Esporre l'assente e il perturbante. Com'è la mostra di Anish Kapoor a Palazzo Strozzi


Recensione della mostra “Anish Kapoor. Untrue Unreal”, a cura di Arturo Galansino (a Firenze, Palazzo Strozzi, dal 7 ottobre 2023 al 4 febbraio 2024).

Che ruolo ha, oggi, il pubblico nel mondo dell’arte? Di pari passo allo sviluppo di una ipercomunicazione e di una semplificazione dei linguaggi, un numero sempre più ampio di artisti si sta confrontando con una ridefinizione dei ruoli dei visitatori delle mostre, oramai parte attiva del processo di attivazione dell’opera e non solo di decodificazione. Se pensiamo alle parole di Umberto Eco, il quale affermava che “il fruitore interviene a colmare i vuoti semantici”, è anche vero che si sta riscontrando sempre più spesso nel pubblico una sensazione di insoddisfazione nell’aggirarsi tra le sale di una mostra d’arte contemporanea a causa di un lessico settoriale e di una scissione dei valori di riferimento che, invece, i medium di massa, come ad esempio i social, riescono a sintetizzare. Non riuscendo a trovare un lessico condiviso, l’artista ha cominciato a lavorare per incontrare il pubblico e, sebbene questa nuova accessibilità possa agevolare un primo approccio, bisogna prestare particolare attenzione per evitare che un’eccessiva semplificazione dei linguaggi possa scadere nella convenzionalità e che il pubblico prenda le distanze da un’arte già definita da molti come elitaria e di difficile comprensione.

Riflettendo sulla domanda posta in partenza, la personale Untrue Unreal di Anish Kapoor, allestita nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze e curata da Arturo Galansino, è una mostra che sembra riuscita a metà e può essere riassunta attraverso tre elementi chiave: stupore, plasticità e il nero più nero di tutti. Il percorso della mostra si articola in otto sale e propone opere storiche e di recente produzione che dialogano con l’architettura del palazzo e con il pubblico. Superato l’ingresso, al centro del cortile campeggia Void Pavillion VII, nuova opera specificatamente ideata per il cortile di Palazzo Strozzi e realizzata grazie al sostegno della Fondazione Hillary Merkus Recordati: in richiamo al Quadrato nero di Kazimir Malevič, l’opera di Kapoor si erge quale oggetto quadridimensionale, con tre dimensioni note e una ignota, e si pone allo stesso tempo come punto di partenza e di approdo nel dialogo tra l’arte di Kapoor e il palazzo stesso. Al piano nobile la mostra prende il via con l’iconica opera Svayambhu (2007), termine sanscrito che definisce ciò che si genera autonomamente, corrispettivo delle immagini acheropite cristiane non dipinte da mano umana. L’opera, metafora della nascita, si pone in dialogo con gli altri lavori rivoluzionari e di forte impatto presenti nelle successive sale, come Endless Column, una monumentale colonna in pigmento rosso, e Non-Object Black (2015), caratterizzato dall’uso del Vantablack, materiale altamente innovativo capace di assorbire più del 99,9% della luce visibile.

Allestimenti mostra Anish Kapoor. Untrue Unreal. Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Allestimenti mostra Anish Kapoor. Untrue Unreal. Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Allestimenti mostra Anish Kapoor. Untrue Unreal. Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Allestimenti mostra Anish Kapoor. Untrue Unreal. Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Allestimenti mostra Anish Kapoor. Untrue Unreal. Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Allestimenti mostra Anish Kapoor. Untrue Unreal. Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography

Non si può che rimanere affascinati e, a tratti, disorientati di fronte ad opere come A Blackish Fluid Excavation (2018), una grande scultura in acciaio e resina che, con la sua imponente massa e plasticità, evoca tutta la tensione erotica di un organo sessuale. È presente anche To Reflect an Intimate Part of the Red (1981), una delle opere più significative e suggestive di Kapoor, caratterizzata da forme in pigmento giallo e rosso che emergono dal pavimento e si pongono in netto contrasto con Vertigo (2006), Mirror (2017) e Newborn (2019), tre opere, esposte all’interno della sala degli specchi, che negano e al tempo stesso deformano lo spazio, provocando uno stato di disorientamento, di indefinitezza e di mutamento della realtà. A conclusione del percorso espositivo al Piano Nobile vi è la sala dedicata all’opera Angel (1990), grandi pietre di ardesia ricoperte da strati di pigmento blu intenso, in richiamo all’idea di purezza.

La grande antologica di Anish Kapoor propone non solo una riflessione dialettica tra vuoto e materia ma anche e soprattutto sull’immaterialità che permea il nostro mondo. Il rosso, il blu e il nero divengono il fil rouge cromatico dell’intera esposizione e, proprio grazie ad un uso consapevole della loro saturazione, la ricerca di Kapoor riesce ad offrire un’alterazione percettiva della realtà. Una retrospettiva rappresentativa degli sviluppi del suo percorso artistico, con il preciso obiettivo di creare spazi immersivi che sfidino le apparenze e inducano l’osservatore a ricercare la propria verità attraverso l’interazione con le opere, che acquisiscono vita propria solo se messe in relazione con lo spazio espositivo e lo spettatore. Non a caso Kapoor sostiene che “il cerchio si conclude solo con lo spettatore”.

Anish Kapoor, Void Pavillion VII (2023; tecnica mista, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Void Pavillion VII (2023; tecnica mista, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Svayambhu (2007; cera e olio, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Svayambhu (2007; cera e olio, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, To Reflect an Intimate Part of the Red (1981; pigmenti e tecnica mista, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, To Reflect an Intimate Part of the Red (1981; pigmenti e tecnica mista, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Endless Column (1992; tecnica mista, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Endless Column (1992; tecnica mista, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography

Il parallelo tra l’arte di Kapoor e l’architettura rinascimentale del palazzo è, senza dubbio, il confronto principale ma, al tempo stesso, quello più scontato. Palazzo Strozzi è simmetrico e rigoroso e realizzare una mostra all’interno delle sue sale non è facile, se si tiene anche presente che la tipologia di allestimento che predilige un dialogo tra l’antico e il contemporaneo è oggigiorno una scelta espositiva quasi mainstream, soprattutto per una realtà come quella di Palazzo Strozzi. Lo scontro tra la simmetria e la rigidità delle sale e la plasticità delle opere danno vita a ciò che in questo caso potremmo definire un “Rinascimento contemporaneo”, una grande opposizione che indirettamente intendere riflettere sulla natura dualistica dell’intera esistenza, contornata da un universo di opposti. Come scriveva lo stesso Jung in Psicologia e Alchimia (1944), “senza l’esperienza degli opposti non c’è esperienza dell’interezza e quindi non c’è approccio interiore alle figure sacre”. L’interezza ricercata da Kapoor altro non è che una semplice unione delle polarità, e a fare da collante ai due opposti è senza dubbio il colore, un vero fenomeno immersivo dotato di vita propria, che riesce ad unire le forme plastiche allo spazio. La scelta di accostare colori cromaticamente vivaci ad opere che trascendono la propria materialità riesce a rendere questo confronto-scontro tra la sua arte e il palazzo rinascimentale meno banale.

La mostra di Anish Kapoor riesce a rompere gli schemi, di nuovo. Perché tanto più è difficile dare un significato ad un’opera, tanto più salirà nell’olimpo dell’eccezionalità. E se a questo si unisce una grande dose di choc visivo, il gioco è fatto. La scelta di stupire il pubblico e di renderlo un elemento attivo all’interno del confronto con le opere d’arte risulta una scelta intelligente e al passo con i tempi, se si pensa che il pubblico è sempre più abituato ad una forma di comunicazione che predilige un’immediatezza espressiva. Untrue Unreal è una mostra che non spicca di originalità da questo punto di vista, in quanto si pone l’obiettivo, o forse l’obbligo, di stupire, di superare la normalità per raggiungere il pubblico. Camminando per le sale della mostra ci si sente quasi storditi e sovraccaricati per l’ampiezza delle riflessioni, dei contrasti, per la quantità di materia utilizzata, per l’alternarsi in maniera quasi ossessiva della ricerca dell’effetto, tutto inserito all’interno di uno studiato equilibrio tra opere e ambiente, che non deve mai eccedere in nessuno dei due casi. Tuttavia, se da un lato tale scelta rischia, come accade per la maggior parte dei casi, di trasformare i percorsi espositivi in grandi labirinti d’intrattenimento, che inducono più alla ricerca del selfie perfetto che a una riflessione vera e propria, dall’altro immergersi nelle sale di Palazzo Strozzi significa confrontarsi con opere sempre uguali ma, al tempo stesso, sempre diverse, che rifuggono da qualsiasi tipologia di categorizzazione.

Anish Kapoor, Non-Object Black (2015; stucco e pigmento, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Non-Object Black (2015; stucco e pigmento, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, A Blackish Fluid Excavation (2018; acciaio e resina, 150 x 140 x 740 cm). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, A Blackish Fluid Excavation (2018; acciaio e resina, 150 x 140 x 740 cm). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Newborn (2019; acciaio inossidabile, 300 x 300 x 300 cm). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Newborn (2019; acciaio inossidabile, 300 x 300 x 300 cm). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Angel (1990; ardesia e pigmenti, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography
Anish Kapoor, Angel (1990; ardesia e pigmenti, dimensioni variabili). Foto: Ela Bialkowska | OKNO studio photography

Nel continuo riadattamento delle forme agli occhi dello spettatore e nelle innumerevoli diversità che ne scaturiscono possiamo individuare un elemento positivo, se si cerca di andare oltre la forma e di proiettare l’intera ricerca artistica di Kapoor verso l’attualità, dove gli opposti sono in continuo dialogo e la lotta per la libertà, in ogni sua forma, è sempre più potente e agguerrita. Ed è proprio grazie a questo elemento che la poetica kapooriana riesce a superare persino le scelte più mainstream e ad elevarsi come una tra le più libere in assoluto.

Nonostante Anish Kapoor abbia dichiarato in passato, e continui a farlo, di non avere “niente da dire” con la sua arte, è proprio questa dichiarazione che apre le porte ad una pura libertà di interpretazione. Ciò che egli pone dinanzi ai nostri occhi sono opere liquide, che si adattano al contenitore che le accoglie e alla visione di ogni singolo osservatore, il quale diventa l’innesco che attiva l’opera che, per come è pensata, esiste in un tempo e in uno spazio in cui esiste il pubblico. Di fronte all’incontro tra l’irreale e l’inverosimile, non tutte le opere riescono a mettere veramente in discussione i sensi del visitatore; tuttavia è proprio la scelta di soffermare l’attenzione nei confronti della materia delle opere, vera e propria unione di spirito e carne, e di utilizzare immagini archetipiche e preculturali, slegate da qualsiasi preconcetto, a rendere la mostra nel complesso coinvolgente ed interattiva, anche per gli spettatori più scettici e distanti dal mondo dell’arte.

Palazzo Strozzi diviene un luogo quasi mistico, dove gli opposti convivono e le percezioni sono messe alla prova. Il reale viene abbandonato e si aprono le porte all’impossibile: pigmento, acciaio, pietra, cera e silicone sono alcuni dei materiali utilizzati dall’artista, che vengono manipolati a tal punto da creare una dimensione atemporale e immateriale. Il Vantablack si conferma, ancora una volta, uno degli elementi più curiosi e ambigui dell’intera produzione di Kapoor, una componente chiave per ampliare la sensazione quasi mistica dell’interazione delle opere con lo spazio e con l’osservatore. Un richiamo ad inabissarsi nelle profondità della materia, nei meandri delle nostre oscurità, ricordandosi di tenere sempre a mente che, come scrisse Friedrich Nietzsche, “quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro”.


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Federica Schneck

L'autrice di questo articolo: Federica Schneck

Federica Schneck, classe 1996, è curatrice indipendente e social media manager. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Pisa, ha inoltre conseguito numerosi corsi certificati concentrati sul mercato dell’arte, il marketing e le innovazioni digitali in campo culturale ed artistico. Lavora come curatrice, spaziando dalle gallerie e le collezioni private fino ad arrivare alle fiere d’arte, e la sua carriera si concentra sulla scoperta e la promozione di straordinari artisti emergenti e sulla creazione di esperienze artistiche significative per il pubblico, attraverso la narrazione di storie uniche.



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