Il Ministero per la Transizione Ecologica vuole devastare l'archeologia? Le preoccupazioni


Il tavolo di coordinamento delle associazioni del settore archeologia esprimono preoccupazione per una bozza di disegno di legge del Ministero per la Transizione Ecologica che potrebbe far strage dell'archeologia preventiva.

Una bozza di disegno di legge presentata dal Ministero per la Transizione Ecologica potrebbe devastare la tutela dei beni culturali: è quello che denunciano il Tavolo di coordinamento delle rappresentanze del settore Archeologia e le Consulte Universitarie, composto da ANA – Associazione Nazionale Archeologi, API – Archeologi Pubblico Impiego MiBACT, ARCHEOIMPRESE – Associazione delle imprese archeologiche, ASSOTECNICI – Associazione Nazionale dei Tecnici per il Patrimonio Culturale, CIA – Confederazione Italiana Archeologi, Consulta di Topografia Antica, FAP – Federazione Archeologi Professionisti, Federazione delle Consulte Universitarie di Archeologia, LEGACOOP Produzione & Servizi e Mi Riconosci? sono un professionista dei Beni Culturali.

La ratio della bozza del ddl è quella di velocizzare e incrementare la realizzazione delle opere connesse alla cosiddetta “transizione ecologica”, ma, per com’è stata presentata, secondo il tavolo di coordinamento determinerebbe una compromissione molto forte dell’esercizio della tutela sul patrimonio paesaggistico ed archeologico nazionale, oltre che dello stesso dettato costituzionale dell’articolo 9 della Carta, dal quale la tutela discende.

Ma qual è il punto attorno al quale si discute? Si tratta di un articolo che andrebbe a modificare gli iter autorizzativi per gli impianti situati in aree d’interesse culturale o paesaggistico. In particolare, si introduce il ricorso al silenzio assenso (trascorsi trenta giorni dalla richiesta di autorizzazione per un progetto, se non arriverà risposta la Valutazione d’Impatto Ambientale sarà considerata adottata); ancora, il Ministero della Cultura e le Soprintendenze partecipano al procedimento unico solamente “in relazione ai progetti aventi ad oggetto impianti alimentati da fonti rinnovabili localizzati in aree sottoposte a tutela” ai sensi del Codice dei Beni Culturali, e nei casi in cui, “a seguito dell’istanza di autorizzazione, la Soprintendenza verifichi che l’impianto ricade in aree interessate da procedimenti di tutela ovvero da procedure di accertamento della sussistenza di beni archeologici in itinere alla data di presentazione dell’istanza di autorizzazione unica” (tradotto, significa che il parere della soprintendenza verrà richiesto solo nelle aree già sottoposte a vincolo); infine, si legge nella bozza, “la partecipazione è esclusa, in particolare, per i procedimenti di autorizzazione di impianti alimentati da fonti rinnovabili da realizzare in aree contermini a quelle sottoposte a tutela” ai sensi del Codice dei Beni Culturali. Questo passaggio, ha spiegato Giuliano Volpe, presidente emerito del Consiglio superiore Beni culturali e paesaggistici del Ministero dei Beni Culturali, significa “che si potrà proteggere solo ciò che già si conosce grazie a indagini già effettuate in passato, tanto che le procedure di tutela sono in corso, oltre ovviamente ai siti già ‘vincolati’”.

Insomma, una vera minaccia per la tutela: di fatto, viene intralciata, se non del tutto impedita, l’archeologia preventiva, ovvero quella che si occupa di fare ricerche per capire se sul terreno che sarà oggetto di costruzione insistano emergenze archeologiche, e questo sia per evitare il blocco dei lavori qualora vengano fatte scoperte (quindi in realtà l’archeologia preventiva velocizza i cantieri), sia per evitare danneggiamenti al patrimonio. E la sospensione delle attività di tutela che si prospetta con una bozza simile sarebbe relativa non solo alle attività di costruzione degli impianti, ma alle opere nella loro interezza, compresa la realizzazione di collegamenti alle reti elettriche nazionali, strade di collegamento per l’accesso ai cantieri e opere accessorie per la predisposizione di campi base. Questa sospensione non sarebbe peraltro di alcun giovamento per le grandi opere a sistema, che a quanto si dichiara potranno già contare “su normative autorizzative ad hoc, mentre andrebbe a riguardare i microinterventi a base locale, di difficilissimo controllo e verifica, portando a sostanziali e capillari danni al patrimonio”, spiega il tavolo di coordinamento. Non si tratta peraltro di una situazione nuova: già a febbraio un emendamento al decreto Milleproroghe aveva tentato il blocco dell’archeologia preventiva, e già allora il tavolo si era sollevato.

“Le associazioni di categoria e le consulte universitarie che operano nel settore dell’archeologia”, fa sapere il tavolo di coordinamento, “stanno mettendo in campo azioni diverse per contrastare queste norme che sospenderebbero la tutela del paesaggio e del patrimonio. Mentre stiamo lavorando con i Deputati e i Senatori per spiegare loro quali gravissimi rischi correrebbe il nostro Paese se queste norme venissero approvate, abbiamo scritto due lettere, una al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e un’altra ai ministri della Cultura, Dario Franceschini, della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, e delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, per segnalare le criticità nella formulazione di queste nuove norme e chiedere la loro revoca. La semplificazione e la velocizzazione delle procedure è un obiettivo pienamente raggiungibile senza passare sopra al nostro patrimonio e senza danneggiare il paesaggio. Ci auguriamo che il governo comprenda come la tutela del nostro patrimonio, archeologico e paesaggistico non sia un ostacolo allo sviluppo del Paese bensì la vera risorsa per un futuro che punti realmente sulla sostenibilità ecologica e culturale dello sviluppo economico”.

Nella foto: archeologo esegue saggio archeologico a Spilamberto di Modena (2015)

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