Una rinascita all'insegna dell'arte (e di Beuys). Il nuovo libro di Lucrezia De Domizio Durini


Esce per Mondadori “Vergogna e Verità”, il nuovo libro di Lucrezia De Domizio Durini: un lungo flusso di coscienza, un'accusa alla società contemporanea, una proposta di rinascita sotto il segno di Beuys da parte di chi ha studiato l'opera del maestro tedesco per tutta la vita.

S’intitola Vergogna e Verità l’imponente libro che Lucrezia De Domizio Durini pubblica con Mondadori (288 pagine, 19,90 euro, ISBN 9788891832849) nel centenario della nascita di Joseph Beuys. Difficile riassumere in breve gli argomenti del libro: è una sorta di stream of consciousness dell’autrice su un ampio spettro di tematiche (dalla politica ai media, dalla religione alla globalizzazione, passando attraverso la cultura e l’arte), continuamente innervate dalle riflessioni di Beuys, di cui De Domizio Durini è stata allieva (oggi ne è tra i massimi esegeti: ha dedicato una vita intera allo studio e alla divulgazione dell’arte e del pensiero di Beuys). Lucrezia De Domizio Durini si definisce un “personaggio atipico del sistema dell’arte contemporanea”: attiva da più di quarant’anni, è stata a capo dello Studio L.D. da lei fondato (una casa-galleria che negli anni Sessanta proponeva mostre di Burri, Fontana, Capogrossi, Rotella, Pistoletto, della Pop Art americana e del Costruttivismo), collaboratroce dei massimi esponenti dell’Arte Povera e dell’Arte concettuale italiana, giornalista, editrice, collezionista, scrittrice, autrice di trentatré libri su Beuys, curatrice di mostre.

Quale il motivo di una pubblicazione tanto composita? “Portare alla luce i disagi di una vita di lotte continue”, dice De Domizio Durini, in particolare di donne che hanno subito soprusi: quello dell’autrice è dunque, anzitutto, un viaggio nei bassifondi dell’Italia, tra la corruzione, la mala politica, i pessimi trattamenti ai quali viene sottoposta la cultura, e quello che secondo l’autrice è uno dei mali del nostro paese, ovvero il mancato riconoscimento del “merito”. Dopo un primo capitolo di carattere intimo e biografico, l’autrice comincia il suo personale viaggio all’inferno, cominciando dalla politica: “Se osserviamo attentamente quanta cura i detentori di qualsiasi tipo di potere mettono nelle convenzioni sociali, notiamo come essi scartano il merito da tutte le cariche importanti laddove invece specifiche qualità e competenze gioverebbero alla Società”, scrive la studiosa, secondo cui sarebbe inatto una sorta di “genocidio” dei giovani e di tutti coloro che tentano di cambiare le cose. Nepotismo, mancanza di cultura laica, falso ideologico, condizionamenti della Chiesa sono, a suo avviso, i problemi principali. E tutto questo malgrado la politica sia una delle discipline più nobili. Cosa fare in uno scenario simile? De Domizio Durini indica alcuni punti: la riscoperta del compromesso (visto naturalmente in accezione positiva), l’integrità intellettuale, la rivalutazione della cultura e dell’arte. È ancora Beuys, secondo l’autrice, a indicare la strada: “Quando abbiamo la coscienza di collaborare tutti insieme come individui liberi siamo molto più vicini all’aver creato una democrazia reale e concreta”. “Ritengo che la vera politica, quella sana”, scrive l’autrice, “debba essere un’arte esemplare per mezzo della quale gli uomini si associano allo scopo di instaurare, coltivare e conservare tra loro una vita sociale fatta di solidale collaborazione tra tutti i ceti sociali”.

La copertina del libro
La copertina del libro

Nell’analisi di De Domizio Durini c’è spazio per la stampa e i media (“solo una stampa libera e non soggetta a limitazioni può efficacemente denunciare gli inganni di quei boss che detengono il potere oscuro, poiché la libertà di espressione è alla base dei diritti umani, è la radice della natura umana e anche la madre della verità”), l’ecologia (viene chiamata in causa la Difesa della natura di Beuys che propose una visione antropologica, un cambiamento nella percezione dei valori umani, un’unione tra tutti gli esseri umani all’insegna della connessione con la natura e con il cosmo), e l’economia. Il testo è intervallato anche da saggi di autori terzi: presente, ad esempio, un approfondito contributo di Vitantonio Russo sul tema di Beuys e l’economia. Sul tema della globalizzazione, l’autrice inserisce nel libro un’intervista di Lukasz Galecki a Zygmunt Bauman. Un’ampia riflessione di Lucrezia De Domizio Durini è dedicata al tema della casa, una sorta di base di un nuovo sistema di valori fondato sulla cultura: l’idea dell’autrice è che la cultura contemporanea abbia incastonato la fine della modernità nella metafora della dissoluzione, della liquefazione delle strutture novecentesche, facendo del nostro tempo “un’epoca liquida e fissandone il corso nell’immagine di una fluidità nella quale l’esistenza quotidiana si è rispecchiata a partire dalle sue manifestazioni più evidenti del vivere, del concepire la quotidianità, il rapporto con il tempo, con le relazioni personali e con l’avidità di denaro”. L’attuale esperienza dell’abitare riflette pertanto questo mondo frenetico che sembra esser fondato sulla mutazione: ma in futuro l’abitare continuerà a essere un’esperienza profondamente radicata nella natura umana, impossibile da modificare. Anche la cultura è parte della natura umana: “concorre sia alla formazione dell’individuo sul piano intellettuale e morale sia all’acquisizione della consapevolezza del ruolo che gli compete nella società”, scrive l’autrice. “Abbraccia nozioni, credenze, arti, costumi, abitudini, tradizioni che sono propri dell’uomo in quanto membro della società. Potremmo anche aggiungere che è in contrapposizione con il concetto di natura, inteso come totalità cosmica, visibile e invisibile, regolata da leggi fisiche e biologiche, dentro cui l’uomo è immerso”.

L’idea di cultura come coscienza civile è alla base della proposta di ripensare totalmente il nostro sistema educativo, dato che l’istruzione è il corpo fondamentale di una nazione civile, per abbracciare un paradigma basato su amore appassionato, competenza profonda, apprendimento non nel segno del “business” ma del sapere e della qualità della vita, e soprattutto un sistema basato sulla creatività, com’era quello che immaginava Beuys (le sue idee sull’istruzione vengono riportate con ampi brani). Il j’accuse di Lucrezia De Domizio Durini si rivolge poi ai governi rei di destinare poche risorse alla ricerca: “i governi”, dice, non hanno compreso il valore della ricerca “e non hanno recepito che in questo momento storico la ricerca ha bisogno di gruppi multidisciplinari e di reti transnazionali. Inoltre, le scarse risorse economiche disponibili in Italia sono frammentatenei molti Ministeri in contrasto tra loro e con un fantomatico Ministero della Ricerca su cui i politici non hanno capacità di coordinamento, tantomeno di competenza perché totalmente incongruenti e assetati di potere”.

Joseph Beuys
Joseph Beuys

Un intero capitolo, intitolato Veritas filia temporis, è dedicato a riflessioni sulla religione (e in particolare sul pensiero cristiano, sulla Chiesa, su alcune figure come quelle di Celestino V e papa Francesco), per arrivare poi all’ultima parte del libro in cui l’autrice auspica una rinascita nel segno dell’arte (senza risparmiare strali all’attuale mondo dell’arte contemporanea: secondo l’autrice, la spinta propulsiva della creatività è terminata negli anni Settanta, e dopo questo periodo la politica e il denaro hanno prevalso anche nell’arte). Per De Domizio Durini, gli artisti hanno un ruolo chiave nella trasformazione della società: “L’Artista è colui che pone l’Arte a svolgere la funzione centrale della nostra vita, una funzione che cambia innanzitutto il nostro modo di vivere, di pensare, di vedere. Un mutamento di dinamicità e di apprendimento radicale e senza fine. L’Artista oggi deve essere a Servizio della Società per un miglioramento della vita dell’uomo”. Due le necessità che secondo l’autrice l’arte del XXI secolo chiedde all’artista: la vivificazione dello spirito (quindi un’arte vera e innovativa che eviti il déjà vu delle televisioni, che eviti di registrare la quotidianità della strada o della pubblicità o delle riviste di moda) e il confronto tra artisti di differenti nazioni, stati generazionali, di diverse ricerche, legati insieme da un forte senso di rispetto dei principi fondamentali dell’Uomo e della sua Madre Natura. Solo da questi presupposti, secondo la scrittrice, l’arte può riflettere sul tempo presente. “A un artista”, argomenta l’autrice, “non si può chiedere di stupirci con la sua fertile immaginazione, ma di coinvolgerci con il suo pensiero e il suo comportamento. Può, anzi deve essere una vedetta in cui l’etica deve segnare una invasione morale nell’ordine di un sapere autentico al fine di non dipendere dalla legge degli istinti e procedere portando con sé il carico dell’Assoluto e dell’Infinito”.

Un flusso di pensieri continuo, una trattazione non organica ma forte da parte di una donna che, giunta quasi alla soglia dei novant’anni, intende ancora mettersi in gioco per diffondere il pensiero di Beuys (che lei considera un faro anche per il futuro) e per proseguire la sua lotta contro i soprusi e i gruppi di potere.


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