ICOM Italia critica la riforma Bonisoli: autonomia dei musei fortemente limitata


Pesanti critiche alla riforma Bonisoli anche da ICOM Italia: secondo l'organizzazione, l'autonomia dei musei viene fortemente limitata.

Critiche alla riforma Bonisoli arrivano anche dalla sezione italiana dell’ICOM (International Council Of Museums), la più importante organizzazione internazionale che rappresenta i musei. Il consiglio direttivo dell’ICOM si è riunito a Roma il 22 di agosto e ha manifestato le proprie preoccupazioni per il nuovo assetto del Ministero dei Beni Culturali: pur apprezzando, da parte della riforma Bonisoli, la conferma della definizione ICOM di museo nel testo del DPCM, il riconoscimento dell’autonomia speciale di alcuni musei e dell’autonomia tecnico-scientifica di tutti i musei, il mantenimento della Direzione Generale Musei, la presenza di strutture periferiche che coordinano i luoghi della cultura e l’attuazione del sistema museale nazionale, i punti critici, secondo ICOM Italia, sarebbero diversi.

Sono in particolare cinque le perplessità maggiori. La prima riguarda l’autonomia degli istituti: secondo ICOM Italia sono poco chiari i criteri con cui sono stati ridotti i musei autonomi, una chiarezza tale da non lasciare intravedere il “disegno culturale generale”, come si legge nella nota rilasciata dall’organizzazione, e da dover imporre “continui stravolgimenti ad istituti che nello svolgere funzioni complesse di tutela e valorizzazione necessitano di stabilità e prospettive di lavoro a lungo termine”. Viene poi pesantemente limitata l’autonomia del direttore “con la previsione di una serie di passaggi amministrativi d’informazione, consultazione, approvazione non solo da parte della DG Musei, da cui funzionalmente dipendono, ma anche di altre strutture centrali (la DG ABAAP, la DG Bilancio, la DG Contratti e concessioni, il Segretariato)”. E questo, secondo ICOM Italia, comporerà un “preoccupante e rischioso allungamento dei tempi di azione e una congestione dei diversi uffici”. Critiche anche per l’abolizione dei consigli di amministrazione, “in controtendenza rispetto ad una prassi sempre più diffusa a livello internazionale”: il rischio è quello di privare il direttore di un sostegno utile.

Il secondo punto riguarda il sistema museale nazionale (SMN): in particolare viene omesso, secondo ICOM Italia, “qualsiasi riferimento agli organismi regionali di accreditamento e alle funzioni della commissione ministeriale per l’attuazione del SMN”. Anche in questo caso le competenze risultano accentrate, e secondo ICOM, per l’attuazione del SMN “occorre evitare un eccessivo dirigismo ministeriale e affidare a un organismo paritetico (come l’attuale Commissione) compiti di affiancamento, di valutazione e di indirizzo”. Il terzo punto riguarda le direzioni territoriali di reti museali: in questo caso ICOM Italia “ritiene un errore aver previsto direzioni uniche per più regioni e teme che l’estensione delle competenze degli ex Poli museali a territori così vasti (particolarmente abnorme il caso Lombardia/Veneto) possa rendere meno efficace l’azione di coordinamento dei musei e, soprattutto, l’impulso all’integrazione delle politiche culturali fra i diversi attori pubblici e privati e la promozione di reti di musei (e altre istituzioni come archivi e biblioteche) di diversa proprietà, generalmente operanti su scala regionale o subregionale”.

Il quarto punto è sulle professionalità museali: secondo ICOM Italia, la riforma non tiene conto del fatto che l’autonomia dei musei necessita di figure professionali con curricula interdisciplinari e alta specializzazione. Infine, il quinto punto riguarda gli organi consultivi: secondo ICOM Italia, “ il Comitato tecnico scientifico per i musei e l’economia della cultura mantiene una impropria sovrapposizione di ambiti e di competenze tecniche e, per la maggiore rilevanza degli aspetti economici finanziari, espressamente richiamati dal DPCM, ha un raggio di analisi più ristretto in materia di musei ICOM Italia avrebbe auspicato un dibattito preventivo in seno al Consiglio superiore dei beni culturali (ove la riforma è stata presentata solo il giorno prima della discussione in Consiglio dei Ministri) e la consultazione delle associazioni maggiormente rappresentative dei diversi ambiti e delle diverse professionalità, con modalità più serie e strutturate di quelle praticate (audizioni di pochi minuti in un contesto confuso, con interlocutori disparati, autoconvocatisi)”.

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