La Moka Bialetti: l'oggetto di design degli ultimi romantici


La Moka Bialetti è stata uno dei prodotti più innovativi del design italiano: non solo un’invenzione che ha rivoluzionato il modo di preparare il caffè, ma anche un’icona del made in Italy. E oggi è la caffettiera degli ultimi romantici.

Se ci fosse una classifica degli oggetti di design più diffusi nelle case degli italiani, probabilmente la Moka della Bialetti si guadagnerebbe un posto sul podio: fino a non molto tempo fa, prima che venissero inventate le macchine a cialde o a capsule, la Moka faceva ancora una forte concorrenza alle macchine domestiche per il caffè espresso ed era davvero difficile trovare una casa che non ne avesse una. Nonostante il declino della sua popolarità, la Moka è comunque ancor oggi un oggetto piuttosto diffuso nelle case degli italiani: possiamo considerarla un po’ come la caffettiera degli ultimi romantici, un oggetto anche ecologico se vogliamo, dal momento che preparare un caffè con la Moka, oltre ad avere una sorta di ritualità che è sconosciuta alle macchine moderne, è molto più rispettoso dell’ambiente rispetto alle macchine a cialde o a capsule, e ovviamente garantisce un notevole risparmio economico. E poi, la Moka ha venduto milioni di esemplari fin da quando è stata inventata, nel 1933, e fuori dai confini nazionali è comunemente associata all’Italia. La caffettiera Bialetti è infatti divenuta uno dei simboli indiscussi del made in Italy nel mondo della preparazione del caffè. Le sue linee semplici, eleganti e riconoscibili, unite alla sua efficacia nel produrre un caffè dal gusto intenso, ne hanno fatto un’icona popolare.

L’innovativa caffettiera fu inventata nel 1933 da Alfonso Bialetti (Casale Corte Cerro, 1888 – Omegna, 1970), inventore e imprenditore di origini piemontesi, che da giovane aveva lavorato come operaio in Francia, e che nel 1918 aveva aperto la propria fonderia che produceva semilavorati in alluminio. Bialetti cercava di creare un apparecchio che consentisse di preparare il caffè in modo semplice e veloce. Secondo la tradizione, a fornire l’idea decisiva a Bialetti sarebbe stata la moglie che faceva il bucato con la lisciveuse, una sorta di antenata dell’odierna lavatrice: era una specie di pentolone dotato di un alto tubo al centro. I panni venivano sistemati nel recipiente, che veniva scaldato per fare in modo che l’acqua calda, raggiunto il punto di ebollizione, salisse nel tubo per poi ricadere sui panni, portandosi dietro anche il sapone che per effetto del calore veniva sciolto e distribuito in modo uniforme sui capi. Anche la Moka funziona con lo stesso principio, quello della pressione: l’idea fu quella di utilizzare una miscela di caffè macinato e acqua calda, che viene fatta passare attraverso un filtro per ottenere un caffè intenso.

La Moka del 1933
La Moka del 1933
La Moka del 1950
La Moka del 1950
La Moka del 1960
La Moka del 1960
La Moka oggi
La Moka oggi
Evoluzione della Moka Bialetti. Foto: Bialetti
Evoluzione della Moka Bialetti. Foto: Bialetti
Alfonso Bialetti con la Moka
Alfonso Bialetti con la Moka

Bialetti scelse di chiamare “Moka Express” la sua caffettiera in riferimento alla città di Mokha, nello Yemen, che era famosa per la qualità del suo caffè. Mokha era un importante porto di commercio per il caffè nei secoli passati e il suo caffè era considerato tra i migliori al mondo. Così, il nome “Moka” fu scelto da Alfonso Bialetti perché l’inventore voleva che la sua caffettiera fosse associata alla qualità e al prestigio del caffè della città mediorientale. Una mossa intelligente, poiché il nome della caffettiera evoca immediatamente l’idea di caffè di alta qualità e di un prodotto italiano di prestigio, in linea con la volontà di Alfonso Bialetti di creare una caffettiera che rappresentasse il meglio del caffè italiano. Tant’è che oggi il termine “Moka” è diventato quasi un sinonimo di “caffettiera”. La Moka Express fu “un fenomeno anti-Starbucks”, hanno scritto William Lidwell e Gerry Manacsa nel loro libro Deconstructing Design, “e ha consentito a tutti gli italiani di farsi in casa un espresso di qualità. Con la caduta del fascismo e l’ascesa del consumismo degli anni Cinquanta, il ‘caffè a casa’ diede anche alle donne l’accesso al rituale del caffè che prima era loro precluso. Le donne non solo potevano bere un espresso nelle loro case, ma poterono anche bere un espresso preparato dai loro mariti. Questo rovesciamento dei tradizionali ruoli di genere contribuì, letteralmente e simbolicamente, a far sì che le donne cercassero di ottenere altre conquiste fuori dalle mura domestiche”.

La preparazione del caffè veniva resa un’operazione molto semplice, da compiersi in pochi passaggi: riempire la parte inferiore della caffettiera (la caldaia) con acqua fresca fino al livello del valvola di sicurezza; inserire il filtro nella parte superiore della caffettiera e riempirlo con caffè macinato appena prima di utilizzarlo, senza pressare troppo il caffè, in modo che l’acqua possa fluire liberamente; inserire la parte superiore della caffettiera nella parte inferiore, assicurandosi che la guarnizione in gomma sia ben posizionata e che la valvola di sicurezza sia pulita; mettere la caffettiera su di un fornello a fiamma medio-bassa e attendere che l’acqua inizi a bollire e a salire nella parte superiore della caffettiera, attendendo la fuoriuscita del caffè dal filtro; togliere la caffettiera dal fuoco e servire immediatamente, poiché il caffè continuerà a filtrare se lasciato troppo a lungo. Per un buon caffè con la moka erano necessarie solo poche accortezze: non far bollire troppo l’acqua nella caffettiera, perché questo può causare perdite dalla valvola di sicurezza e rendere il caffè amaro, e utilizzare una miscela di caffè adatta alla preparazione con la moka e non esagerare con la quantità di caffè macinato, poiché questo potrebbe rendere il caffè troppo forte.

Il successo della caffettiera Bialetti è dovuto alla sua combinazione unica di design semplice e funzionalità. Il design, intanto: è caratterizzato da forme geometriche che la rendono immediatamente riconoscibile, in uno stile che ricordava le linee dell’Art Déco. La Moka è composta da due parti principali: la caldaia inferiore e la caraffa superiore. La caldaia inferiore è ottagonale ed è dotata di una valvola di sicurezza che serve a far uscire il vapore in modo da non far alzare troppo la pressione. La caraffa superiore, in cui si mette il caffè macinato, è anch’essa ottagonale, la sua forma ricorda quella di una tazzina, presenta una piccola maniglia in bachelite (materiale che non assorbe il calore, e può quindi essere preso in mano senza ustionarsi), un’ulteriore presa sulla parte superiore per sollevare il coperchio, anch’essa in bachelite, e un beccuccio da cui esce il caffè. La caraffa è raccordata alla caldaia tramite una guarnizione in silicone o gomma. Il design della Moka è stato poi arricchito, negli anni Cinquanta, dalla presenza dell’Omino con i baffi, una figura stilizzata che rappresenta una caricatura di Renato Bialetti (Omegna, 1923 – Ascona, 2016), figlio di Alfonso, che prese la guida dell’azienda nel 1946, facendola evolvere da un’impresa quasi artigianale, che produceva circa diecimila caffettiere all’anno, a una grande azienda capace di produrne diciottomila al giorno: il famoso Omino fu disegnato da Paul Campani (Modena, 1923 – 1991) nel 1953 e divenne celebre grazie allo spot pubblicitario trasmesso da Carosello, in cui l’Omino ripeteva tormentoni come “Sembra facile fare un buon caffè” oppure “Ci vediamo al bar! Invece sono venuti tutti a casa mia a prendere il caffè”, con la bocca che assumeva la forma delle lettere che pronunciava. E poi, oltre ad essere esteticamente gradevole, la Moka è stata pensata anche per essere facile da usare e pulire, rendendola una scelta ideale per chi ama il caffè di qualità ma non vuole complicarsi la vita.

Design della Moka Bialetti
Design della Moka Bialetti
L'Omino coi baffi
L’Omino coi baffi
La Moka con il logo Omino coi baffi
La Moka con il logo Omino coi baffi
Una pubblicità della Moka degli anni Sessanta
Una pubblicità della Moka degli anni Sessanta
La Moka Elettrika
La Moka Elettrika
La Moka Alpina
La Moka Alpina

Prima dell’invenzione della caffettiera Bialetti infatti era più difficile farsi il caffè in casa, tanto che molti preferivano uscire a prenderlo al bar. Per chi invece volesse rimanere tra le mura domestiche, le opzioni erano la caffettiera a stantuffo (inventata in Francia negli anni Cinquanta dell’Ottocento, consisteva in una caffettiera composta da una caldaia in cui veniva messa l’acqua e un filtro in cui veniva messo il caffè macinato, che veniva pressato con uno stantuffo per far passare l’acqua calda attraverso il caffè), la caffettiera a filtro (inventata all’inizio del XIX secolo, prevedeva molto semplicemente la bollitura dell’acqua che veniva versata sopra a un filtro di carta sopra il quale si trovava il caffè in polvere), e poi ancora la caffettiera napoletana, la più utilizzata prima dell’invenzione della Moka (anch’essa inventata in Francia, nel 1819, deve il suo nome alla vasta diffusione che ebbe in Italia, anche se a Napoli viene chiamata cuccumella: prevedeva il passaggio dell’acqua bollente attraverso il filtro per mezzo della forza di gravità), oppure il caffè turco, metodo comune in Medio Oriente che consisteva nel far bollire caffè macinato con acqua in una particolare caffettiera che aveva una forma appuntita e un manico lungo (il caffè veniva poi filtrato attraverso un setaccio fine).

La Moka si è rapidamente imposta per il suo design riconoscibile, per la sua facilità d’uso, per il fatto che veniva prodotta in diverse dimensioni in modo da essere adatta alle esigenze di tutte le famiglie, per il gusto del caffè che si otteneva con questo sistema. Ed è poi uno dei prodotti che meglio trasmettono il senso del design italiano: una ricerca “caratterizzata dalla combinazione di eccellenza tecnica con uno stile unico per promuovere un’estetica amichevole e facile”, ha scritto lo studioso di design Steven Faerm, rilevando come questo approccio sia da ritrovare anche nella Moka, che “incarna l’attitudine italiana a creare oggetti carichi di valore semantico e della capacità di generare una risposta emotiva”. Inoltre, la caffettiera Bialetti è rimasta fondamentalmente la stessa nel corso degli anni, anche se alcune modifiche sono state apportate nel tempo. Intanto, sui materiali: i primi modelli della Moka erano in alluminio, ma con il passare del tempo sono stati introdotti modelli in acciaio inossidabile, materiale che garantisce maggiore resistenza e durata ed evita fenomeni di corrosione. Sono state poi introdotte dimensioni diverse per la caffettiera, oltre che nuove funzionalità, come la possibilità di usare la Moka su diverse fonti di calore, come le stufe a gas, quelle elettriche e anche quelle a induzione. Anche il design ha subito alcune modifiche, con la maniglia che, già negli anni Cinquanta, aveva assunto una forma anatomica per consentire una miglior presa rispetto al modello del 1933.

Oggi sono disponibili diverse varianti della caffettiera Bialetti per soddisfare le esigenze dei consumatori. È possibile acquistare la Moka in alluminio, disponibile in diverse dimensioni, dalla più piccola per una sola tazzina fino alla più grande per dieci tazzine. C’è poi la versione in acciaio inox per una maggiore resistenza, anch’essa in diverse dimensioni. È possibile acquistare Moka Induction, dalla caratteristica caldaia a forma cilindrica, progettata per essere utilizzata su piani cottura a induzione, e realizzata in alluminio anodizzato. C’è la Moka elettrica, una versione dotata di una base elettrica e che dunque non richiede di essere messa su un fornello. E poi la Moka è disponibile in varie colorazioni (c’è anche quella tricolore, ci sono quelle d’autore, ne è stata addirittura prodotta una che ricorda la silhouette di un alpino). Tante varianti per un prodotto unico, che per decenni ha unito, e continua ancora a unire, gli italiani in una sorta di rito quotidiano collettivo a cui pochi sanno rinunciare: quello di un buon caffè. Meglio ancora se preparato con uno dei capisaldi del design italiano.


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