Preghiamo i lettori di fare un esercizio, questo fine settimana: prendere il proprio mezzo di trasporto preferito, fare una gita in campagna, cercare un pollaio e guardarlo. Per chi non sa dove trovare un pollaio, c’è l’alternativa: andare da Leroy Merlin, o in qualunque negozio di bricolage a proprio piacimento, e recarsi nel reparto dove vendono le reti metalliche. Quelle che servono per chiudere i pollai. Dopodiché, portare a termine l’esercizio con una proiezione mentale: immaginarsi il Colosseo completato, nelle sue parti mancanti, con reti metalliche modellate per assumere la forma degli elementi architettonici che coi secoli se ne sono andati. Ecco: è grosso modo l’idea che circola in questi giorni per la “valorizzazione” dei resti della Basilica di Vitruvio che sono appena stati scoperti nel centro di Fano. Non son passati neanche dieci giorni dal rinvenimento di quelle rovine, su cui i teorici dell’architettura s’arrovellano da cinquecento anni, che in città s’è subito cominciato a fantasticare su come completare quel ch’è stato appena ritrovato, e tra le proposte più creative figura l’immancabile “integrazione” con le reti metalliche: ad avanzarla, il professor Paolo Clini, ordinario di disegno al Dipartimento d’Ingegneria Civile dell’Università Politecnica delle Marche, che ha già suggerito d’affidare l’eventuale intervento a Renzo Piano offrendo come possibile modello la Basilica di Siponto, cui è stata in tempi recenti aggiunta una ricostruzione di Edoardo Tresoldi in rete metallica.
A Clini, che studia Vitruvio e la sua basilica da trent’anni, va il merito d’aver ipotizzato che i resti della costruzione descritta dal grande architetto romano si trovassero nel punto in cui son stati poi effettivamente rinvenuti. E anche sulla base di tale premessa si fatica a comprendere la ragione d’un completamento, sia pure leggero e rimovibile, dei resti antichi, si stenta a capire che giovamento si possa trarre da una costruzione contemporanea in rete metallica che insista sopra alle rovine. Il professore, con l’uso dell’intelligenza artificiale, ha anche elaborato un modello, pubblicato sui suoi profili social e trasmesso alla stampa locale: a vederla così nel bozzetto, la costruzione, più che il maestoso edificio della Fanum Fortunae romana, ricorda il Mercato Centrale di Firenze, ma non è questo il punto (anche perché è pur sempre intelligenza artificiale). O meglio: è uno dei tanti punti che rendono discutibile l’idea d’un completamento contemporaneo. E i motivi sono diversi.
Intanto, una costruzione del genere, come quella del bozzetto, somiglia a un’invasione più che a una soluzione per “valorizzare” le rovine, per il semplice fatto che dell’antico edificio pubblico è rimasto pochissimo (in pratica, è rimasto quello che si trovava sotto la strada), e ogni “integrazione” diventerebbe una costruzione dove la percentuale di nuovo sarebbe vicinissima al 100%, col risultato che anche passanti e turisti verrebbero catturati più dalla rete di metallo che dalle rovine (come, del resto, accade a Siponto, dove i commenti estasiati dei visitatori del parco archeologico sono rivolti per lo più all’integrazione della basilica paleocristiana che ai resti). Inoltre, la leggibilità delle rovine verrebbe drammaticamente alterata, se non del tutto obliterata. In sei parole: Tresoldi sarebbe più visibile di Vitruvio. Il “dialogo”, sempre ammesso che in casi come questi possa esistere un dialogo davvero fecondo tra i resti e il nuovo, diventerebbe quasi un monologo soverchiante, un soliloquio che vedrebbe come voce pressoché solitaria la ricostruzione, e le rovine della vera basilica ridotte al ruolo di comparsa. Immaginiamoci cosa accadrebbe se simili proposte integrative venissero avanzate per il Colosseo, per l’Arena di Verona, per un edificio a caso tra foro romano e fori imperiali: toccherebbe immaginarsi delle sommosse popolari, perché s’andrebbe ad alterare la percezione del monumento. Ma il discorso vale soltanto se il monumento è famoso o se è conosciuto da secoli, mentre invece se il monumento è poco noto o è stato scoperto da poco allora se ne può fare quel che si vuole? Sarebbe un po’ come se, per attirare pubblico alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, qualcuno proponesse di incollare un dipinto di Damien Hirst alla Nuda del Giorgione per ricostruirne l’aspetto (e a qualcuno magari potrà sembrare persino un’idea interessante). Non si parla, certo, di lasciare che la basilica di Vitruvio rimanga invisibile e che Fano perda l’occasione di diventare un luogo capace d’attrarre le genti, ma tocca accordarsi su quel che intendiamo per “valorizzazione”: si valorizza con l’autenticità, col rispetto della storia, col senso della rovina? Oppure s’intende per “valorizzazione” la visibilità, la riconoscibilità, il potenziale d’attrazione per i turisti (e, anche se fosse, siamo così sicuri che un monumento di rete metallica sia più potente della rovina nuda)?
Ci sarebbe poi da ragionare sul carattere dell’integrazione. Ogni proposta di ricostruzione è un’ipotesi: con la scoperta dei resti sarà possibile avvicinarsi molto di più a un qualcosa di simile a come l’edificio doveva presentarsi in origine, ma ci muoveremmo sempre su di un terreno molto scivoloso. Ovvero lo stesso terreno su cui, a Siponto, s’è costruito un monumento in rete metallica basato su di un’interpretazione che poggiava su fondamenta incerte, e quindi arbitraria come ogni ricostruzione. In pratica, a Siponto s’è costruito un monumento che non è mai esistito. E anche a Fano accadrebbe la stessa cosa. Anche per questa ragione sarebbe meglio che le ipotesi di ricostruzione rimanessero sui libri o sui materiali informativi distribuiti a cittadini e turisti, e non diventassero modelli in scala reale installati direttamente sui resti. Andrà peraltro ricordato che si tratta di sculture leggere soltanto in apparenza: la basilica di Tresoldi a Siponto, malgrado sia stata definita “quasi un ologramma”, è una struttura che pesa sette tonnellate. Un peso che andrebbe a gravare sulle strutture antiche.
Esiste poi un problema di natura concettuale: come dovremmo considerare l’eventuale monumento contemporaneo da costruire sul monumento antico? Sarebbe un atto di restauro, o sarebbe un’operazione totalmente slegata da qualunque esigenza conservativa? E se la costruzione del monumento contemporaneo fosse assimilabile a un atto di restauro (per inciso: non vediamo come lo possa essere, ma il precedente di Siponto suggerisce che un’operazione del genere potrebbe esser letta alla stregua di uno “sviluppo artistico della concezione classica di restauro”, come l’ha definita Tresoldi, qualunque cosa voglia significare), come la metteremmo col concetto di reversibilità che è una delle basi del restauro moderno? A Siponto, almeno da quel che ha dichiarato Tresoldi, la ricostruzione è stata immaginata come opera destinata a durare fino alla sua caduta naturale. Stiamo allora davvero pensando a un’opera permanente? Sarebbe forse il torto più grave che si possa fare ai resti di Vitruvio. Senza contare che una basilica costruita in rete di metallo comporterebbe delle azioni che andrebbero a interferire direttamente coi resti. Si guardino le fotografie di Siponto, con le rovine involgarite dagli appoggi che son stati addossati ai lacerti dell’edificio antico per consentire l’elevazione di quello nuovo: al di là dello stridore estetico (su cui comunque c’è poco da obiettare: i giudizi estetici son soggettivi, e pare che al grosso dei visitatori la struttura di Tresoldi piaccia, e pazienza se le rovine sono molestate dagli appoggi contemporanei), siamo proprio sicuri che le rovine non ne escano irrimediabilmente e irreversibilmente danneggiate?
Ancora: la costruzione di Tresoldi a Siponto è costata 900mila euro, e figurarsi un’operazione simile a Fano (edificio da ricostruire nella sua totalità, progetto a una decade di distanza e quindi inflazione) significa immaginare un aggravio economico probabilmente più consistente. Attenzione però: non si vuol essere dei no-vax della modernità. Forse però sarebbe più utile evitare tanto sciupio di danaro pubblico e indirizzare le risorse verso progetti più fruttuosi (fosse anche un progetto serio di realtà aumentata per completare la basilica senza toccare le pietre), dal momento che una scoperta del genere determinerà l’apertura, nel pieno centro cittadino, d’una sorta di percorso archeologico (mi si perdoni l’espressione turpe, ma è per render l’idea) che consenta a chiunque d’osservare i resti della basilica. Un percorso che può anche essere minimale: potrebbe bastare un affaccio, com’è a Treviso in via delle Canoniche dove s’ammira il mosaico paleocristiano, oppure a Grado in piazza Marin dove son rimasti i resti della Basilica della Corte (discutibili, lì, i due ponti coi tiranti che attraversano lo scavo, ma di sicuro meglio di una basilica in rete metallica sulle rovine). Ma potrebbe anche darsi il caso che per ragioni di conservazione serva un involucro: già quarant’anni fa Giovanni Urbani diceva che conosciamo bene “quali sono i pericoli, le brutture e le insensataggini in cui l’attuale incultura architettonica potrebbe farci incappare con la costruzione di simili involucri”, tuttavia “non si può credere che questo sia un risultato scontato in partenza, specie se la costruzione degli involucri ricevesse la sua forma unicamente da esigenze conservative, comprovate in maniera rigorosamente tecnica”. Bene: sarebbe infinitamente più profittevole avvalersi dei servigi dei grandi architetti e dei grandi designer qualora s’optasse per proteggere con un involucro quel ch’è stato appena scoperto.
Infine, pur rendendomi conto che sia la motivazione più debole: una struttura fatta con reti da pollaio andrebbe a minare la poesia di quei resti. I viaggiatori del Grand Tour venivano in Italia per vedere le rovine del passato, non ricostruzioni arbitrarie con materiali moderni. Lungo tutta la storia della cultura occidentale è esistita un’attrazione per le rovine ch’è stata trasversale rispetto alle epoche e ai paesi. Ecco: trasformare i resti della basilica di Vitruvio in un qualcosa che somigli molto pericolosamente a un’attrazione pop significherebbe fare un torto a Goethe, a Ruskin, a Byres, a Turner, a Corot, a tutte quelle grandi menti che son state catturate dalla vista dei paesaggi italiani, dalla vista di quelle rovine che hanno stimolato la loro immaginazione senza offrir delle risposte precompilate, dei modelli pronto uso. Cosa avrebbero detto se sopra alle rovine ci avessero trovato delle costruzioni in maglia di metallo?
L'autore di questo articolo: Federico Giannini
Nato a Massa nel 1986, si è laureato nel 2010 in Informatica Umanistica all’Università di Pisa. Nel 2009 ha iniziato a lavorare nel settore della comunicazione su web, con particolare riferimento alla comunicazione per i beni culturali. Nel 2017 ha fondato con Ilaria Baratta la rivista Finestre sull’Arte. Dalla fondazione è direttore responsabile della rivista. Nel 2025 ha scritto il libro Vero, Falso, Fake. Credenze, errori e falsità nel mondo dell'arte (Giunti editore). Collabora e ha collaborato con diverse riviste, tra cui Art e Dossier e Left, e per la televisione è stato autore del documentario Le mani dell’arte (Rai 5) ed è stato tra i presentatori del programma Dorian – L’arte non invecchia (Rai 5). Al suo attivo anche docenze in materia di giornalismo culturale all'Università di Genova e all'Ordine dei Giornalisti, inoltre partecipa regolarmente come relatore e moderatore su temi di arte e cultura a numerosi convegni (tra gli altri: Lu.Bec. Lucca Beni Culturali, Ro.Me Exhibition, Con-Vivere Festival, TTG Travel Experience).
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