Dall'eikón alla crocifissione. Il demoniaco in Medusa


La figura di Medusa, fin dall’antichità, ha affascinato artisti di ogni epoca. E nel corso dei secoli le sue modalità di raffigurazione sono cambiate in maniera radicale. Una panoramica sulla rappresentazione del demoniaco in Medusa dall’antichità a oggi.

Esiste un legame che unisce l’orrore alla bellezza. La bellezza del volto umano a volte è così intensa da non poterne sostenere la magnificenza e gli occhi sono costretti a voltarsi. Lo stesso Mosè non riesce a sostenere lo sguardo di Dio, poiché la sua bellezza risulta essere fin troppo pura ed abbagliante. Dal canto suo, l’orrore invece viene contenuto dalla bellezza. Affinché il terrore venga neutralizzato e reso sopportabile dall’occhio umano, ha bisogno di essere oggettivato e affidato ad un corpo, una figura-simbolo: l’eikón. Un’effigie che abbia una forte potenza visiva simbolica, il cui scopo non sia quello di idolatrare un Dio, bensì che riesca a scongiurare la potenza dell’éidolon, l’entità spettrale che torna per infestare il regno dei viventi. In principio è il terrore della morte a smuovere nell’uomo l’esigenza della protezione verso le entità dell’oltretomba. Ed è così che l’occhio, il più intelligente dei cinque sensi, genera l’oggetto in grado di rappresentare il terrore e di conseguenza allontanare il mondo della notte. La Medusa ne è la figura-simbolo: l’eikón che incarna il terrore. L’effigie, la raffigurazione più ancestrale che l’uomo abbia mai creato. Il suo sguardo è rivolto verso il sottosuolo terrestre, non è destinata all’occhio umano poiché è destinata ai morti. La Medusa non ha bisogno di scacciare nessun vivente, e per questo motivo nessun vivente può sopportarne la visione.

Nei primi riferimenti artistici risalenti all’inizio del VIII e alla seconda metà del VIII secolo a.C. dell’antica Grecia, la Medusa è inguardabile, mostruosa: è il caso della scena raffigurata sull’olpe con Perseo che uccide la Medusa del British Museum (550-530 a.C) in cui la Gorgone viene presentata con tratti maschili che innescano repulsione, e della Medusa Arcaica nella posizione dello schema “Knielauf” (schema della corsa in ginocchio) del tempio di Artemide del 580 a.C. a Corfù. L’occhio non è in grado di sostenerne lo sguardo: la peluria in viso è tra tutti, l’elemento maschile che la rende estremamente disturbante. La lingua sporgente, gli occhi fissi e sfidanti contro lo spettatore, le lunghe zanne e capelli serpentini le conferiscono in tutte le raffigurazioni fascino e ambiguità.

Pittore di Amasis (attribuito), Olpe con Perseo che uccide Medusa (550-530 a.C. circa; ceramica a figure nere, 25,5 x 14,5 cm; Londra, British Museum)
Pittore di Amasis (attribuito), Olpe con Perseo che uccide Medusa (550-530 a.C. circa; ceramica a figure nere, 25,5 x 14,5 cm; Londra, British Museum)
Terzo di statere con Gorgoneion (530-450 a.C. circa; argento; Monaco di Baviera, Staatliche Münzsammlung). Foto: Wikimedia/ArchaiOptix
Terzo di statere con Gorgoneion (530-450 a.C. circa; argento; Monaco di Baviera, Staatliche Münzsammlung). Foto: Wikimedia/ArchaiOptix
Gorgone in posizione dello schema Knielauf (590 a.C., dal Tempio di Artemide, parte centrale del frontone occidentale, Corfù; Corfù, Museo Archeologico)
Gorgone in posizione dello schema Knielauf (590 a.C., dal Tempio di Artemide, parte centrale del frontone occidentale, Corfù; Corfù, Museo Archeologico)

La Medusa appare gigantesca e deforme, discendente diretta dei titani e delle creature infernali che governavano la terra in un tempo indefinito. Come figura ancestrale, richiama a lei le forze oscure della terra e della notte. L’origine del tipo figurativo della Gorgone e le sue manifestazioni analoghe sono inoltre largamente diffuse nel mondo dell’Asia Minore. Infatti gli sguardi terrificanti di altri demoni Mesopotamici, come ad esempio il volto di Humbaba o Pazuzu sono stati adottati molto prima che la Grecia assumesse la creatura nel suo repertorio artistico.

E così come i volti demoniaci sono già presenti nelle culture africane ed orientali, anche la relazione tra donna e serpente, è già presente in civiltà arcaiche e precedenti a quella Greca. La figura totemica della Grande Dea Madre di Creta ad esempio, rappresentata con serpenti attorcigliati intorno alle braccia e al bacino, è presente già in epoca Minoica (3000 – 1200 a.C.) e risulta estranea alla dominazione e al potere maschile.

Le grandi Dee e le donne rappresentavano l’equilibrio duale di ogni cosa: creatrici e distruttrici, erano libere e selvagge, madri e vergini, erano le guardiane della vita e della morte. Fin dai tempi antichi è stato attribuito un legame tra il paesaggio lunare fatto di caos, oscurità, ambiguità, e la donna. La luna ha un ciclo di 28 giorni, esattamente uguale a quello della donna. Lo stesso serpente è legato al paesaggio lunare: terrificante, notturno, sotterraneo. Non fa parte di questo mondo, fa parte dell’oltretomba. Con il suo cambio di pelle periodico, è il simbolo dell’eterno divenire, della forza creatrice, degli antichi saperi. Con l’avvento del periodo arcaico in Grecia, il serpente viene associato ai lati più oscuri del potere femminile. Non è un caso quindi che il termine “Gorgone”, dal greco Gorgón e derivato da Gorgós sia tradotto nella nostra lingua con “terribile, feroce, torvo”. Il legame tra la donna e il serpente si intensifica e acquisisce carattere demoniaco con la venuta del Cristianesimo. Nell’Eden è il serpente demoniaco a tentare Eva, e la stessa Lilith sulla terra si circonda della stessa creatura, come la raffigura John Collier nel 1892. L’alleanza tra il femminile e il rettile diviene ancora più oscuro e causa della mortalità degli uomini.

Arte mesopotamica, Maschera di Humbaba (2000-1500 a.C. circa; terracotta, 9,3 x 6,5 x 1,7 cm; Parigi, Louvre)
Arte mesopotamica, Maschera di Humbaba (2000-1500 a.C. circa; terracotta, 9,3 x 6,5 x 1,7 cm; Parigi, Louvre)
Arte mesopotamica, Amuleto con testa di Pazuzu (800-600 a.C. circa; bronzo, 10,55 x 7,20 x 6 cm; Londra, British Museum)
Arte mesopotamica, Amuleto con testa di Pazuzu (800-600 a.C. circa; bronzo, 10,55 x 7,20 x 6 cm; Londra, British Museum)
Gruppo di Leagros, Gorgoneion (525-500 a.C. circa; ceramica a figure nere; Parigi, Bibliothèque Nationale, Musée des monnaies, médailles et antiques)
Gruppo di Leagros, Gorgoneion (525-500 a.C. circa; ceramica a figure nere; Parigi, Bibliothèque Nationale, Musée des monnaies, médailles et antiques)
Arte minoica, Dea dei serpenti (1600 a.C. circa; maiolica, altezza 29,5 cm; Heraklion, Museo Archeologico)
Arte minoica, Dea dei serpenti (1600 a.C. circa; maiolica, altezza 29,5 cm; Heraklion, Museo Archeologico)
John Collier, Lilith (1887; olio su tela, 194 x 104 cm; Southport, Atkinson Art Gallery)
John Collier, Lilith (1887; olio su tela, 194 x 104 cm; Southport, Atkinson Art Gallery)
Masolino da Panicale, Tentazione di Adamo ed Eva (1424-1425; affresco, 260 x 88 cm; Firenze, Santa Maria del Carmine, Cappella Brancacci)
Masolino da Panicale, Tentazione di Adamo ed Eva (1424-1425; affresco, 260 x 88 cm; Firenze, Santa Maria del Carmine, Cappella Brancacci)
Michelangelo, Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre (1508-1512; affresco, 280 x 570 cm; Città del Vaticano, Cappella Sistina)
Michelangelo, Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre (1508-1512; affresco, 280 x 570 cm; Città del Vaticano, Cappella Sistina)

Precedentemente a Lilith demonizzata, la Gorgone di epoca arcaica possiede una duplice funzione: è sia la rappresentazione primitiva dell’aldilà, che il simbolo della protezione stessa contro il regno dei morti. Protegge i vivi nelle battaglie.

Una teoria contraria alla decapitazione della Medusa sostiene inoltre un’evoluzione per la quale dalla testa decapitata della Gorgone si sarebbe giunti alla creazione sia della figura totale di Medusa, sia al suo inserimento nelle tradizioni mitiche riguardanti Perseo, al fine di dare attendibilità al Gorgoneion, lo scudo protettivo sul quale si riflette la sua immagine. La Medusa è la guardiana che sta tra i due mondi: quello dei vivi e quello dei morti. È la personificazione degli istinti primordiali, è l’orrido contro il bello, il mondo della ragione e dell’ordine, del logos, e allo stesso tempo quello del caos e dell’irrazionalità.

Lo stesso Dante inserisce la creatura nel suo Inferno, a guardia delle mura della Città di Dite. Solo da metà del V secolo in Grecia, dal periodo Classico e di equilibrio delle forme, proseguendo verso l’epoca Rinascimentale e moderna, la Medusa si modifica: i tratti maschili si trasformano e diventano più umani. Le forme si addolciscono, si femminilizza e diventa più amabile. Gli occhi iniziano a sopportarne la vista. La testa della Medusa, decapitata da Perseo, affascina, attrae ed uccide attraverso lo sguardo assassino, ma è non più terrificante. All’orrore del volto che sibila e al terrore della frontalità geometrizzante della Medusa Arcaica, si sostituisce la contemplazione edonistica dell’opera d’arte. Il caos viene dominato dalla ragione.

La Medusa, temibile e allo stesso tempo armoniosa, riesce in questa fase ad incarnare le due facce della psiche umana: il volto che ingabbia l’uomo e che lo spinge a contemplare il bello e che lo rende un animale sociale, e quella dell’uomo dagli istinti primordiali e animaleschi. È il caso della Medusa Rondanini, volto in marmo raffigurante la testa della Medusa, ma copia probabilmente di un pezzo risalente all’età Ellenica. Primo caso di un “bellissimo Gorgoneion” com’è stato rinominato, apre le porte ad un’effigie diversa, spesso dolente. Da protettrice, la Gorgone diviene una martire. Il suo volto non rappresenta più il terrore, ma diventa umano. Paragonabile al Cristo sofferente sulla croce, la Medusa mantiene la sua natura demoniaca e seduttiva. La creatura moderna infatti porta con sé il peso della tragedia dell’atto al quale è collegata mitologicamente: la sua decapitazione. Nonostante l’interpretazione negativa, in epoca moderna il personaggio di Medusa gode di un’importanza non indifferente, soprattutto in campo artistico. Se la Gorgone antica rappresenta un mostro e un guardiano, la nuova Medusa simboleggia il dolore e la tragedia, perde il suo potere protettivo. Non può essere definita l’eikón del passato. La sua decapitazione rappresenta la perdita di valori, la perdita del potere, una crocifissione. Nel 1545 Benvenuto Cellini rappresenta in maniera drammatica l’istante che sussegue la sua morte, scolpendo un Perseo trionfante che ne regge la testa in una mano, e la spada nell’altra. Il corpo della giovane donna decapitato rimane ai suoi piedi. Nel 1598, in periodo Barocco, Caravaggio dipinge la sua testa appena decapitata i cui occhi aperti e la bocca spalancata trasmettono l’atrocità della scena creando lo scudo più famoso e importante di tutta la storia dell’arte. Non lontano da lui, nel 1640, il maestro Bernini produrrà una testa scolpita in marmo i cui tratti mostrano la testa sofferente nel momento esatto del suo mutamento, da donna a mostro serpentino, come racconta Ovidio nel suo poema Le Metamorfosi.

Da Fidia, Medusa Rondanini (copia romana da originale del V secolo a.C.; marmo, altezza 40 cm; Monaco di Baviera, Glyptothek)
Da Fidia, Medusa Rondanini (copia romana da originale del V secolo a.C.; marmo, altezza 40 cm; Monaco di Baviera, Glyptothek)
Benvenuto Cellini, Perseo con la testa della Medusa (1545-1554; gruppo scultoreo in bronzo, basamento in marmo greco con statue in bronzo, altezza 519 cm; Firenze, Piazza della Signoria, Loggia dei Lanzi)
Benvenuto Cellini, Perseo con la testa della Medusa (1545-1554; gruppo scultoreo in bronzo, basamento in marmo greco con statue in bronzo, altezza 519 cm; Firenze, Piazza della Signoria, Loggia dei Lanzi)
Benvenuto Cellini, Perseo con la testa della Medusa, dettaglio. Foto: Gianni Cadeddu
Benvenuto Cellini, Perseo con la testa della Medusa, dettaglio. Foto: Gianni Cadeddu
Caravaggio, Medusa (1597-1598; olio su tela, 60 x 55 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi)
Caravaggio, Medusa (1597-1598; olio su tela, 60 x 55 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi)
Gian Lorenzo Bernini, Busto di Medusa (1644-1648; marmo, altezza 68 cm; Roma, Musei Capitolini)
Gian Lorenzo Bernini, Busto di Medusa (1644-1648; marmo, altezza 68 cm; Roma, Musei Capitolini)

Durante il Neoclassicismo e durante il periodo dell’Art Nouveau la sua figura viene ripresa e posizionata nei medaglioni riccamente decorati in oro, come quello di Vincenzo Gemito del 1911. In questo contesto il legame tra Medusa e l’orrido è completamente superato lasciando spazio ad un nuovo legame che unisce la Gorgone alla bellezza che le fa acquisire una gloriosa ed impassibile aurea. Nel 1992 il grande fotografo Mimmo Jodice immortala il suo volto Gorgoneion Puteoli scolpito nella pietra tra le rovine dell’antica Pozzuoli, in una stampa fotografica ai sali d’argento e la inserisce nel suo libro fotografico Mediterraneo.

Damien Hirst invece scolpisce l’opera La testa mozzata di Medusa (2008) aggiungendola alla sua collezione Treasures from the Wreck of the Unbelievable. Si tratta di una scultura il cui volto dolente tiene la bocca spalancata in un grido muto straziante. Ciò che rende la Medusa di Hirst così interessante infatti non è l’espressione del volto, bensì il materiale con il quale l’artista ha creato l’opera. Esiste una pietra, la cui polvere prodotta in fase di lavorazione è altamente tossica: è la malachite. Hirst decide di utilizzarla per scolpirne la testa, e la sua tossicità riesce a dare espressione sia alla scultura, rendendo al meglio il mito. Negli anni successivi esegue diverse teste, con diversi materiali pregiati: oro, cristallo di rocca e bronzo. Affascinanti e diverse tra di loro, riprendono nelle forme la testa del Caravaggio e tra tutte, proprio quella in bronzo viene studiata dall’artista come un pezzo d’arte ritrovato sul fondale oceanico. I serpenti sono fatti a pezzi e messi in esposizione al fianco del volto ricoperto dai coralli e dalla falsa corrosione del metallo avvenuta nell’acqua.

Vincenzo Gemito, Medusa (1911; argento, diametro 23,5 cm; Los Angeles, The J. Paul Getty Museum)
Vincenzo Gemito, Medusa (1911; argento parzialmente dorato, diametro 23,5 cm; Los Angeles, The J. Paul Getty Museum)
Mimmo Jodice, Gorgoneion Puteoli (Napoli, 1992)
Mimmo Jodice, Gorgoneion Puteoli (Napoli, 1992)
Damien Hirst, The severed head of Medusa (2008; malachite, 38,1 x 49,5 x 52,1 cm; The Pinault Collection)
Damien Hirst, The severed head of Medusa (2008; malachite, 38,1 x 49,5 x 52,1 cm; The Pinault Collection)
Logo di Versace
Logo di Versace
Versace's Runway, 1992
Versace’s Runway, 1992
Versace Polis Runway, allestimento dello spazio scenico, 2020
Versace Polis Runway, allestimento dello spazio scenico, 2020

Negli anni Novanta, Gianni Versace, stilista e fondatore della Maison Versace, ha analizzato raffinatamente i diversi aspetti estetici oltre quelli simbolici, rivalutando totalmente il personaggio della Medusa. È riuscito a capovolgerne il suo stereotipo mutando la figura orrida in una donna immortale e seducente, capace di ammaliare l’uomo e pietrificarlo con la bellezza dello sguardo e dei suoi abiti. Nato intorno agli anni Cinquanta, Versace nasce in una famiglia calabrese. La stessa terra, in passato Magna Grecia, diventa fondamentale per lo sviluppo creativo del suo lavoro. Sua madre Franca Versace ha la sartoria più importante di tutta Reggio Calabria, mentre il padre è affascinato dal mondo dell’arte antica e dall’opera. Dall’insieme di queste tre componenti Versace riesce a costruire il proprio impero dallo stile neoclassico e prendendo la mitologia classica come esempio da seguire per la creazione dei suoi abiti. Il ricordo dei resti di un antico mosaico romano raffigurante la Gorgone hanno portato Gianni Versace a scegliere Medusa come logo e simbolo per la propria Maison. “Quando ho dovuto scegliere un simbolo, ho pensato all’antico mito: chi si innamora della Medusa non ha scampo. Allora, perché non pensare che chi è conquistato da Versace non può tornare indietro?”

Perché quindi la Medusa è tanto rappresentata e amata dagli artisti? Perché è una creatura che non appartiene a questa terra. È mistero, fascino, veleno, potenza. È terrorizzante e allo stesso diviene sofferenza. Tra tutte le creature femminili, la Medusa è colei che più si avvicina al Divino e al Demoniaco. L’artista cerca di decifrarne i suoi enigmi, di catturarne l’animo lacerato e distruttivo e di imprigionare la tossicità dello sguardo in materia. Ed è lei stessa, attraverso il suo magnetismo ad ammaliare l’artista portandolo ad uno stato di coscienza superiore.


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Noemi Capoccia

L'autrice di questo articolo: Noemi Capoccia

Originaria di Lecce, classe 1995, ha conseguito la laurea presso l'Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2021. Le sue passioni sono l'arte antica e l'archeologia. Dal 2024 lavora in Finestre sull'Arte.



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