Il turismo, nonostante tutte le difficoltà, continua ad andare


Nonostante le difficoltà, il turismo in Italia continua a fare buoni numeri. Eppure è stato spesso trattato come un settore effimero e frivolo: prova ne è la travagliata vicenda della sua governance istituzionale lungo i decenni. 

Il turismo nonostante tutto va. È questa la considerazione che si può avanzare nel fare il punto su quante difficoltà abbia attraversato questo settore economico che in Italia è stato bistrattato da cittadini, intellettuali e anche istituzioni. Ma nonostante tutto, dalle crisi energetiche alle epidemie, dagli attentati alle guerre (dalla guerra del Golfo degli anni Novanta a quella in Ucraina passando dall’11 settembre 2001), il ‘sistema-turismo’ regge e riesce sempre a risollevarsi macinando successi e crescita economica (per tutti): i dati di questa estate lo dimostrano.

In un paese che ha la maggior parte delle bellezze artistiche del mondo, la sede di una grande religione monoteista, uno stile di vita che è diventato un brand che ci riconoscono internazionalmente (l’‘italian style’), il turismo, il viaggiare delle persone per visitare l’Italia, dovrebbe essere come minimo in cima alle attenzioni di cittadini e istituzioni. E invece è stato molto spesso trattato come un qualcosa di effimero e frivolo di cui quasi disinteressarsi o darlo per scontato, non capendo quanta importanza e potenzialità aveva ed ha. Basti pensare che a tutt’oggi l’Unione Europea non ha un Commissario con la delega specifica sul turismo e non c’è nessuna Direzione Generale della Commissione dedicata ad esso. E delle tante Agenzie europee nessuna ha questo tema come compito.

Proviamo in questo articolo a fare una rapida carrellata delle peripezie che questo importante comparto della nostra economia ha vissuto andando anche a vedere con quale governance i vari Governi italiani lo hanno considerato: se come ancella della Cultura o come comparto del Ministero dello Sviluppo economico (che all’epoca era il Ministero dell’Industria) o se in accoppiata con le politiche agricole oppure da solo.

La prima batosta al Turismo lo hanno dato gli italiani nel 1993 quando tramite consultazione referendaria venne votata l’abolizione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Costituito per la prima volta dal Governo Segni nel 1953, si è arrivati al referendum di quell’anno non per iniziativa popolare ma per quella di ben 10 consigli regionali: quelli di Trentino-Alto Adige, Umbria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Marche, Basilicata, Toscana, Emilia-Romagna e Veneto. E il giudizio degli italiani fu concorde al loro. Da segnalare che lo stesso anno con il referendum si cercò anche di abolire il Ministero dell’Agricoltura: due tratti distintivi del buon vivere italiano volevano essere depennati contemporaneamente in modo quasi incosciente a pensarci oggi. Macroscopici errori, verrebbe da dire oggi. Ma anche ieri: tanto è vero che il Governo dell’epoca pochi giorni prima dal voto modificò il nome del ministero dell’Agricoltura in “Ministero delle Politiche agricole” e di conseguenza venendo a mancare formalmente il passaggio della legge da abrogare il referendum su quel quesito non si tenne. Mantenendo salvo un presidio amministrativo per il nostro tessuto produttivo agricolo con l’importante attività di controllo e regolamentazione.

Roma, turisti alla Fontana di Trevi
Roma, turisti alla Fontana di Trevi

Per il turismo purtroppo non fu fatto altrettanto e così la delega per 17 anni ha vagato tra le materie comprimarie detenute dalla Presidenza del Consiglio o altri dicasteri. Dal Dipartimento istituito alla Presidenza del Consiglio subito dopo il verdetto del referendum si arriva al 1996 dove si inserisce dentro il Ministero dell’Industria ma con la sovrapposizione del Dipartimento di Palazzo Chigi: rimase infatti ancora aperto per i 3 anni successivi. Nel 1999 passa in toto al Ministero delle Attività produttive con la dignità elevata a Direzione Generale di tale dicastero e un sottosegretario a ciò preposto, acquisendo anche quindi autorevolezza politica. Nel 2001 la riforma del Titolo V della Costituzione trasferisce le competenze del turismo alle singole regioni, in forza del riordino delle materie tra Stato e autonomie locali, in funzione anche del voto referendario di 8 anni prima. Quell’anno però è anche quello in cui partirà la prima grande crisi economica del nuovo millennio a causa degli attentati terroristici che l’11 settembre schiantarono gli aerei di linea sulle Torri Gemelle a New York.

Come primo effetto ci fu il crollo dei viaggi e degli spostamenti aerei con l’azzeramento del traffico e il fallimento di molte compagnie aeree. Il turismo ne risentì di conseguenza anche per il clima di incertezza e la paura di viaggiare in determinate località considerate dei possibili luoghi nel mirino dei terroristi o l’andare in paesi esteri ritenuti conniventi con gli attentatori. Nel frattempo in Italia, nel 2003 il sottosegretario al Ministero alle Attività produttive con la delega al Turismo si dimise e il ruolo politico rimase vacante.

Dopo una rapida esperienza con un comitato interministeriale, avversata da alcune regione con tanto di ricorso alla Corte Costituzionale, la delega fu presa dal vice presidente del Consiglio dei Ministri Francesco Rutelli che all’epoca era anche Ministro per i beni e le attività culturali: non era una assegnazione del Turismo ai Beni Culturali, era la situazione in cui la stessa persona era vice presidente del Consiglio e che quindi si avvaleva del redivivo Dipartimento del Turismo in seno alla presidenza del Consiglio. Con Berlusconi inizia la stagione di Vittoria Brambilla che prima diventa sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con delega al turismo, 2009, per poi essere promossa Ministro senza portafoglio con tale delega (avvalendosi quindi, sempre, del Dipartimento in seno a Palazzo Chigi). Nel 2008 inizia la crisi economica causati dai mutui sub-prime delle banche americane che trascinò tutto il mondo in una spirale al ribasso che si trascinerà per 10 anni. Nel 2011 iniziò la stagione dei professori e Mario Monti, alla delega del Turismo del ministro senza portafoglio, aggiunge quella dello sport, per poi affiancargli anche gli Affari Regionali creando un unico dipartimento per le tre materie. Quel periodo fu l’epoca della voglia di fare riforme istituzionali a tutti i livelli, che spesso voleva dire semplicemente accorpare e tagliare: nel mirino finirono per prime le province che erano quelle che avevano il turismo tra le materie di propria competenza. Per molti anni in Italia aveva funzionato il modello delle Aziende di promozione turistica provinciali che davano spazio e valorizzazione alle varie caratteristiche dei territori. Le province vennero svuotate e le Apt chiuse passando tutto in capo alle regioni.

Nel 2013 si torna alla Cultura: il Governo Letta infatti nomina Massimo Bray ministro dei Beni Culturali e del Turismo. È il primo trasloco ‘serio’ della ‘macchina’ dal dipartimento della Presidenza del Consiglio a un Ministero. Non fu semplice: occorsero due Dpcm e un Decreto ministeriale. L’assetto rimane così anche con il Governo Renzi e i 4 anni del ministro Franceschini e in quello stesso periodo il turismo è stato oggetto anche della riforma costituzionale approvata dal Parlamento che avrebbe fatto tornare il turismo in capo allo Stato. Il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 però bocciò la riforma e le regioni quindi mantennero la situazione.

Nel 2018 alla nascita del primo governo guidato da Giuseppe Conte ci sono spinte della Lega per creare nuovamente un Ministero del Turismo a sé stante dove la persona individuata era Gian Marco Centinaio. La Lega e Centinaio erano chiamati a scegliere tra Turismo e Politiche Agricole e alla fine si percorse una strada innovativa volendo trasferire il turismo sotto l’agricoltura. La motivazione di fondo era la convinzione che chi viaggia in Italia associa l’idea del mangiare bene. A quel punto iniziarono le procedure per il passaggio delle competenze tra i dicasteri chiedendo anche al personale che in quel momento era in forza al Mibact di scegliere entro sei mesi se voler rimanere nei Beni Culturali o passare al Ministero delle Politiche Agricole. Per molti mesi, quindi, c’è stato un interregno istituzionale e, giusto il tempo di far scegliere i dipendenti da quale parte stare e finire le procedure con Dpcm e relativi decreti che sancivano il passaggio della materia, che arriva la Corte dei Conti che dichiara illegittimo tale trasferimento di competenze. E così rimangono tutti in mezzo al guado.

Negli stessi anni, inoltre, si procede alla nomina del nuovo presidente di Enit in sostituzione di Evelin Christillin. La nomina deve passare dal Parlamento: una volta individuato dal Governo il nominativo si debbono esprimere le commissioni competenti di Camera e Senato e così dopo l’indicazione di Giorgio Palmucci alla stampa come nuovo presidente Enit fatta dal Ministro Centinaio passano mesi a causa di questa procedura. Con il secondo Governo presieduto da Giuseppe Conte (stesso presidente del Consiglio ma maggioranza e ministri differenti) il turismo torna a Franceschini assistendo così al movimento inverso della transumanza. Dopo la crisi di Governo Conte passa la mano a Mario Draghi come presidente del Consiglio che in modo inaspettato toglie il turismo ai Beni Culturali (che cambiano nome in Ministero della Cultura) creando un ministero con portafoglio ad esso unicamente dedicato affidandolo a Massimo Garavaglia. Giubilo di tutte le categorie e operatori del settore.

Sul fronte extra istituzionale c’è da rilevare che nel 2014 la Russia invade la Crimea e le vengono applicate delle sanzioni che in parte limitano il turismo russo in Europa. Nel 2020 poi – non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo – scoppia una pandemia che determina misure di restrizione delle libertà personali mai viste in Occidente dopo la seconda guerra mondiale: per evitare il contagio si stabilisce divieto di uscita da casa per alcuni mesi, distanza interpersonale di 1 metro che in alcune regione diventa 1,8 metri. È chiaro che non si può fare turismo con una distanza di quasi due metri tra le persone. Molti operatori non si riprenderanno più, chiudendo del tutto. Non c’è certo bisogno di ricordare le circostanze in cui tutto il mondo ha dovuto vivere per due anni per annotare che sono stati due anni di estrema difficoltà per tutta la filiera economica legata al turismo.

Nell’aprile del 2022 alla fine delle misure di emergenza sanitaria si può guardare al futuro con positività ma ci pensa la Russia che invade l’Ucraina a determinare conseguenze negative inaspettate. Si fermano di nuovo i voli e man mano che il conflitto prosegue e vengono applicate nuove sanzioni assistiamo a ritorsioni economiche che determinano l’aumento incontrollato dei prezzi di tutte le materie prime e dell’energia.

Ma nonostante tutto l’estate 2022 è stata una stagione di grande soddisfazione per gli operatori turistici italiani che nell’ospitalità hanno una tradizione secolare. Persone abituate a rimboccarsi le maniche e ripartire ogni volta. E così sarà anche questa volta, tutto merito loro. Dopo le elezioni del 25 settembre staremo a vedere che scelte farà la politica e il nuovo Governo per il settore.


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