Tra cultura beat e maoismo: I Viaggi di Brek di Gastone Novelli, quando il fumetto è arte


La Fondazione Echaurren Salaris e Postmedia Books hanno ripubblicato, a 54 anni di distanza, “I viaggi di Brek” di Gastone Novelli, uno dei più alti esempi di graphic novel italiano della storia, un fumetto che è un'opera d'arte d'avanguardia.

Cinquantaquattro anni dopo la loro pubblicazione con l’editore Alfieri nel 1967, I viaggi di Brek di Gastone Novelli (Vienna, 1925 - Milano, 1968), il pionieristico (e dimenticato) fumetto del grande avanguardista, tornano disponibili per il pubblico del 2021, grazie a un’opera meritoria che ha coinvolto più soggetti: il libro rivive dunque in una nuovissima edizione limitata di Postmedia Books (solo 199 copie), a cura di Raffaella Perna in collaborazione con l’Archivio Gastone Novelli, e pubblicata nella collana Quaderni della Fondazione Echaurren Salaris. I viaggi di Brek hanno rappresentato la più significativa incursione di Novelli nel mondo del fumetto: i suoi interessi per le bandes dessinées rimontano già agli anni Cinquanta, anche se è dal 1960 che tale fascinazione trova strutture meglio codificate (per quanto non universalmente condivise: all’epoca, in Italia, si guardava al fumetto soprattutto come a una modalità espressiva destinata all’infanzia, e in pochi erano disposti a prestarvi un diverso tipo d’attenzione). Risale infatti a quell’anno di Novelli l’adesione al gruppo Crack, assieme a Pietro Cascella, Piero Dorazio, Gino Marotta, Fabio Mauri, Achille Perilli, Mimmo Rotella e Giulio Turcato, riuniti attorno al critico Cesare Vivaldi, ed è proprio, in particolare, grazie al contatto con Mauri e Perilli che Novelli approfondisce le possibilità del fumetto come mezzo d’espressione artistica.

Mauri, in modo del tutto indipendente e autonomo rispetto a quanto accadeva negli Stati Uniti, dove le opere di Roy Lichtenstein avrebbero stabilito senz’appello la dignità artistica del fumetto, trovava nei Comics un terreno d’elezione per le proprie ricerche: ricerche che si legano, scrive Raffaella Perna nel saggio inedito pubblicato nell’edizione Postmedia Books de I viaggi di Brek, “ai ricordi d’infanzia, all’intreccio tra memoria personale e collettiva” e sono intrise di “componenti affettive ed elementi diaristici”. I dipinti di Novelli di questi anni includono elementi derivanti dallo studio del fumetto: caselle squadrate, impaginazioni simili a quella delle tavole dei fumettisti, una più accentuata tendenza narrativa. Risale invece al 1964 la sua prima elaborazione di un fumetto strictu sensu: quell’anno, al culmine degli scambi tra gli artisti del gruppo Crack e i letterati del gruppo del Gruppo 63 (da cui l’artista riprende le tendenza a procedere per associazioni fantasiose e improvvise, la scrittura disgregata, l’assenza di nessi apparenti tra i diversi elementi della struttura dell’opera), Novelli pubblica Nel cieco spazio, opera che contiene già molti degli elementi che caratterizzeranno anche I viaggi di Brek, ovvero, scrive Perna, “la disarticolazione narrativa, il carattere primordiale e nervoso del disegno, la mancanza di corrispondenza logica tra immagine e parola, la compresenza di registri lilnguistici diversi”, tutti aspetti che “dànno alle strips una qualità straniante, in antitesi con la struttura canonica del fumetto”. I tempi sono dunque pronti per la pubblicazione de I viaggi di Brek.

Copertina de I viaggi di Brek di Gastone Novelli (Postmedia Books, 2021, ed. orig. 1967)
Copertina de I viaggi di Brek di Gastone Novelli (Postmedia Books, 2021, ed. orig. 1967)


Gastone Novelli nel 1966. Fotografia di Marina Lund
Gastone Novelli nel 1966. Fotografia di Marina Lund


Gli artisti del gruppo Crack a Piazza del Popolo, Roma 1960, da sinistra: Pietro Cascella, Piero Dorazio, Gino Marotta, Fabio Mauri, Gastone Novelli, Achille Perilli, Mimmo Rotella, Giulio Turcato.
Gli artisti del gruppo Crack a Piazza del Popolo, Roma 1960, da sinistra: Pietro Cascella, Piero Dorazio, Gino Marotta, Fabio Mauri, Gastone Novelli, Achille Perilli, Mimmo Rotella, Giulio Turcato.

L’artista milanese presenta la sua opera per la prima volta esponendo le 25 tavole di cui è composta alla Galleria dell’Oca di Roma, davanti a un pubblico che annovera anche, tra gli altri, Pier Paolo Pasolini e Laura Betti. Antesignani delle odierne graphic novel, I viaggi di Brek vedono per protagonista Brek, un buffo mostriciattolo peloso non meglio identificato, dal nome che ricorda quello d’un suono onomatopeico (o meglio, per usare le parole che lo stesso Novelli adopera per presentare il suo antieroe nella prima tavola del romanzo a strisce: “suono che permette di interrompere una conversazione noiosa”). Brek è una sorta di Orlando degli anni Sessanta, con tanto di Angelica (la “marchesa beat degli Angeli”, con riferimento al marchese De Sade, agli Hell’s Angels e alla controcultura che costituisce il fondamento visivo e culturale di molti elementi dell’opera, a cominciare dal lettering), che però il protagonista, al contrario del suo omologo ariostesco, sposa immediatamente, in apertura della storia, per poi consumare uno svogliato amplesso davanti alla televisione. La noia però prevale subito e Brek decide d’imbarcarsi in un viaggio per il mondo: è prima in Texas, dove viene malamente cacciato dalla polizia locale. Poi è a New York, dove subisce pregiudizi e razzismo e viene infine rimpatriato senza troppi complimenti.

Tornato a casa, trova Angelica in compagna del “Manga”, un grande polpo che parla per massime (e che nel suo avvicinarsi ad Angelica ricorda la piovra del Sogno della moglie del marinaio di Hokusai): stanco di sentirlo, Brek parte per la luna, ma anche questa esperienza sarà deludente, perché verrà cacciato anche dal satellite. Deciderà quindi di trovare rifugio presso uno psicanalista, il dottor Nimbus, al quale il mostriciattolo confida i suoi problemi e le sue angosce, a cominciare dal fatto che Angelica lo lascia per un capitano dei marines. A fronte delle impietose diagnosi dello specialista, Brek però fugge e si ritrova alla Mostra del Cinema di Venezia: alla fine, frastornata, la strana creatura finirà per abbracciare il maoismo, agitando il Libretto Rosso e parlando attraverso gli aforismi di Mao, nell’unica pagina colorata (di rosso, ovviamente) di tutta l’opera.

I viaggi di Brek sono dunque una sorta di racconto di un disorientamento, della frustrazione di un personaggio che sperimenta varie esperienze e infine, insoddisfatto, finisce per rifugiarsi nell’ideologia, sebbene lo stridore tra le roboante retorica di Mao (“Questo mondo si può trasformare solo con la violenza”, “Tutti i reazionari sono tigri di carta” e così via) e l’aspetto grottesco del piccolo essere non può che contraddire i presupposti stessi del cambio di orientamento di Brek ed evidenziare tutti i limiti delle ideologie stesse (malgrado Novelli abbia guardato con certo interesse e convinzione al maoismo). Chi è dunque il Brek di Novelli? È, anzitutto, un diverso, come spiega Perna: l’immagine del personaggio, che s’avvicina a quella del cavernicolo del fortunatissimo fumetto B.C. di Johnny Art, richiama i concetti di devianza e alterità, ed è funzionale a sviluppare una storia che racconta “con sguardo critico”, scrive la studiosa, “l’alienazione dei rapporti umani nella civiltà del consumo attraverso l’invenzione di luoghi e personaggi [...] che costituiscono un altrove dal punto di vista dello spazio, del tempo e in special mondo del comportamento”. L’altrove di Brek è dato dai suoi viaggi intercontinentali e anche interplanetari che finiscono però per “scontrarsi con realtà disperanti, cariche di razzismo e violenza”.

I viaggi di Brek
Tavola de I viaggi di Brek


I viaggi di Brek
Tavola de I viaggi di Brek


I viaggi di Brek
Tavola de I viaggi di Brek


I viaggi di Brek
Tavola de I viaggi di Brek


I viaggi di Brek
Tavola de I viaggi di Brek

Brek è poi un dissidente pienamente calato nella realtà del ’68, e i riferimenti alla cultura beat si spiegano con l’atteggiamento che Novelli nutriva al tempo nei riguardi della società americana: “Gli Stati Uniti”, scriveva l’artista nell’ottobre del 1967, un mese prima della pubblicazione di Brek, “possono e devono essere minati dall’interno col rifiuto continuo di accettare le regole della società che essi rappresentano. I Flower Children sono un modo per mettere in crisi la società del dollaro”. È però anche un individuo confuso, che opta alla fine per una svolta rivoluzionaria forse senza esserne davvero convinto, e quasi esclusivamente per ragioni sentimentali: si legge tra le righe la critica al maoismo di Novelli, che in alcuni suoi scritti pubblicati nel 1968 non poté far a meno di pronunciarsi sul tema dei rapporti tra arte e politica e tra artista e società. E scrivendo di Mao, Novelli rilevava che “una rivoluzione che si costruisce un patrimonio letterario e artistico rimanipolando le forme del passato (nate come prodotto di una società feudale o religiosa o borghese e che quindi ne contengono i miti, le idee e le regole), una rivoluzione che non produce linguaggi, che non assimila le forme che nascono in essa, è una rivoluzione a metà”. Le strutture di una società possono dunque trasformarsi solo se vengono messi in discussione i mezzi espressivi tradizionali.

Il fumetto di Novelli si caratterizza, oltre che per gli elementi formali di cui s’è detto in apertura (il segno nervoso, la struttura narrativa straniante e irregolare, il lettering che si rifà alla scena della psichedelia, e poi il ricorso al collage, le iperboli, l’andamento convulso dell’impaginazione), anche per la capacità di mescolare cultura alta e cultura bassa: i riferimenti spaziano da Tex Willer a Georges Bataille, da Hokusai ai film di Luchino Visconti e Marco Bellocchio, dai B-movie erotici americani alle poesie di Edgar Allan Poe (ed è interessante il fatto che a ripubblicare quest’opera sia stata la fondazione di Pablo Echaurren e Claudia Salaris, ovvero un artista che ha condiviso con Novelli l’interesse per il fumetto e per la commistione di linguaggi, e una storica dell’arte studiosa delle avanguardie del Novecento). Questa tendenza ad abolire i confini è un altro degli elementi che dànno conto dello sperimentalismo di Gastone Novelli e delle sue ricerche, nelle quali, scrive ancora Perna, “convergono le sue riflessioni sul linguaggio, sugli incroci fra pittura e scrittura, l’esperienza nel teatro sperimentale e l’interesse per le nuove istanze espresse dalla cultura beat”. Nonostante siano ancora poco noti, probabilmente perché stampati all’epoca in poche copie e perché appartenenti a un lato della carriera di Novelli per molti oscuro, I viaggi di Brek sono un prodotto visionario che unisce fumetto e pittura, sono ancor oggi uno degli esempi più alti del genere del graphic novel in Italia, rappresentano un capitolo importante della produzione di Gastone Novelli e possono aiutare a meglio comprendere la multiforme personalità di uno dei principali protagonisti del suo tempo. Nonché di uno dei primi artisti ad aver compreso, forse anche in anticipo sui tempi, che il fumetto è in grado di parlare la lingua delle opere d’arte.


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