Furti di diritti, furti di opere. Mattia Preti a Taverna, un racconto inedito


In Italia le grandi storie della cultura possono trovare spazio anche in un piccolo borgo apparentemente marginale: in questo caso Taverna, in Calabria. Dove nel 1970 si verificò un imponente furto di opere di Mattia Preti, uno dei più grandi artisti italiani del Seicento. Una vicenda che fa ancora riflettere sull'importanza dell'arte nei luoghi cosiddetti minori.

Spegnere bruscamente l’anelito alla libertà e il diritto alla dignità umana e sociale, talvolta, può avere ripercussioni inimmaginabili, non sempre negative. A volte infatti, soprusi e privazioni possono scuotere talmente tanto l’animo umano, che la smaniosa ricerca di un riscatto, se combinato a una felice congiunzione di eventi, si ottiene con risultati eccezionali ed imprevisti. La vicenda di Mattia Preti (Taverna, 1613 – La Valletta, 1699) è uno di questi casi straordinari. Tanto più rara è la sua storia, se si considera che, sacrifici e sforzi compiuti, anche quando vengono pagati a caro prezzo, solitamente non garantiscono una sicura riuscita. L’evento decisivo, che ha cambiato le sorti della famiglia Preti, e che per Mattia personalmente ha rappresentato un chiaro riconoscimento, è avvenuto nel 1661. In quell’anno “mosso da zelo [l’artista] s’offeriva a depingere, e dorare a spese proprie tutta la volta della nostra maggior chiesa conventuale di san Giovanni”.1 Un episodio questo, che ha rappresentato il segno della riconquista di un diritto cancellato per anni. Questi i fatti come si sono svolti. Ribaltiamo la clessidra al 13 febbraio 1660.

L’artista, ormai figura nota nell’ambito artistico, dopo aver ricevuto il titolo di Cavaliere di Grazia dell’Ordine di Malta, che significava poter “godere di tutte le gratie, honori, e privilegij, che godono gli altri Cavaglieri d’obbedienza magistrale”2, con un gesto davvero encomiabile, offriva all’Ordine di San Giovanni di decorare la volta dell’attuale Concattedrale della Valletta, a Malta. Un prezzo “smisurato”, come messo in rilievo da Giuseppe Valentino (fondatore e direttore del Museo Civico di Taverna), che “Mattia Preti pagò per riconquistare, in suo nome, la riabilitazione nobiliare della famiglia, pagata con durissimi e incessanti anni di lavoro nell’isola [di Malta] nella quale l’artista riuscì comunque a raggiungere l’apice della sua gigantesca forza creativa”3. L’antefatto, che costituisce il nodo cruciale della vicenda, risale a circa un decennio prima della nascita (nel 1613) di Mattia, al 1605, quando in Calabria, a Taverna, sua città d’origine, con alcune “regole imposte dai ceti nobiliari dominanti […] attraverso l’attuazione di una nuova forma d’indipendenza demaniale [si] cancellò in un sol colpo ogni principio d’equità democratica per reintrodurre involutive forme di potere feudale”4. Un episodio non certo trascurabile, che non soltanto ha condizionato, da quel momento in poi, il destino della famiglia Preti, ma che in Mattia ha originato una serie di cambiamenti, spostamenti e viaggi dalla Calabria (forse già a partire dal 1624) che erano motivati dal recupero di un senso dell’onore e parimenti, erano volti a riabilitare la dignità del suo casato.

La volta della Concattedrale della Valletta, dipinta da Mattia Preti
La volta della Concattedrale della Valletta, dipinta da Mattia Preti


Mattia Preti, Predica di san Giovanni Battista con autoritratto (1672; olio su tela, 290 x 202 cm; Taverna, San Domenico)
Mattia Preti, Predica di san Giovanni Battista con autoritratto (1672; olio su tela, 290 x 202 cm; Taverna, San Domenico)

Dopo quel gesto, numerose sono state nel tempo le conferme del proprio prestigio sociale, tutte sintomatiche di un reale riconoscimento di Mattia Preti in Calabria: ne è prova, nel 1672, quella forma di “autocompiacimento” che è l’autoritratto realizzato all’interno della tela la Predica di San Giovanni Battista: l’artista ha così elevato la propria dignità pittorica affermando anche quella sociale. E più tardi, con la possibilità di costruire “un proprio altare gentilizio all’interno del più importante edificio religioso del luogo”5, il Preti, nella stessa chiesa di San Domenico, ha riconfigurato il quadro sociale della sua famiglia restituendo la dignità del proprio cognome. Anche a Malta, nella decorazione della Concattedrale, in particolare nelle opere del Battesimo di Cristo e nel San Giovanni interrogato da preti e leviti, Mattia Preti farà un omaggio alla città d’origine, chiaramente manifestata nell’effige di Taverna come “versione di un vero e proprio ‘testamento pittorico’ che il Cavalier Calabrese decise di lasciare ai posteri, prima della sua fine terrena”6. Ma di che sorta di città natale parliamo? Qual è la storia di Taverna? E cos’era stata in quegli anni per diventare, in definitiva, l’incunabolo del talento di un grande artista? Se non si può dire che Taverna per Mattia Preti sia stata il luogo dell’affermazione artistica, come lo sono state invece le città di Roma e La Valletta, il comune calabrese ha comunque rappresentato il punto di origine per la formazione del suo talento, soprattutto considerando la presenza di alcune componenti sociali fondamentali e di un vivace fermento che ha sempre caratterizzato la città, anche se in modo diverso nel corso dei secoli della sua lunga storia.

Taverna ha origini antiche. Il suo patrimonio artistico, rappresenta “il retaggio di una dimenticata origine greca resa oggi più attendibile dai ritrovamenti negli scavi archeologici di Uria, ove verosimilmente sorgeva la colonia greca di Trischene”7 ma in particolar modo, dall’epoca medioevale, è stata un centro produttivo molto fecondo: qui era attiva un’importante attività di produzione della seta (sono infatti da chiarirsi i rapporti tra Venezia e Albi, comune limitrofo), una documentata produzione della carta (esisteva una fabbrica nel Villaggio di Santa Sofia), che potrebbe confermare anche l’abitudine del Preti a copiare stampe. “Nel Seicento, il patrimonio grafico [come testimoniato dalla pubblicazione di un inventario] dovette raggiungere quantità e valenza considerevoli, visto che lo stesso Cavalier Calabrese “solea copiare alcune stampe degli elementi del disegno lasciate in casa da Gregorio suo fratello allor ch’ei partì per Roma”8. Tuttavia, al di là degli aspetti più pragmatici, produttivi, in una parola, economici, Taverna era anche stato un punto di snodo fondamentale per l’affermazione del potere temporale. C’è da ricordare che già dal Quattrocento la Chiesa qui si era prodigata nel sostegno di commissioni artistiche. Committenze che anche in altri tempi erano state promosse dall’ordine dei domenicani (attivi a Taverna dal 1464 con la fondazione della chiesa monumentale di San Domenico) e dei francescani. Questi ultimi riuscirono persino “a convogliare nei loro conventi arroccati sulla fascia pedemontana della Sila crotonese delle sculture di Antonello Gagini e della sua bottega siciliana”9. Tutto ciò comprova che “la storia sociale determina [talvolta] la storia dell’arte di ogni luogo, piccolo o grande che sia”10, e parimenti, conferma, quanto le ‘intermittenze’ culturali possano trovare spazio anche in un piccolo borgo apparentemente marginale, come quello del territorio calabrese, dove, a dispetto di un consolidato preconcetto che lo vede sempre tra le regioni più arretrate, si è scritta una storia, in passato, molto vivace: Taverna era un centro culturalmente vibratile, prolifico. Questa vivacità era dovuta principalmente alla presenza, come si è detto, di ordini e autorità religiose, ma sappiamo che anche il numero elevato di nobili letterati nelle leggi canoniche e civili, non è un elemento che deve restare estraneo nell’indicazione di un rinnovamento sociale attraverso la diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione quali erano le stampe (le litografie in particolare) e gli esemplari dei volumi illustrati. È noto come, nonostante i rapporti tra Taverna e Napoli o Roma fossero assidui, “la realizzazione di alcuni dipinti [sia] direttamente riconducibile alla diffusione della grafica”11.

Veduta di Taverna. Ph. Credit Francesco Fratto
Veduta di Taverna. Ph. Credit Francesco Fratto


La chiesa di San Domenico con la statua di Mattia Preti. Ph. Credit Franco Parrottino
La chiesa di San Domenico con la statua di Mattia Preti. Ph. Credit Franco Parrottino


Interno della chiesa di San Domenico. Ph. Credit I love Calabria
Interno della chiesa di San Domenico. Ph. Credit I love Calabria


Mattia Preti, Cristo fulminante - La visione di San Domenico (1680 circa; olio su tela, 372 x 260 cm; Taverna, chiesa di San Domenico)
Mattia Preti, Cristo fulminante - La visione di San Domenico (1680 circa; olio su tela, 372 x 260 cm; Taverna, chiesa di San Domenico)


Gregorio Preti e Mattia Preti, Madonna col Bambino in gloria tra i santi Gennaro e Nicola di Bari detta “Madonna della purità” (1636-1644 circa; olio su tela, 248 x 196; Taverna, San Domenico)
Gregorio Preti e Mattia Preti, Madonna col Bambino in gloria tra i santi Gennaro e Nicola di Bari detta “Madonna della purità” (1636-1644 circa; olio su tela, 248 x 196; Taverna, San Domenico)


Mattia Preti, Dio Padre benedicente (1672 circa; olio su tela, 76 x 53 cm; Taverna, San Domenico)
Mattia Preti, Dio Padre benedicente (1672 circa; olio su tela, 76 x 53 cm; Taverna, San Domenico)


Mattia Preti, Miracolo di san Francesco di Paola (1678 circa; olio su tela, 183 x 127 cm; Taverna, San Domenico)
Mattia Preti, Miracolo di san Francesco di Paola (1678 circa; olio su tela, 183 x 127 cm; Taverna, San Domenico)


Mattia Preti, Croficissione (1682-1684 circa; olio su tela, 233 x 159 cm; Taverna, San Domenico)
Mattia Preti, Croficissione (1682-1684 circa; olio su tela, 233 x 159 cm; Taverna, San Domenico)


Mattia Preti, Madonna col Bambino tra i santi Lorenzo, Francesco Saverio, Apollonia e Lucia detta “Madonna del Carmelo” (anni Settanta del XVII secolo; olio su tela, 206 x 136 cm; Taverna, San Domenico)
Mattia Preti, Madonna col Bambino tra i santi Lorenzo, Francesco Saverio, Apollonia e Lucia detta “Madonna del Carmelo” (anni Settanta del XVII secolo; olio su tela, 206 x 136 cm; Taverna, San Domenico)


Mattia Preti, Martirio di san Sebastiano (prima del 1687; olio su tela, 272 x 195 cm; Taverna, San Domenico)
Mattia Preti, Martirio di san Sebastiano (prima del 1687; olio su tela, 272 x 195 cm; Taverna, San Domenico)


Mattia Preti, Martirio di san Pietro da Verona (1687 circa; olio su tela, 290 x 202 cm; Taverna, San Domenico)
Mattia Preti, Martirio di san Pietro da Verona (1687 circa; olio su tela, 290 x 202 cm; Taverna, San Domenico)


Mattia Preti, La Madonna e il Bambino consegnano il Rosario ai santi Domenico e Caterina da Siena (1687-1689 circa; olio su tela, 285 x 230 cm; Taverna, San Domenico)
Mattia Preti, La Madonna e il Bambino consegnano il Rosario ai santi Domenico e Caterina da Siena (1687-1689 circa; olio su tela, 285 x 230 cm; Taverna, San Domenico)


Mattia Preti, Redentore infante (1690 circa; olio su tela, 185 x 112 cm; Taverna, San Domenico)
Mattia Preti, Redentore infante (1690 circa; olio su tela, 185 x 112 cm; Taverna, San Domenico)

Una testimonianza preziosa della ricchezza artistica di Taverna è riportata anche da uno studioso che per primo, nella ricomposizione della vicenda e dell’opera omnia pretiana ha giocato un ruolo importante, Alfonso Frangipane (Catanzaro, 1881 – Reggio Calabria, 1970). “E in Taverna, più che in altra città di Calabria, l’arte seicentista poté affermarsi, assurgendo a veri fastigi”12. Dopo questo accenno di elogio della città però, Frangipane prosegue con un duro attacco alle sue popolazioni, colpevoli del degrado che imperversava nel 1970, anno del celebre furto di cui si dirà tra poco, perché riferisce: “non hanno mai compreso e amato l’arte nostra (e attribuisce loro le colpe del perduto fulgore della bellezza primitiva perché se le chiese di Taverna sono state devastate dal trafugamento di alcune opere) a codesta furia cieca non si [è] mai ribellata la coscienza del popolo nostro” 13. Taverna così, sembra avere due anime, quella di una bellezza che qui ha trovato origine grazie non solo a Mattia Preti, e quella più effimera, connotata da una perdita di bellezza, un tesoro che non è sempre stata in grado di preservare.

L’episodio del furto avvenuto nella notte tra il 25 e 26 febbraio 1970, viene vissuto persino dallo stesso giovanissimo Giuseppe Valentino, che con ogni ragionevolezza può avere sviluppato da quel preciso momento l’interesse per l’opera del Preti e un bisogno forse inconscio di restituire alla sua città parte di un patrimonio d’inestimabile valore artistico e non. In quella notte vennero trafugati dagli altari della chiesa di San Domenico otto dipinti di Mattia Preti, la Madonnadella Provvidenza del fratello Gregorio e due opere di ignoti autori del XVII secolo. Di questa “usurpazione” che rappresenta un drammatico evento, anche se le opere sono state rinvenute due anni dopo, tra il 1972 e il 1973, resta ancora traccia in alcuni spazi deputati alle cimase rimasti a tutt’oggi vuoti. Ma quegli stessi “vuoti”, testimoni muti di un furto d’identità, sono lì a dirci molto di più di ciò che la chiesa di San Domenico può raccontare. A volte, i segni dei danni alla bellezza arrecati vilmente restano a lungo o per sempre, non vengono mai riparati. Anche queste tracce quindi, apparentemente meno evidenti e meno importanti di un patrimonio immateriale di memoria e identità sono altrettanto indicativi per parlare di un luogo, una città, una comunità. Ciò che sorprende ancora è che qui, rispetto ad altri luoghi italiani, non tutti sia ben inteso, il “ribellismo” è presto soffocato, la perdita di opere d’arte non suscita, se non per poco tempo e in pochi, un sentimento di smarrimento che produce una volontà di riscatto. Mattia Preti, che ha sacrificato molti anni della sua esistenza per ricomporre il prestigio sottratto alla sua famiglia, e i diritti legittimi di cui era lecito godere, avrebbe ancora molto da insegnare.

Altare della chiesa di San Domenico in Taverna dove si trovava il dipinto scomparso della Sacra Famiglia
Altare della chiesa di San Domenico in Taverna dove si trovava il dipinto scomparso della Sacra Famiglia


La cimasa scomparsa
La cimasa scomparsa

1 G. Valentino, Configurazioni di un riscatto sociale. La diaspora nell’autoritratto di Taverna, p. 35.

2 G. Leone e G. Valentino (a cura di) Caravaggio e Mattia Preti a Taverna: un confronto possibile. Gangemi, Roma, 2015, p.53. Catalogo dell’omonima mostra tenutasi al Museo Civico di Taverna dal 25 marzo al 3 maggio 2015.

3 Id. p. 35.

4 Id. p. 32.

5 Id. p. 38.

6 G. Leone e G. Valentino (a cura di), Gangemi, 2015, p. 49.

7 G. Valentino (a cura di), L’arte nella città natale di Mattia Preti. Dal patrimonio salvato alle nuove collezioni del Museo Civico di Taverna, edito da Museo Civico di Taverna edizioni, stampato da Industria Grafica Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010, p.9.

8 M. Puleo,Il tesoro grafico. Inventario di stampe nella patria di Mattia Preti, cittacalabriaedizioni, gruppo Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, p.14.

9 Id. p.11.

10 Id. p. 13.

11 Id. p. 14.

12 G. Valentino (a cura di), Soveria Mannelli, 2010, p.9.

13 Id. p. 10.


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