Le cinque questioni fondamentali della cultura dopo il coronavirus. Come eravamo? Come saremo?


Pensare alla cultura dopo il coronavirus impone un ripensamento di vecchi schemi. Su almeno cinque questioni fondamentali. Il parere di Michele Trimarchi.

Non è chiaro a nessuno come vivremo una volta che la clausura manzoniana sarà finita. Che in questa incertezza, per molti versi inedita e sicuramente inattesa, ci si preoccupi per la stessa sopravvivenza del sistema culturale è cosa ineludibile. Allo stesso modo, è comprensibile che la discussione si concentri su strumenti finanziarî di sostegno, in buona parte di salvataggio. Ma forse per immaginare – e magari costruire – il futuro del sistema culturale potrebbe essere utile provare a ricordarci com’era fino a marzo, senza far finta che funzionasse in modo efficace.

La sospensione delle tribolazioni quotidiane ha semplicemente accelerato e drammatizzato una presa d’atto che appariva ineludibile già da un po’ di anni. La crisi (fase decisiva in greco antic) può rappresentare un’occasione preziosa per mettere a fuoco la struttura, le risorse e gli orientamenti della cultura italiana alla luce di una società che diventa sempre più complessa e sofisticata e che invece il milieu culturale si ostina a considerare ignorante e superficiale. È tempo di tornare indietro per un attimo, per mettere a fuoco le fragilità palesi da tempo, che la crisi sta soltanto enfatizzando.

Lasciamo per ultima la questione finanziaria (le cui dinamiche dovrebbero incoraggiare la crescita e il consolidamento del sistema), e ragioniamo sui fondamentali. Prima questione: l’infrastruttura culturale e il suo rapporto con il territorio urbano. Luoghi meravigliosi ma privi di reali percorsi narrativi, depositi dorati di un’offerta spesso cristallizzata e mal esposta; isolati dagli spazi della città e tendenzialmente renitenti ad accogliere la società, fatte salve iniziative superficiali e prive di costrutto: yoga, zumba, beauty contest, e qualsiasi cosa che tenga l’attenzione fuori dall’esperienza culturale.

Seconda questione: le opzioni tecnologiche e le sinergie possibili tra analogico e digitale. La tecnologia rimane tuttora un corpo estraneo per la maggior parte di musei, teatri, siti archeologici e luoghi della cultura. Si continua a brandire il dogma del contesto, dimenticando che quasi tutte le opere esposte nei musei non sono state create per la loro attuale collocazione, si ritiene che il digitale sia innaturale mentre sopravvivono cartellini e pannelli murali, si percorre quel poco del web che si può senza sentirsi peccatori, riproducendo protocolli analogici obsoleti (i comunicati stampa sui social).

Visitatori in mostra alle Gallerie d’Italia di Milano

Terza questione: la ripartizione orizzontale per settori, e quella verticale per gerarchie convenzionali. Proprio in tempi di ibridazioni, fertilizzazioni e versatilità il sistema culturale si ostina a proteggersi dietro gabbie tassonomiche obsolete. Chiunque sia appassionato connette – artigianalmente e intensamente – visite, letture, ascolti, esplorazioni e ogni esperienza che possa arricchire e integrare la catena del valore culturale. Non incoraggiare questo percorso accentua l’estraneità dei fruitori, sulla base dell’ennesimo dogma: il ‘dovere morale’ di apprendere, capire e approvare.

Quarta questione: le risorse umane, il loro spettro d’azione e la cornice strategica della gestione.Professionisti di altissimo livello e di approfondita specializzazione sono costretti in gabbie operative rigide e reciprocamente impermeabili. La cosa è aggravata dal ricorso a fornitori esterni di servizî che gli interni offrirebbero con più motivazione e spesso con qualità ben più elevata. Il livello gestionale è ridotto da una normativa asfittica a una funzione burocratica: ogni tentazione imprenditoriale è del tutto scoraggiata, come anche le alleanze e le sinergie interne ed esterne al sistema stesso.

Quinta questione: la dotazione patrimoniale e i flussi finanziarî. Una quota maggioritaria del patrimonio culturale è sepolta nei depositi. Una sua localizzazione diffusa (in modo pertinente, sicuro e magari eloquente) potrebbe ridisegnare la mappa della cultura nelle città italiane, intensificare il dialogo con la società e il pubblico, accrescere e opzioni di partecipazione, consenso e sostegno che rafforzerebbero tanto la coerenza del sostegno pubblico quanto l’attenzione delle imprese private. Il sostegno finanziario è legato a normative censorie o indifferenti rispetto alle strategie perseguite.

In breve, è tempo di costruire un sistema culturale che si dimostri in linea con lo spirito del tempo, e con le nuove esigenze di ridisegnare in modo più morbido il nostro rapporto con lo spazio e con il tempo: estendere il reticolo di spazi espositivi e teatrali al di fuori delle torri d’avorio; ammorbidire la scansione oraria e incoraggiare la presenza diffusa nei luoghi della cultura; ibridare efficacemente i glossarî analogico e digitale allargando lo spettro di servizî e relazioni;rendere versatile e flessibile il lavoro culturale senza sottrarre le tutele e le garanzie. In breve, essere contemporanei.


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L'autore di questo articolo: Michele Trimarchi

Economista della cultura, insegna Cultural Economics all'Università di Bologna ed Economia Pubblica all'Università di Catanzaro.


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