Briciole alla cultura. La sensibilità dell'Unione Europea per le politiche del patrimonio e le sue (poche) risorse


Che tipo di sensibilità dimostra l'Unione Europea nei confronti della cultura? Quanti fondi spende per il patrimonio culturale? Una rapidissima analisi sui fondi pluriennali.

Quando si pensa alle politiche e agl’investimenti dell’Unione Europea, si è soliti richiamare temi come lo sviluppo industriale e agricolo, la viabilità, l’integrazione, l’ambiente: difficilmente si associano le politiche europee al patrimonio culturale. Eppure, almeno in linea di principio, la cultura rappresenta una priorità per l’Unione Europea, tanto che il 2018 è stato dichiarato l’Anno europeo del patrimonio culturale. Questa decisione, ha sottolineato di recente Silvia Costa, già presidente della Commissione cultura e istruzione del Parlamento europeo, è stata spinta dalla “necessità di accrescere la consapevolezza che in questa difficile fase della storia europea, confrontata alle sfide della globalizzazione, della crisi e del terrorismo, tentata dalle scorciatoie della chiusura e della xenofobia, si possano ricostruire le basi di una convivenza pacifica e di uno sviluppo sostenibile solo ripartendo dalla ricchezza della nostra cultura, da valori condivisi e dalla capacità di dialogo e di cooperazione internazionale”.

Pilastro fondamentale dello sviluppo, dell’integrazione e della coesione sociale, la cultura rappresenta uno dei settori strategici delle politiche della UE: il 22 maggio del 2018, la Commissione ha adottato una nuova agenda europea per la cultura, che fissa tre obiettivi per gli anni a venire, ovvero mettere il potere della cultura al servizio del benessere sociale, supportare la creatività basata sulla cultura nel campo dell’istruzione e dell’innovazione (per il lavoro e per la crescita), e rafforzare le relazioni culturali internazionali. E che la cultura rappresenti una priorità non è stabilito soltanto dalle agende della politica, ma è anche una percezione dei cittadini europei: durante il giorno della tradizionale “apertura delle porte” al pubblico di Palazzo Berlaymont a Bruxelles (la sede della Commissione Europea), migliaia di cittadini possono votare per quella che, a loro avviso, dovrebbe rappresentare la principale priorità di spesa per l’Unione. Dal 2013 al 2017 i cittadini europei non hanno avuto dubbî: il capitolo principale dovrebbe essere quello per la cultura e per l’istruzione (nel 2017 era la prima priorità per il 15% dei cittadini, seguita dall’ambiente per il 14% e dal lavoro per il 12%: per dare un’idea, la sicurezza interna, uno dei temi più sentiti nelle ultime campagne elettorali italiane, per gli europei è il penultimo in ordine d’importanza, seguito soltanto dal tema della crescita).

Le priorità d'investimento in Europa secondo i cittadini europei. Fonte: Commissione Europea
Le priorità d’investimento in Europa secondo i cittadini europei. Fonte: Commissione Europea

Dati i presupposti teorici, occorre domandarsi se e come la messa in pratica riesca effettivamente a seguire i principî. È intanto necessario fare una distinzione tra la spesa per la cultura intesa come creatività e quella per la tutela del patrimonio culturale, che a livello europeo seguono due strade diverse (nell’analisi che seguirà non si è tenuto conto dei fondi che interessano più settori e non hanno voci dedicate alla cultura, per esempio il fondo Horizon 2020, dedicato alle attività di R&D, e che supporta anche ricerche legate al patrimonio culturale). Nel primo caso, l’Europa ha un apposito fondo, Europa Creativa, mentre nel secondo caso le attività sono finanziate con i fondi strutturali, che costituiscono i principali strumenti finanziarî con cui l’Unione Europea concretizza le sue politiche in ambito regionale, nonché le risorse con cui vengono sostenute le politiche di tutela del patrimonio culturale.

Il programma Europa Creativa, per il periodo 2014-2020 (in Europa le risorse sono stanziate su periodi di sette anni per volta, detti “quadri finanziarî pluriennali”), può contare su di un budget di 1,46 miliardi di euro: una cifra che finanzia le iniziative volte a sostenere le imprese creative, gli artisti, i professionisti del settore, la produzione di film, opere letterarie, musica, videogiochi, prodotti editoriali, l’inclusione attraverso la cultura, diversi programmi come quello delle Capitali Europee della Cultura, le Giornate Europee del Patrimonio, i cinque premi europei per la cultura (Europa Nostra Awards, EU Prize for Contemporary Architecture, EU Prize for Literature, European Border Breakers Awards, e il premio EU Prix MEDIA). Il problema è che si tratta di una somma davvero bassa, se si pensa che il bilancio dell’Unione Europea si aggira, ogni anno, attorno ai 150 miliardi di euro: significa che sul bilancio, la spesa per Europa Creativa pesa appena uno 0,15%.

Che si tratti di una spesa irrisoria, è chiaro a molti: lo scorso anno, Europa Nostra ha chiesto alle istituzioni europee e agli stati membri un maggior impegno per “dotare di risorse sufficienti, nell’ambito del prossimo quadro finanziario pluriennale”, ovvero quello per il periodo 2021-2027, “le politiche di coesione oltre il 2020 e, in questo contesto, di riconoscere esplicitamente il patrimonio culturale come fattore chiave per lo sviluppo e la coesione sociale in Europa”. Il presupposto, inoltre, è che la cultura crea integrazione, sviluppo, crescita, lavoro, porta a investimenti, contribuisce a raggiungere in maniera più veloce e determinata gli obiettivi strategici anche in altri settori. Secondo Europa Nostra si può quindi fare molto di più, ma pressioni simili giungono anche da altre parti: per esempio, nell’aprile dello scorso anno, un gruppo di sigle (sessantasette intutto) che riuniscono aziende e professionisti operanti nel settore creativo (dall’Associazione Europa dei Festival alla Federazione Internazionale dei Librai, dallo Europe Jazz Network alla Rete dei Musei Europei, dalla Federazione degli Editori Europei all’Associazione Europa dei Conservatorî) hanno scritto al presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, per esprimere le loro preoccupazioni riguardo alle risorse che l’Europa destina alla cultura. Il settore della cultura e delle creatività garantisce all’Europa dodici milioni di lavoratori a tempo pieno, che costituiscono il 7,5% della forza lavoro dell’Unione e che garantiscono un valore che è pari al 5,3% del prodotto interno lordo europeo. Ciò nondimeno, si tratta di un settore che è fortemente sottofinanziato, denunciano associazioni e federazioni. I firmatarî dell’appello a Juncker hanno ricordato come egli stesso si sia riferito agli artisti e ai creativi chiamandoli i “gioielli dell’Europa”, e come il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, abbia ribadito che la cultura, ancor prima dell’economia, “è il collante che tiene unita l’Europa e deve essere il punto di partenza dei nostri sforzi per rivitalizzare la nostra Unione”. Queste le ragioni per le quali i lavoratori della cultura “chiedono all’Unione di raddoppiare le risorse allocate per il programma che succederà a Europa Creativa, e di assicurarsi che il settore abbia accesso anche ad altre fonti di finanziamento europeo”.

Queste preoccupazioni sono state prese in seria considerazione da parte del Parlamento europeo, che le ha fatte sue: risale all’autunno del 2018 un rapporto ufficiale stilato dalla Commissione Cultura che, sottolineando “il sottofinanziamento cronico riservato alla cultura nei quadri finanziarî pluriennali dell’Unione”, insiste nel suggerire alla Commissione Bilanci “di raddoppiare i finanziamenti per il programma Europa Creativa (2,806 miliardi di euro a prezzi costanti per il periodo 2021-2027), in aggiunta a una spesa per la cultura cross-programme che raggiunga almeno l’1% nel prossimo periodo di programmazione”. Il raddoppio è stato approvato a fine marzo, ma l’ultima parola spetterà al nuovo Parlamento che si costituirà in questi giorni.

Se il piano Europa Creativa raccoglie solo le briciole del bilancio europeo, meglio non va con le voci destinate alla cultura nell’ambito dei fondi strutturali. Il patrimonio rappresenta un altro significativo capitolo delle politiche comunitarie, la cui importanza è esplicitamente riconosciuta dall’articolo 2 del Trattato di Lisbona, in cui si dice che l’Unione Europea “rispetta la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica e vigila sulla salvaguardia e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo”. Del resto, si pensi che la sola Unione Europea detiene il 46% dei siti iscritti alla lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Ed è il caso di ribadire quali siano i benefici garantiti dal patrimonio culturale, sottolineati in dieci punti chiave nel rapporto Cultural Heritage counts for Europe, stilato nel 2015 da un gruppo di ricerca internazionale composto da diverse associazioni nazionali e sovranazionali (da Europa Nostra alla The Heritage Alliance, da Heritage Europe al Centro Internazionale per la Conservazione “Raymond Lemaire” dell’Università Cattolica di Lovanio): miglioramento dell’attrattività per gli investimenti di regioni, città, borghi, aree rurali; maggiore sviluppo turistico; creazione di posti di lavoro; sostegno alla creatività, all’innovazione, alle nuove idee, alle soluzioni ai problemi, all’interpretazione del passato; ritorni dagli investimenti anche in quanto generatore di tasse per gli istituti pubblici che traggono beneficio sia dalle attività collegate al patrimonio, sia dall’indotto; rigenerazione delle aree su cui il patrimonio insiste; capacità di essere parte della soluzione alle sfide poste dal cambiamento climatico; miglioramento della qualità della vita; stimolo per l’istruzione; fattore di costruzione di capitale sociale e aiuto ai percorsi di coesione sociale, di partecipazione, impegno civico e integrazione.

Per quanto riguarda i fondi strutturali, la situazione è migliore rispetto al quadro di Europa Creativa, ma le cifre comunque non sono elevatissime: il quadro 2014-2020 ha messo a budget poco meno di 350 miliardi di euro, dei quali 4,3 investiti nella categoria 94 (“tutela, sviluppo e promozione del patrimonio culturale”) e 435 milioni nella categoria 95 (“sviluppo e promozione dei servizi legati al patrimonio culturale”). Siamo poco sopra l’1,3% del totale dei fondi, mentre siamo attorno allo 0,5% se valutiamo la somma in rapporto al bilancio complessivo dell’Unione. Per dare un’idea, la categoria 94 si colloca al ventinovesimo posto per risorse allocate: al primo, con 13,3 miliardi di euro, ci sono i fondi per l’inclusione, seguiti da quelli per l’entrata dei giovani nel mondo del lavoro (12,5 miliardi), dai fondi per la promozione del trasporto urbano pulito (12,3 miliardi), dagli investimenti per le piccole e medie imprese (11,6 miliardi) e dalle risorse per l’accesso al lavoro per disoccupati e inattivi (11,2 miliardi). Per quanto riguarda l’Italia, il quadro 2014-2020 prevede fondi per 32,5 miliardi di euro: 706 milioni sono riservati alla categoria 94 (che in Italia è la dodicesima per quantità d’investimenti) e 114 milioni per la categoria 95 (le tre maggiori voci d’investimento per l’Italia sono l’accesso dei giovani al lavoro, con 2,7 miliardi di euro, l’inclusione, 1,65 miliardi di euro, e i fondi per la prevenzione dell’abbandono scolastico, 1,5 miliardi). Sono dunque 117 i milioni di euro che l’Italia riceve ogni anno, e sono pari a poco meno di un decimo del bilancio del nostro Ministero per i Beni e per le Attività Culturali. E l’Italia, peraltro, è il secondo paese che riceve più fondi strutturali per la cultura: siamo dietro alla Polonia, che ha ricevuto poco più di un miliardo di euro, e davanti al Portogallo, terzo con 526 milioni. Guardando agli altri grandi paesi, le cifre sono nettamente più modeste: la Spagna ha ricevuto 288 milioni di euro, la Francia 232 e la Germania 190. Peraltro, se osserviamo il dettaglio delle singole regioni, occupiamo la prima e la terza posizione del podio, con i 241 milioni alla Campania e i 176 alla Puglia (gl’investimenti per l’Italia si concentrano soprattutto al sud).

La spesa dell'Unione Europea per la cultura nei fondi europei di sviluppo regionale (in milioni di euro). Fonte: Commissione Europea
La spesa dell’Unione Europea per la cultura nei fondi europei di sviluppo regionale (in milioni di euro). Fonte: Commissione Europea

In Italia non mancano casi di buon utilizzo dei fondi europei di sviluppo regionale (Fesr), ovvero quella parte dei fondi strutturali europei destinati alle singole regioni, e che contengono la maggior parte delle risorse allocate alla cultura. Grazie ai Fesr è stato possibile co-finanziare diversi interventi: tra gli esempî, la riqualificazione del Centro Pecci di Prato (che si è dotato di un nuovo percorso museale, di una rinnovata area verde, di un bistrot, un cinema e un bookshop), a Parma è stata recuperata l’Abbazia di Valserena (nota ai più per essere la Certosa di Stendhal), a Cesena è stato possibile rinnovare il centro cinema cittadino della Biblioteca Malatestiana (quest’ultima, peraltro, è inclusa nel patrimonio dell’Unesco), a Piacenza è stata allestita la sezione romana dei Musei Civici di Palazzo Farnese, a Taranto è stato finanziato il progetto di digitalizzazione del Museo Archeologico Nazionale, (“MarTa 3.0”), si è valorizzata la Villa dei Mosaici di Spello, è stata avviata riqualificazione dei Musei Civici di Bassano del Grappa, e molto altro ancora.

L’istituzione di un Anno Europeo del Patrimonio Culturale ha certo catalizzato l’attenzione sul tema, ma non basta. È stato da più parti notato (è opportuno citare, per esempio, un ulteriore rapporto sull’approccio al patrimonio culturale per l’Europa) come i Fesr rappresentino un strumento utile e ben utilizzato in quasi tutta l’Unione Europea, ma permangono diversi problemi: l’esiguità delle risorse concesse alla cultura, il fatto che in diversi paesi dell’Unione siano stati operati tagli alla cultura, le criticità in termini di mancata spesa (l’Italia talvolta non utilizza i fondi che le vengono destinati, col risultato che le somme rischiano di essere disimpegnate). E se la cultura rappresenta una priorità per l’Europa, il neocostituito Parlamento dovrà affrontarla con la dovuta attenzione e riservandole le risorse che merita, che da più parti vengono chieste e che lo stesso Parlamento sta discutendo per il prossimo ciclo di programmazione finanziaria.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. Jessica Consalvi in data 29/05/2019, 22:11:45

Può essere un'arma a doppio taglio, anche da un punto di vista lavorativo per gli italiani, come i direttori dei musei di oggi. Dovremmo accettare solo donazioni. Il nostro patrimonio è davvero invidiato in tutto il mondo, la nostra terra anche. Ricordo anche il cristianesimo e nei musei esteri ci sono opere d'arte che presentano crocifissi e falli allo stesso momento! Il problema? L'identità!







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