“Ecco come abbiamo salvato le opere dal sisma del 2016”. Parlano i curatori della mostra “Rinascimento marchigiano”


Intervista a Stefano Papetti e Pierluigi Moriconi, curatori della mostra “Rinascimento marchigiano” che espone opere salvate dal sisma del Centro Italia del 2016.

Cinquantun opere provenienti dai luoghi del sisma dell’Italia centrale del 2016 faranno a breve ritorno nelle città e nei borghi del cratere, dal quale provengono: prima però saranno esposte in una mostra in tre tappe, intitolata Rinascimento marchigiano. Opere d’arte restaurate dai luoghi del sisma, che prenderà il via al 22 novembre ad Ascoli Piceno, al Forte Malatesta. La tappa di Ascoli durerà fino al 2 febbraio, dopodiché la rassegna si sposterà dapprima a Roma, al Pio Sodalizio dei Piceni (dal 18 febbraio al 5 luglio 2020), e quindi al Palazzo del Duca di Senigallia (dal 23 luglio al 3 novembre 2020). Per il pubblico l’opportunità non è solo quella di vedere dei capolavori d’arte antica dal Quattrocento al Settecento, ma è anche quella di comprendere cosa vuol dire salvare le opere da una catastrofe naturale. Ne abbiamo parlato con i curatori, lo storico dell’arte Stefano Papetti, col quale abbiamo discusso della mostra, e il funzionario della soprintendenza Pierluigi Moriconi, uno dei protagonisti del salvataggio delle opere, con il quale abbiamo ricordato i terribili momenti del 2016 e ci siamo fatti raccontare cosa significhi lavorare sui beni culturali durante un evento sismico. Le due interviste sono a cura di Federico Giannini, direttore responsabile di Finestre sull’Arte.

Jacobello del Fiore, Scene della vita di Santa Lucia – Lucia riceve l’Eucarestia (1410 circa; tempera e doratura su tavola, 60 x 80 cm; Fermo, Pinacoteca Civica, Palazzo dei Priori)
Jacobello del Fiore, Scene della vita di Santa Lucia – Lucia riceve l’Eucarestia (1410 circa; tempera e doratura su tavola, 60 x 80 cm; Fermo, Pinacoteca Civica, Palazzo dei Priori)


Cola dell’Amatrice, Cristo benedicente (1520-1530 circa; affresco staccato a massello dalla chiesa di Santa Margherita, 77 x 97 cm; Ascoli Piceno, Pinacoteca Civica)
Cola dell’Amatrice, Cristo benedicente (1520-1530 circa; affresco staccato a massello dalla chiesa di Santa Margherita, 77 x 97 cm; Ascoli Piceno, Pinacoteca Civica)


Ambito tedesco, Madonna con Cristo morto o Vesperbild detta Madonna della Cona (seconda metà del XV secolo; scultura lapidea dipinta, 57 x 49 x 19 cm; Castelsantangelo sul Nera, località Forca di Gualdo, chiesa della Madonna della Conaora; conservata ad Ancona, Mole Vanvitelliana, deposito MiBAC di emergenza beni mobili, collocazione H5a)
Ambito tedesco, Madonna con Cristo morto o Vesperbild detta Madonna della Cona (seconda metà del XV secolo; scultura lapidea dipinta, 57 x 49 x 19 cm; Castelsantangelo sul Nera, località Forca di Gualdo, chiesa della Madonna della Conaora; conservata ad Ancona, Mole Vanvitelliana, deposito MiBAC di emergenza beni mobili, collocazione H5a)


Vincenzo Pagani, Compianto sul Cristo deposto (1529; olio su tavola centinata, 277 x 148 cm; Sarnano, Pinacoteca Civica – Rete Museale dei Sibillini)
Vincenzo Pagani, Compianto sul Cristo deposto (1529; olio su tavola centinata, 277 x 148 cm; Sarnano, Pinacoteca Civica – Rete Museale dei Sibillini)

Federico Giannini. Quali sono le ragioni che hanno portato alla realizzazione di questo tipo di mostra, e perché è stata scelta una formula che l’ha resa itinerante portando le opere colpite dal sisma anche in aree lontane da quelle colpite dal terremoto?
Stefano Papetti. La mostra è parte di un più vasto progetto che è cominciato due anni fa grazie al sostegno economico dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani e del Pio Sodalizio dei Piceni che hanno messo a disposizione 400mila euro per il restauro di opere d’arte provenienti dai luoghi del sisma, quindi le curie e i musei comunali delle Marche hanno individuato le opere più importanti e che maggiormente necessitavano di restauro: sono stati coinvolti tutti restauratori marchigiani, e alla fine di questa campagna si è pensato di presentare quanto realizzato prima ad Ascoli Piceno (quindi in una città inserita nel cratere del terremoto), poi a Roma, al Pio Sodalizio dei Piceni che raccoglie i marchigiani presenti in quella città e che ha contribuito economicamente al restauro delle opere, e infine a Senigallia nel periodo estivo. La maggior parte delle opere che sono state restaurate vengono da luoghi, chiese e musei che non sono ancora stati restaurati o comunque in alcuni casi sono addirittura crollati, quindi una volta restaurate non sarebbero potute rientrare nei luoghi di provenienza. Mostre come questa servono, da un lato, a far conoscere il lavoro fatto e i risultati ottenuti grazie anche alle indagini condotte su queste opere, che ci aprono nuove conoscenze sulla storia dell’arte marchigiana, e poi per dare anche a chi non risiede nelle località colpite dal sisma la possibilità di vedere gli interventi fatti e, attraverso questi interventi, di interessarsi ai luoghi di provenienza delle opere. Ma soprattutto questa mostra può rappresentare una iniezione di fiducia e di energia per tutte quelle famiglie che a distanza di tre anni ancora sperano di ritornare nelle loro case lesionate dal terremoto.

FG. La mostra parte dall’individuazione di 51 opere delle Marche, di proprietà di 17 enti diversi, sottoposte a restauro. In che modo è stata fatta questa operazione, su che criterî sono state individuate le opere da restaurare?

SP. Le opere sono state individuate dai proprietarî delle opere stesse, quindi dalle diocesi marchigiane e dalle amministrazioni comunali. Sono state scelte in base a due criterî: in alcuni casi, in base alla loro importanza per la storia dell’arte marchigiana (ci sono capolavori assoluti come le Storie di santa Lucia di Jacobello del Fiore che vengono da Fermo, o il dipinto di Vittore Crivelli che viene da Sarnano), in altri casi si è guardato all’aspetto devozionale, soprattutto laddove gli edifici di culto sono stati talmente danneggiati che si è ormai certi che non saranno più ricostruiti. E proprio per mantenere vivo il ricordo di quei luoghi è stato deciso di restaurare le opere d’arte mobili che sono state estratte con grande difficoltà dai vigili del fuoco e dai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dalle macerie prodotte dai crolli di numerosi edifici storici.

FG. Quale sarà il destino delle opere provenienti dai luoghi che non saranno ricostruiti?
SP. Alla fine della mostra, le opere che potranno rientrare nelle strutture di provenienza che nel frattempo sono state restaurate e rese agibili ovviamente saranno riportate nelle loro sedi originarie; quelle che invece non potranno rientrare saranno collocate, a seconda della loro provenienza, in uno degli otto depositi che nel frattempo il Ministero dei Beni Culturali ha realizzato nelle Marche e che saranno aperti al pubblico.

FG. In mostra comunque non le vedremo tutte, perché la partenza ad Ascoli Piceno sarà affidata a una selezione di 37 opere. Su che base è stata operata questa selezione?
SP. È stata fatta in base al progresso degli interventi di restauro. Quattordici opere non sono presenti perché gli interventi si sono rivelati più complessi di quanto si pensava inizialmente, quindi sono ancora in corso. Certamente, in occasione della trasferta romana, a quelle presenti ad Ascoli Piceno si aggiungeranno altri dipinti sui quali nel frattempo si è intervenuti

FG. Quali sono le principali novità emerse dai restauri?
SP. Tutti gli interventi di restauro più importanti sono stati preceduti da una serie di indagini diagnostiche sulle opere eseguite dallo spin off “Art and Co.” dell’Università degli Studi di Camerino coordinato da Graziella Roselli che sono state indispensabili per i restauratori ma molto utili anche per la storia dell’arte: per esempio, il fatto di poter vedere, grazie alle riflettografie, i disegni preparatorî e le modifiche apportate in corso d’opera dai pittori, ha aperto un capitolo molto importante per quanto riguarda non solo la conservazione di queste opere ma anche le vicende degli artisti che sono stati coinvolti. Quindi abbiamo, per esempio, molte novità attributive che riguardano Cola dell’Amatrice o i pittori attivi nella nostra regione tra Sei e Settecento, come Giovanni Baglione, il Cavalier d’Arpino ed Étienne Parrocel. Nel catalogo si dà conto dei risultati delle indagini effettuate sulle opere esposte e degli interventi di restauro realizzati.

FG. Nel vostro saggio introduttivo dichiarate che le tre mostre di Ascoli, Roma e Senigallia, saranno occasioni per “sensibilizzare l’opinione pubblica circa le problematiche legate alla conservazione del patrimonio artistico nelle zone colpite dal sisma”: cosa significa nel concreto? In che modo intendete sensibilizzare i visitatori e in generale l’opinione pubblica, appunto, e come pensate di raggiungere l’obiettivo?
SP. Naturalmente la mostra si occupa di opere d’arte mobili (dipinti e sculture che sono stati messi in sicurezza nelle settimane successive al terremoto), ma l’aspetto che vorremmo porre all’attenzione non soltanto dell’opinione pubblica, ma anche di chi ha il compito di tutelare il patrimonio artistico, è il fatto che la maggior parte degli edifici da cui queste opere provengono non è ancora stato oggetto di restauro, quindi a fronte di interventi molto cospicui (anche grazie alla generosità di associazioni ed enti no profit) le opere d’arte mobili sono ben tutelate e conservate, ma lo stesso non può dirsi per il patrimonio architettonico.

FG. La politica ha dimostrato interesse verso il patrimonio colpito dal sisma o riscontrate ancora delle difficoltà?
SP. Mi pare che, vedendo la lentezza con cui si procede non solo con gli interventi di restauro (in gran parte ancora da iniziare), ma anche con le procedure per arrivare ai restauri, non ci sia una gran consapevolezza, da parte dell’amministrazione, dell’urgenza di intervenire: non ci si rende conto che la burocrazia, resa ancor più rigida proprio in occasione del terremoto, rappresenta un freno che rallenta gli interventi in una maniera tale che oggi soltanto pochissimi cantieri sono stati avviati.

FG. Perché i visitatori dovrebbero recarsi a vedere le tre mostre?
SP. Innanzitutto perché, nel caso della mostra del Forte Malatesta, si tratta di un’occasione che arricchisce un patrimonio artistico, quello di Ascoli, che sebbene segnato dal sisma, è in gran parte fruibile. Potrebbe rappresentare infatti un pretesto per poi visitare la città e per approfondire la conoscenza dello sterminato patrimonio storico-artistico marchigiano attraverso alcuni capolavori che si collocano in un periodo cronologico molto lungo, che va dalla metà del Quattrocento fino ai primi anni del Novecento. Ed infine l’arrivo dei turisti rappresenta anche una boccata di ossigeno per l’economia dell’intero territorio appenninico che il sisma ha notevolmente compromesso.


Di seguito, l’intervista a Pierluigi Moriconi.


Salvataggio delle opere dalla parrocchiale dell'Annunziata di Arquata del Tronto (foto Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco)
Salvataggio delle opere dalla parrocchiale dell’Annunziata di Arquata del Tronto (foto Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco)


Salvataggio delle opere dalla parrocchiale dell'Annunziata di Arquata del Tronto (foto Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco)
Salvataggio delle opere dalla parrocchiale dell’Annunziata di Arquata del Tronto (foto Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco)


Il deposito della Mole Vanvitelliana di Ancona (foto Segretariato Regionale MiBACT delle Marche)
Il deposito della Mole Vanvitelliana di Ancona (foto Segretariato Regionale MiBACT delle Marche)


Il deposito della Mole Vanvitelliana di Ancona (foto Segretariato Regionale MiBACT delle Marche)
Il deposito della Mole Vanvitelliana di Ancona (foto Segretariato Regionale MiBACT delle Marche)

FG. Sono passati più di tre anni dal sisma, e Lei è stato tra i funzionari che si sono occupati del salvataggio e del recupero delle opere dalle chiese terremotate. Che cosa ricorda di quei giorni, dei primi giorni dell’emergenza?
PM. Sono stati giorni terribili. Il salvataggio e il recupero delle opere sono inziati già dal 27 agosto, dopo che, purtroppo, era stato estratto nella notte dalle macerie l’ultima vittima del terremoto nella zona di Arquata del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno. Capimmo subito che la situazione era molto difficile e grave, quasi tutto il ricchissimo patrimonio di queste zone era andato distrutto (case, chiese, edifici pubblici, stalle, capannoni industriali,..), lo scenario che appariva era come se ci fosse stato un bombardamento a tappeto! Far capire, inoltre, che eravamo lì per salvare e mettere in sicurezza i beni rovinati dal terremoto, è stato ancor più difficile, perché dovevamo operare in un contesto dove le persone che si erano salvate avevano perso “tutto”. Ma ricordo che, superata parzialmente la paura iniziale, alcuni abitanti, benché, ripeto, avessero perso “tutto”, ci segnalavano e ci chiedevano, a noi funzionari sul posto della Soprintedenza di Ancona insieme agli uomini del tenente colonnello Carmelo Grasso del Nucleo Tutela Patrimonio dei Carabinieri di Ancona, di salvare assolutamente almeno i beni presenti nelle chiese crollate, a cui erano molto attaccati, a prescindere dal loro valore storico-artistico. È questo uno dei motivi, oltre a quello istituzionale, che ci ha spinto ad eseguire, capillarmente, il recupero e la messa in sicurezza di questo vasto e ricchissimo patrimonio culturale. Si consideri che, come dato generale, dopo i due terremoti del 24 agosto e del 26/30 ottobre 2016, sono stati recuperati e messi in salvo, solo per i beni mobili, 14.000 pezzi (dipinti, tavole, sculture, tabernacoli, altari lignei, affreschi, arredi liturgici,…), salvati da chiese, musei, palazzi monumentali e pinacoteche. Opere più o meno importanti, ma che avevano una forte affezione e significato identitario per la gente di quei posti.

FG. In quelle fasi come era organizzato il vostro lavoro? Come funzionava cioè il salvataggio dell’opera, il coordinamento, il trasferimento nei depositi e in generale nei luoghi più sicuri?
PM. Il coordinamento spettava al funzionario storico dell’arte della Soprintendenza, il quale con i Carabinieri del Nucleo ed i Vigili del Fuoco, entrava negli edifici e stabiliva quali erano i beni mobili da portare in sicurezza. Dopodiché, i militi portavano fuori i beni, che venivano schedati e fotografati, ed infine vi erano delle persone volontarie della Protezione Civile e Lega Ambiente delle Marche, le quali negli spazî all’aperto procedevano all’imballaggio degli stessi per conservarli nel miglior modo possibile. Successivamente, con mezzi idonei, i beni recuperati ed imballati venivano portati nei depositi, che all’inizio erano provvisori improvvisati alla meno peggio, perché purtroppo da questo punto di vista ancora non eravamo pronti. Però in seguito, nel giro di sei o sette mesi, abbiamo “sistemato” tutti gli otto depositi del territorio, allestendo strutture metalliche idonee a contenere i beni, allarmi, sistemi antincendio e quant’altro. Adesso possiamo dire che tutti i beni sono allocati, schedati e conservati, come se fossero in delle piccole strutture museali, benché non aperti ancora al pubblico. Ma per questo ci stiamo pensando.

FG. Una volta che l’opera trova un posto sicuro dopo una catastrofe come quella che ha colpito l’Italia centrale e viene quindi trasportata in un deposito, quali sono le operazioni successive, ovvero come vengono determinate le priorità per i restauri, cosa succede alle opere sane quando un museo non è più agibile, in che modo si interviene sulle opere?
PM. Ora stiamo iniziando la terza fase del terremoto: la prima è stata il recupero immediato dei beni, la seconda la messa in sicurezza e la terza è l’avvio della progettazione di restauro dei beni da recuperare. Per ora, sono partite le progettazioni dei beni presenti nel nostro deposito MiBACT di Ancona, presso la Mole Vanvitelliana, ma poi proseguiremo con i tre depositi di Camerino e gli altri (uno a Fermo, uno a Macerata e tre ad Ascoli Piceno), i quali sono stati istituiti dal ministero ma che ha visto coinvolti anche le curie ed i comuni interessati. Tutta la progettazione sarà seguita, come stazione appaltante, dalla Soprintendenza Speciale per le aree colpite dal sisma del 24 agosto 2016 di Roma, diretta dall’ingegner Paolo Iannelli, che provvederà ai finaziamenti, e noi funzionarî delle Soprintendenze svolgeremo i compiti di Responsabili Unici del Provvedimento. Purtroppo varî beni recuperati non ritorneranno nei loro luoghi di “abitazione”, dal momento che non sappiamo se le chiese verranno ricostruite, considerando che alcune sono completamente crollate. Problemi geologici e di altra natura, non permetteranno la ricostruzione in quei siti.

FG. Come dicevamo in apertura sono passati più di tre anni dalle prime scosse di terremoto: a che punto siamo con il recupero dei beni?
PM. Il recupero dei beni è terminato, fatto salvo alcune situazioni per le quali, purtroppo, nemmeno i tecnici dei vigili del fuoco e dei carabinieri del Nucleo riescono a trovare una soluzione. Per fortuna sono pochissime e comunque stiamo valutando altre soluzioni. Nella sostanza, abbiamo recuperato tutto quello che era possibile recuperare.

FG. E invece con i restauri e con il ripristino degli edifici dichiarati inagibili?
PM. Per gli edifici dichiarati inagibili, i miei colleghi architetti della soprintendenza stanno approntando i progetti di ricostruzione; operazione che richiede testa e tempo. Per il restauro dei beni mobili, ho già provveduto ad inviare alla Soprintendenza Speciale di Roma i progetti preventivi, dove sono evidenziate tutte le operazioni necessarie per il recupero ed il restauro delle opere. Se tutto va bene, saranno cantierabili entro l’inizio dell’estate 2020.

FG. Perché è importante recuperare le opere d’arte colpite da un sisma e quindi perché è importante investire in restauri e recuperi?
PM. È fondamentale: i beni, tralasciando per un attimo il discorso storico-artistico, sono identitarî per le popolazioni che abitano quelle zone e, inoltre, sono fonte anche di sostentamento economico, dato dal fatto che le zone in questione sono frequentate da turisti sia nei mesi estivi che invernali, rappresentando per tutta l’area dei Sibillini un’economia importante. Comunque quello che muove tutto, principalmente, è l’attaccamento e la predisposizione degli abitanti verso questi beni. Un esempio che possa far capire meglio quello che voglio dire, è successo ad Arquata del Tronto: all’interno della chiesa dell’Annunziata di Arquata del Tronto, la parrocchiale che ora è completamente crollata, si trovava un bellissimo crocifisso ligneo policromo del XIII secolo (che abbiamo salvato), firmato da due frati, probabilmente frati minori di San Francesco: gli arquatani erano e sono molto attaccati al crocifisso. Il 28 agosto del 2016, quattro giorni dopo la terribile prima scossa, e ancora la chiesa era in piedi, un signore, che aveva perso tutto, si trovava nella parte inferiore di Arquata, a Borgo, dove i vigili del fuoco e la protezione civile avevano allestito un piccolo campo d’accoglienza di emergenza. Avendo notato la mia presenza lì nel campo provvisorio, mi disse e si raccomandò che saremmo dovuti assolutamente andare presso l’Annunziata per mettere in salvo il Crocifisso, ripeto era una persona che aveva perso tutto. Sono cose che colpiscono e sulle quali dobbiamo riflettere. Io ho trovato, nelle parole di quel signore, tante motivazioni che ci hanno permesso di andare avanti senza se e senza ma: siamo in grado di farlo? Sì, bene, quindi è un nostro dovere.

FG. Ed è un dovere che torna di grande attualità. Nelle ultime settimane la tutela del patrimonio da eventi catastrofici è tornata d’attualità a causa del maltempo che ha colpito Venezia, Matera e diverse altre città d’Italia. Ecco: cosa si potrebbe fare per fare di più per la prevenzione?
PM. Prevenire questi eventi è impossibile, ma salvaguardare i nostri monumenti o limitarne i danni, è possibile solo con una consapevole manutenzione ordinaria che purtroppo per ragioni economiche non si fa più. Mentre, invece, per quanto riguarda la prevenzione necessaria in eventi calamitosi come quelli dei terremoti, nello specifico, è indispensabile che le Marche si dotino, in tempo di “pace”, di strutture/depositi attrezzati, pronti ad essere utilizzati in ogni evenienza o calamità naturale, perché purtroppo dobbiamo imparare tutti a conviverci con questi fenomeni della natura. Ed ecco quindi che occorre attivare protocolli, intese, accordi con altre strutture che lavorano sul territorio (Vigili del fuoco, carabinieri, Protezione Civile, Volontarî ed altri): non possiamo pensare che ognuno possa fare da solo. Se c’è già a monte un coordinamento tra i diversi enti e sappiamo quali sono i ruoli e i compiti, tutto risulterebbe più semplice e più veloce. E questo è fondamentale. Per il sisma del 2016, l’inizio delle varie attività di recupero è stato molto difficile, forse anche per la vastità e la quantità dei danni causati dal sisma nelle Marche, rispetto alle altre tre regioni limitrofe (Lazio, Umbria ed Abruzzo). In ogni caso, parlo per la mia esperienza vissuta, grazie all’impegno di tutti, dirigenti e funzionari del MiBACT, Carabinieri del Nucleo Tutela, Vigili del fuoco e volontari, siamo riusciti a trovare un modus operandi che ci ha permesso di lavorare con efficienza, rapidità ed in perfetta armonia, cosa molto importante in queste situazioni di disagio.

FG. Spesso abbiamo sentito lamentare il fatto che le regioni terremotate si sono trovate in difficoltà a causa della mancanza di funzionarî delle soprintendenze. Quali sono i problemi che questa situazione vi crea?
PM. Questo è un problema che abbiamo da tanti anni. Sappiamo perfettamente che le soprintendenze hanno pochissimi dipendenti e funzionari, cosa che peraltro non accade solo al nostro Ministero, ma anche in altri dicasteri: non c’è personale. E le Marche, per la sua conformazione eterogenea e soprattutto ricchissima di beni culturali, ne risente in particolar modo. Avere solo due funzionari storici dell’arte è molto poco per tutta la regione, in più se ci mettiamo anche il terremoto… però, ripeto, abbiamo fatto comunque tutto quello che andava fatto: “necessità fa virtù”, diceva un vecchio detto.

FG. Dall’amministrazione centrale avete avuto supporto?
PM. Non ci siamo mai sentiti abbandonati, ci hanno dato tutto il loro aiuto. Dalla nostra amministrazione centrale ci hanno sempre detto di fare tutto quello che era necessario fare, dopodiché il ministero avrebbe garantito finanziamenti e supporto. Certo, fossimo stati di più magari avremmo fatto prima. Infine, per concludere, vorrei che si considerasse anche un altro aspetto del terremoto, da non sottovalutare, almeno per me: durante i sopralluoghi effettuati per i recuperi dei beni, soprattutto fino all’inizio dell’estate del 2018, mentre eravamo dentro a strutture gravemente lesionate, le scosse di terremoto continuavano a sentirsi, anche se di media forza, e faceva una “certa” paura, normale per esseri umani, ma a me ritornava in mente una paura particolare: nel terremoto precedente del settembre 1997, che ha interessato Marche ed Umbria, due miei colleghi e amici, Claudio Bugiantella e Bruno Brunacci, sono morti nel crollo della volta della chiesa superiore di San Francesco ad Assisi.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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