lorenzo annota tutte le informazioni relative alle opere da lui eseguite, nonché alcuni suoi pensieri. Si tratta di un documento preziosissimo per ricostruire la sua attività e costituisce un imprescindibile punto di riferimento per la sua biografia e la sua arte.

Nel 1539 l’artista dipinge la Madonna del Rosariodi Cingoli. Nello stesso anno torna a Venezia, dove è ospite di un cugino, che ricambia con regali (pitture e denaro). Si trattiene a Venezia per circa dieci anni (fatta eccezione per un ultimo breve soggiorno trevigiano) ma non riesce ancora a raggiungere quel prestigio e quella stabilità in cui Lorenzo sperava, anche perché non riesce a guadagnare abbastanza dalla sua arte per una vita decorosa ed è quindi costretto a contare nella generosità degli amici, che ricambia con i suoi dipinti e con alcuni oggetti. Nel 1542 dipinge l’Elemosina di sant’Antonino per la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia. Risale al 1543 circa il Ritratto di gentiluomo con guanti, probabilmente si tratta del notaio veneto Liberale da Pinidello. Nel 1546, Lorenzo si ammala e viene ospitato dall’amico Bartolomeo Carpan, mentre nel 1548 Pietro Aretino scrive una lettera sarcastica nei confronti di Lorenzo che testimonia quanto gli fosse ostile l’ambiente veneziano. Nel 1549, da Ancona ottiene una commissione da parte del nobile locale Giovanni Francesco Tudini: è l’Assunta per la chiesa di San Francesco alle Scale. Decide di lasciare Venezia per non farci più ritorno, e si stabilisce definitivamente nelle Marche. Attorno al 1550 dipinge il Ritratto di balestriere oggi alla Pinacoteca Capitolina di Roma. Il dipinto viene eseguito per mastro Battista, falegname ritratto nell’opera, in cambio di alcuni lavori di falegnameria che l’artigiano aveva fatto per il pittore. Nello stesso anno, per racimolare qualche soldo vende all’asta diversi dipinti in suo possesso. Lorenzo Lotto si trasferisce a Loreto nel 1552: qui, matura la decisione di diventare oblato della Santa Casa (diverrà tale nel 1554). A Loreto trascorre gli ultimi suoi anni. Inizia il suo maggior capolavoro degli ultimi anni, la Presentazione al Tempio oggi alla Pinacoteca Apostolica di Loreto, su cui lavora per il resto dei suoi giorni. Risale al 1556 l’ultima notazione sul Libro di spese diverse, e probabilmente tra il 1556 e il 1557 l’artista si spegne a Loreto.

Lorenzo Lotto, Ritratto del vescovo Bernardo de' Rossi (1505; olio su tavola, 54 x 41 cm; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)
Lorenzo Lotto, Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi (1505; olio su tavola, 54 x 41 cm; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)


Lorenzo Lotto, Pala Martinengo (1513-1516; olio su tavola, 520 x 250 cm; Bergamo, chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano)
Lorenzo Lotto, Pala Martinengo (1513-1516; olio su tavola, 520 x 250 cm; Bergamo, chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano)


Lorenzo Lotto, Ritratto di gentiluomo di casa Rovero (1530-1532 circa; olio su tela, 97 x 110 cm; Venezia, Gallerie dell’Accademia)
Lorenzo Lotto, Ritratto di gentiluomo di casa Rovero (1530-1532 circa; olio su tela, 97 x 110 cm; Venezia, Gallerie dell’Accademia)

Lo stile e le opere principali di Lorenzo Lotto

La prima da cui partire per un percorso nell’arte di Lorenzo Lotto è il ritratto di colui che fu il mecenate dell’artista a Treviso, ovvero il cardinale Bernardo de’ Rossi, che proveniva dalla nobile famiglia dei Rossi di Parma e che nel 1499 fu nominato vescovo di Treviso. Il vescovo è ritratto con una mozzetta di un color rosso spento, un anello al dito indice con sopra un leone rampante, stemma della famiglia, in posa solenne e ufficiale: questo dettaglio tuttavia non impedisce a Lorenzo Lotto di creare un ritratto estremamente realistico. Il pittore, senz’alcun filtro, restituisce con grande precisione il colorito del personaggio, la pelle con tutte le sue imperfezioni, e dimostra anche grande penetrazione psicologica nel realizzare lo sguardo del vescovo Bernardo de’ Rossi, che denota freddezza e sicurezza, una sicurezza sottolineata anche dal gesto della mano che stringe con fermezza il rotolino di pergamena. Il vescovo è rischiarato da una luce quasi abbagliante, di ascendenza nordica, mentre il grande realismo deriva dalla lettura della ritrattistica di Antonello da Messina. L’opera è firmata e datata, un’abitudine frequente per Lorenzo Lotto, in questo caso si tratta di un dipinto del 1505. È invece dell’anno seguente l’opera forse più interessante di questo periodo, ovvero la Pala di Asolo, che riassume diverse delle suggestioni ricevute da Lorenzo Lotto nelle prime fasi della sua carriera: il paesaggio che rimanda ad alcune soluzioni giorgionesche, i colori del cielo che sono quelli della pittura veneta del tempo, la Madonna Assunta inserita in una mandorla in fatta di nuvole (e mutuata dall’arte del Perugino, che alla fine del Quattrocento soggiornò a Venezia: Lorenzo Lotto probabilmente lo conobbe in questa circostanza), i personaggi e alcuni elementi del paesaggio che sono contraddistinti dal contorno, segno che Lorenzo Lotto dava più importanza al disegno che al colore, in disaccordo con la pittura delle sue zone d’origine. La firma e la data sono su un foglietto spiegazzato in basso al centro della composizione, espediente spesso usato da Antonello da Messina. Da notare poi la libertà della composizione e delle pose, che denotano l’atteggiamento molto anticonvenzionale di Lorenzo Lotto, la sua indipendenza e la sua versatilità.

Il periodo bergamasco è esemplificato dalla Pala Martinengo, così chiamata in quanto finanziata dal condottiero Alessandro Martinengo Colleoni. L’opera fu portata a termine nel 1516 e originariamente era composta da più parti, oggi suddivise tra vari musei. Lo scomparto centrale è una Sacra Conversazione con al centro la Madonna con il Bambino e ai lati ben dieci santi (Alessandro, Barbara, Giacomo, Domenico e Marco a sinistra, Caterina d’Alessandria, Stefano, Ambrogio, Giovanni Battista e Sebastiano a destra). I santi occupano uno spazio verticale che corrisponde a meno di un terzo dello spazio complessivo della pala: viene data importanza fondamentale alle architetture (una maestosa e magnifica volta a botte con cassettoni, scorciata in prospettiva, che termina in alto con una balaustra dalla quale si affacciano due angeli, con una soluzione che ricorda l’oculo della Camera degli Sposi di Mantegna). Gli angeli sono contraddistinti da un forte anticlassicismo: sono ritratti in un momento di lavoro, perché sono intenti a sistemare i festoni con le ghirlande: più che due angeli sembrano due operai, e di conseguenza c’è disordine nella parte alta, manca simmetria, le tappezzerie sono appoggiate senza criterio dato che devono ancora essere sistemate e anche le ghirlande pendono in modo disordinato. Lavorano al punto tale che alcuni dei santi, per esempio sant’Ambrogio, sembrano essere più interessati a loro che alla Madonna. Anche i due putti ai piedi del trono tra l’altro stanno lavorando, perché li vediamo intenti a stendere un telo sopra la base marmorea del trono. Si tratta dunque di un dipinto apparentemente tradizionale, ma in realtà è molto anticonvenzionale, anche per il modo in cui sono raffigurati i santi, che in molti casi non ci appaiono come delle figure eteree e solenni, cosa che accadeva spesso nell’arte del tempo, ma si pongono come figure vere e ferventi nella loro religiosità, ritratte in pose naturalistiche e anche attente a quello che sta succedendo intorno a loro. La pittura di Lorenzo Lotto, a contatto con l’arte lombarda, si carica dunque di una nuova tensione e di una più marcata espressività.

Tra i capolavori della maturità, è possibile menzionare la Pala dell’Alabarda, un dipinto piuttosto complesso: è una sacra conversazione con al centro la Madonna col Bambino affiancata da quattro santi (Stefano, Giovanni Evangelista, Simone Zelota e Lorenzo), e due angeli in alto che stanno incoronando la Vergine. Il trono su cui siede Maria ha un basamento molto singolare, formato da due scalinate simmetriche, e presenta al centro la firma del pittore. Si può notare come Simone Zelota si appoggi a un’alabarda spezzata con la punta rivolta verso il basso: pochi anni prima, precisamente nel 1532, la città di Ancona era stata occupata dalla Chiesa che l’aveva annessa allo Stato Pontificio e il governo di Ancona era stato affidato al cardinale Benedetto Accolti, un personaggio dai modi dispotici che esercitò una vera tirannia sulla città, e quindi fu deposto dal suo incarico e imprigionato poco tempo dopo. L’alabarda spezzata rappresenta dunque, da una parte, la fine della tirannia di Benedetto Accolti, perché il cardinale per la propria protezione si avvaleva di un corpo di lanzichenecchi la cui arma era l’alabarda, ma dall’altra parte potrebbe anche essere un messaggio di speranza e un messaggio contro la guerra, con l’arma spezzata e rivolta verso il basso in modo che non possa offendere. A livello compositivo, il dipinto è piuttosto tradizionale, ma denota grande modernità se si osservano le pose molto libere dei santi e anche il disporsi piuttosto disordinato dei loro attributi (si noti ad esempio la graticola di san Lorenzo). E, sempre a proposito della figura di san Lorenzo, si noterà come il suo volto si formi quasi attraverso la luce che lo investe, procedimento che anticipa di diversi anni la pittura di Caravaggio.

Per quanto riguarda invece l’attività tarda, l’ultima opera di Lorenzo Lotto è considerata la Presentazione al Tempio della Pinacoteca Apostolica di Loreto. Il segno del pittore appare molto stanco e affannoso, e lo stesso di potrebbe della stesura dei colori: ci si accorge chiaramente che si tratta dell’opera di un pittore quasi ottantenne, e tuttavia questo non significa che Lorenzo Lotto abbia smesso di innovare e di stupire. Il particolare che probabilmente colpisce di più l’osservatore è quello dell’altare del tempio che poggia su piedi umani, soluzione inedita e particolare che rivela l’estrema fantasia di questo genio del Cinquecento, anche se non si conosce il motivo di questa raffigurazione. Anche l’impostazione del dipinto è molto originale: la composizione infatti appare divisa in due dal coro del tempio che è rialzato ed è splendidamente scorciato in prospettiva. Inoltre, si nodta che, dalla porta a destra sul coro, vicino alle scale, stanno entrando due frati, anche se non si conosce perché il pittore abbia deciso di fornire questa rappresentazione. Secondo alcuni studiosi, il frate che ha appena varcato la soglia potrebbe essere un autoritratto del pittore, ma non è possibile stabilirlo con certezza. E sempre rimanendo nel campo delle ipotesi, il coro che si vede nella parte superiore della composizione potrebbe essere quello della cappella del Coro della Basilica di Loreto, ma anche in questo caso non si hanno elementi per sapere se è veramente così. Dunque, Lorenzo Lotto, anche sul finire della sua carriera e dei suoi anni continua a sperimentare, a trovare soluzioni originali, a innovare e ovviamente a stupire chi guarda le sue meravigliose opere d’arte.

Lorenzo Lotto, Pala dell'Alabarda (1539 circa; olio su tela, 294 x 216 cm; Ancona, Pinacoteca Civica Francesco Podesti)
Lorenzo Lotto, Pala dell’Alabarda (1539 circa; olio su tela, 294 x 216 cm; Ancona, Pinacoteca Civica Francesco Podesti)


Lorenzo Lotto, Presentazione al Tempio (1552-1556; olio su tela, 172 x 136,5 cm; Loreto, Museo pinacoteca della Santa Casa)
Lorenzo Lotto, Presentazione al Tempio (1552-1556; olio su tela, 172 x 136,5 cm; Loreto, Museo pinacoteca della Santa Casa)

Dove vedere le opere di Lorenzo Lotto

Sono molti i luoghi che conservano le opere di Lorenzo Lotto. Alcune si trovano a Venezia, la sua città natale: si tratta del San Nicola in gloria della chiesa di Santa Maria dei Carmini, del Giovane malato conservato alle Gallerie dell’Accademia, dell’Elemosina di sant’Antonino nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, del Gentiluomo con catena della Fondazione Cini e della Pala di San Giacomo da l’Orio nell’omonima chiesa. Alcune opere giovanili, come la Madonna col Bambino, san Pietro martire e un donatore e il Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi, sono al Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli, mentre agli Uffizi si trova un Ritratto di giovane (oltre a due opere più mature: Susanna e i vecchioni e la Sacra Famiglia con i santi Girolamo e Anna). Nel trevigiano si può invece ammirare la Pala di Santa Cristina al Tiverone, nella chiesa di Santa Cristina a Quinto di Treviso.

Si può approfondire il Lotto del periodo bergamasco con un tour tra le chiese e i palazzi della città e dei dintorni: l’Accademia Carrara, la chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano (dove si trova lo scomparto centrale della Pala Martinengo), le chiese di Santo Spirito, San Bernardino in Pignolo, San Michele al Pozzo Bianco e Sant’Alessandro della Croce a Bergamo, la chiesa di Santa Maria Maggiore dove si trova uno dei suoi capolavori più singolari (le tarsie lignee del coro: a Lorenzo spettano i cartoni), e fuori dalla città la chiesa dei Santi Alessandro e Vincenzo a Ponteranica, gli affreschi dell’Oratorio Suardi di Trescore Balneario. Diversi importanti ritratti di Lorenzo Lotto sono conservati alla Pinacoteca di Brera (leggi qui un approfondimento). Si può inoltre compiere un vero tour lottesco nelle Marche (è stato anche realizzato un apposito sito web): si trovano sue opere alla Pinacoteca Podesti di Ancona (la Pala dell’Alabarda, nella chiesa di San Francesco alle Scale (l’Assunta), alla Pinacoteca Civica di Jesi (leggi qui un approfondimento su questi cinque capolavori), nella chiesa di San Domenico a Cingoli, nella chiesa di Santa Maria a Monte San Giusto, al Museo Civico di Villa Colloredo Mels di Recanati, nel Museo del Santuario di Loreto, al Museo di Arte Sacra di Mogliano.

Fuori dai confini nazionali s’incontrano importanti opere di Lotto in molti musei del mondo come il Louvre, la National Gallery di Londra, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, la Gemäldegalerie di Berlino, l’Hermitage di San Pietroburgo, la National Gallery di Washington.


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