Sul mito del genio italiano di Leonardo da Vinci dall'Ottocento in poi


Quale la storia del mito retorico del genio italiano di Leonardo? Una ricognizione dall'Ottocento in poi.

Le tediose e futili polemiche nazionaliste sull’italianità di Leonardo da Vinci, che di tanto in tanto si riaccendono a seguito degl’interventi scomposti di qualche politico in cerca di facili stereotipi o di qualche boutade che ha più a che spartire col tifo da stadio che con la cultura, rischiano di far perdere di vista il valore dell’arte di Leonardo secondo la sua prospettiva storica, e sulla base della sua portata universale. E dire che proprio agl’inizî del 2018 s’è tenuto un convegno, presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano (che proprio a Leonardo da Vinci è dedicato), volto a ridefinire in maniera precisa “i contorni dell’immagine storiografica di Leonardo da Vinci” venutasi a creare dopo la Mostra di Leonardo da Vinci e delle Invenzioni Italiane, promossa nel 1939 dal regime fascista più per scopi propagandistici che per ragioni culturali. Eppure, l’infausta eco di quell’esposizione risuona tuttora ogni volta che si tende a presentare l’artista toscano come genio in grado di dimostrare il primato degl’italiani nelle scienze e nelle arti. E se il mito di “Leonardo da Vinci genio italiano”, all’origine d’una tradizione che si voleva far partire dal Rinascimento e far giungere fino alle invenzioni di Guglielmo Marconi, potrebbe anche esser tollerato se limitato all’ambito delle battute scherzose sugli stereotipi nazionali, comincia a tramutarsi in un qualcosa di pericoloso se inizia ad acquisire peso politico (si pensi agli scambi culturali tra gli stati, o alle politiche dei prestiti internazionali tra i musei).

Articolo del Corriere della Sera, del 1939, con la notizia dell'inaugurazione della mostra di Leonardo
Articolo del Corriere della Sera, del 1939, con la notizia dell’inaugurazione della mostra di Leonardo


Gli allestimenti della mostra del 1939
Gli allestimenti della mostra del 1939

Il mito di Leonardo è stato in qualche modo costruito a tavolino durante gli anni del fascismo, ma poggia le basi su fenomeni che nacquero ben prima del Ventennio. Il convegno del gennaio 2018 (dall’inequivocabile titolo Leonardo 39. La costruzione di un mito, cui è poi seguita una mostra con la stessa titolazione, conclusasi il 20 giugno 2018), per tramite di Marco Beretta dell’Università di Bologna e del suo intervento Leonardo nella storiografia della scienza italiana. 1797 - 1939, ha rimarcato le tappe che hanno portato ad alimentare la fama di Leonardo fino a renderlo una figura dai connotati quasi sacri, mitologici. Il primo passaggio è stato individuato nell’arrivo in Francia dei codici leonardeschi della Biblioteca Ambrosiana di Milano, portati a Parigi da Napoleone: se nel capoluogo lombardo ci s’era quasi dimenticati di tali preziosi documenti, in Francia presero a essere tenuti in alta considerazione da parte degli studiosi, tanto che proprio nel 1797 il fisico reggiano Giovanni Battista Venturi redasse un Essai sur les ouvrages physico-mathématiques de Léonard de Vinci, avec des fragmens tirés de ses manuscrits, apportés de l’Italie, scritto in francese e pubblicato per i tipi di Duprat a Parigi. Nel trattato, Leonardo veniva posto “alla testa di coloro che si sono occupati delle scienze psico-matematiche e del vero metodo di studio presso i moderni”, e ci si rammaricava del fatto che i suoi trattati fossero stati scoperti in ritardo: Venturi riteneva che la modernità sarebbe cominciata prima se i trattati di Leonardo avessero goduto di maggior considerazione. Dopo la caduta di Napoleone, i codici della Biblioteca Ambrosiana tornarono a Milano e questa volta furono esaminati anche dagli studiosi italiani, e il nome di Leonardo cominciò a esser oggetto d’attenzioni vieppiù crescenti: è soprattutto la versatilità della sua opera a tener banco, specialmente all’indomani della pubblicazione, in riproduzione fotografica, di tutti i suoi codici presenti in Francia, curata da Charles Ravaisson-Mollien negli anni Ottanta dell’Ottocento, e seguita poi a ruota dalla pubblicazione, in Italia, del Codice Trivulziano (1891), del Codice sul Volo degli Uccelli (1893) e del Codice Atlantico (tra il 1894 e il 1904).

Ed è proprio verso la fine dell’Ottocento che si pongono le basi per l’esaltazione di Leonardo. Il suo mito, ha scritto lo studioso Roberto Cara in un recente saggio dedicato alla summenzionata mostra del 1939 (La mostra di Leonardo da Vinci a Milano tra arte, scienza e politica, incluso in All’origine delle grandi mostre in Italia (1933-1940), volume curato da Marcello Toffanello e pubblicato nel 2017 da Il Rio Editore), “si era arricchito fra Otto e Novecento di nuovi elementi qualificanti; positivismo, decadentismo e simbolismo avevano gettato sul maestro fiorentino uno sguardo nuovo e talvolta contraddittorio, contribuendo ad alimentarne la fama: egli non era stato soltanto un grande artista ma anche uno ‘scienziato’ e inventore senza pari; ciò appariva di fondamentale importanza nel ‘secolo della tecnica’, in una nazione che risuonava delle parole d’ordine del futurismo, adottate dal regime. Lo provavano i suoi manoscritti, fitti di annotazioni, di disegni tecnici e anatomici, sistematicamente pubblicati dal 1880”. Tuttavia, evidenzia Cara, ancora non si sa bene perché proprio su Leonardo cadde la scelta d’individuare il personaggio per le celebrazioni, ma gli scopi della mostra risultano ben chiari se si legge la dichiarazione d’intenti contenuta nel “Regolamento Generale” dell’esposizione milanese: “scopo della mostra è quello di celebrare il genio universale ed ineguagliato di Leonardo da Vinci, assunto quasi a simbolo di tutta la civiltà latina e cristiana e pertanto romana e di porre in evidenza i legami spirituali che uniscono questo grande realizzatore e creatore alle realizzazioni dell’Italia mussoliniana e imperiale. L’abbinamento alla celebrazione vinciana della mostra delle invenzioni italiane tende a dimostrare la continuità del genio creativo della stirpe e le grandi possibilità che si aprono ad esso nel clima della volontà fascista”. In sostanza, se il “genio” di Leonardo da Vinci comincia a esser oggetto di profonda ammirazione a partire dalla fine del Settecento, è col regime fascista (e con quella mostra, che Roberto Longhi peraltro definì “abominevole”) che il mito leonardiano assume le proporzioni d’un orgoglio nazionale.

Leonardo da Vinci, Ritratto d’uomo noto come Autoritratto (1515 circa; sanguigna su carta, 33,5 × 21,6 cm; Torino, Biblioteca Reale)
Leonardo da Vinci, Ritratto d’uomo noto come Autoritratto (1515 circa; sanguigna su carta, 33,5 × 21,6 cm; Torino, Biblioteca Reale)

Eppure, i pregiudizî su Leonardo perdurano nel tempo: è impresa vana e oziosa enumerare le occasioni in cui le conoscenze di Leonardo sono state accostate a un’idea di primato dell’italianità inesistente allora quanto oggi. Occorre, pertanto, restituire a Leonardo da Vinci la sua dignità storica e culturale, e il primo punto fermo, che potrebbe apparire scontato agli occhi degli addetti ai lavori o di chi ben conosce l’opera leonardesca, ma non altrettanto a chi è cresciuto col mito del genio isolato le cui intuizioni paiono come calate dall’alto, è il reinserimento di Leonardo nel suo contesto. Per esempio, come hanno ben sottolineato Pietro C. Marani e Maria Teresa Fiorio nell’introduzione della mostra su Leonardo tenutasi nel 2015 a Palazzo Reale (uno degli intenti dichiarati era proprio quello di scardinare la visione mitografica che lo vede come un individuo straordinario avulso dal suo tempo), il passaggio di Leonardo presso la bottega del Verrocchio, e il contatto con la realtà artistica della Firenze del tempo, ha sicuramente accentuato quella che era “una predisposizione a estendere la propria curiosità verso tutti gli aspetti della produzione artistica e artigianale e a osservare, e poi a riprodurre analiticamente, tutti gli svariati elementi e i fenomeni che si offrivano alla visione”: e l’educazione al fianco d’un artista versatile come il Verrocchio, che era pittore, scultore e orefice, aveva incoraggiato il giovane Leonardo “a una visione analitica oggettiva della natura e delle cose, sorretta dalla conoscenza della geometria, della matematica e della prospettiva e da una manualità eccezionale, fuori dal comune”. Ancora, si pensi al celeberrimo Uomo vitruviano, spesso oggetto delle interpretazioni più disparate e volte a ricavare chissà quali segreti da quest’opera che in realtà, come s’è discusso anche su queste pagine, è perfettamente calata nella realtà culturale degli ultimi scorci di Quattrocento ed è un’opera tutt’altro che isolata. E non si potrebbe poi spiegare l’interesse di Leonardo per l’elaborazione d’un nuovo metodo scientifico, se non s’inquadrasse la sua volontà nell’ambito dei suoi studî che lo portarono ad approfondire la meccanica antica e medievale, o semplicemente se non si tenesse conto anche del livello cui era giunto il progresso tecnologico nella sua epoca. Leonardo era animato da una sorta di desiderio di riforma della scienza dei pesi, oltre che “dall’intento di estenderne il campo di applicazione ad ambiti disciplinari sempre più vasti”, così che il suo atteggiamento fu quello “dell’artefice che non si accontenta di contemplare la scientia de ponderibus come un elegante prodotto della speculazione astratta, ma si propone di utilizzarne i teoremi sul piano pratico” (Paolo Galluzzi). E ancora, molte delle sue “invenzioni” altro non sono che rielaborazioni di tecnologie che già esistevano, o meditazioni su spunti forniti da altri ingegneri e artisti del tempo, come Francesco di Giorgio Martini o Bonaccorso Ghiberti. Più che le invenzioni in sé, ciò che conta è l’approccio indagatore di Leonardo, che in tal senso fu pioniere del moderno pensiero scientifico.

Quanto all’italianità a priori di Leonardo da Vinci, è forse superfluo ribadire che all’epoca Leonardo veniva indicato dai suoi contemporanei come “Leonardo da Vinci fiorentino” (una formula che troviamo nei documenti ufficiali, nei contratti, negli scritti dei contemporanei), che il concetto di nazione italiana, per quanto da molti studiosi considerato all’epoca in nuce, non era avvertito dall’artista, e che è pertanto una forzatura storica voler attribuire l’etichetta d’“italiano” a Leonardo da Vinci se al fine d’ergerlo a esempio delle virtù della nazione italiana (al netto delle ovvie semplificazioni, di valenza puramente geografica, che ci portano a definire “italiano” tutto ciò che succede al di qua delle Alpi). Al più, possiamo considerarlo come uno dei personaggi cardine di quella cultura italiana condivisa che s’è però modellata a partire dall’Ottocento. Ed è utile porre l’accento sul fatto che già nell’Ottocento si diffusero comunque letture che, pur coi limiti imposti dal loro contesto storico, erano volte a inquadrare il genio di Leonardo non come proprio d’una nazione e quindi passibile d’acquisire una specifica cittadinanza, ma semmai come patrimonio dell’umanità intera. Lo storico francese Edgar Quinet, per esempio, trovava le radici dell’universalità di Leonardo nell’atteggiamento degli umanisti che vissero pochi decennî prima di lui: usi a darsi un nome latino (e quindi, in certa misura, a recidere i legami con la loro “patria”), nella stessa Firenze s’unirono nel nome della filosofia di Platone trovando dunque una sorta di continuità con la Grecia antica ed estendendo loro orizzonti culturali nel vivo d’una tradizione che non aveva caratteri nazionali. Orizzonti il cui testimone sarebbe poi passato ad artisti come Leonardo, Raffaello e Michelangelo, già considerati come non più rappresentativi solo dell’Italia, ma dell’umanità intera. E ancora, le pionieristiche Ricerche intorno a Leonardo da Vinci, pubblicate da Gustavo Uzielli nel 1872, scevre di qualsivoglia retorica nazionalista, identificavano Leonardo come “uno dei più singolari fenomeni che l’umanità abbia manifestati nella sua incessante evoluzione”. La grandezza di Leonardo, in definitiva, non risiede né nella sua provenienza geografica, né tout court nelle sue invenzioni: sta semmai nel valore della sua arte e nella sua capacità, fuori dal comune, d’interpretare e osservare la realtà.



Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. Angelo Paratico in data 18/11/2018, 22:54:14

Ottimo, qualcuno che sa di che parla.



2. Ela in data 21/11/2018, 10:00:46

Terminata la lettura dell’articolo (che trovo ben scritto e ben documentato), resto, tuttavia, perplessa sulla difficoltà di riconoscere che “Italia” ha definito l’appartenenza a un territorio e alla sua storia ben prima della nascita dello stato unitario. Basterebbe ricordare la cartografia antica di epoca romana, la celeberrima dicitura “Ytalia” nella Basilica di S. Francesco ad Assisi, per non parlare di Dante, che all’Italia dedica una terzina del canto VI del Purgatorio, sempre di cogente attualità (ed eravamo nel XIV secolo...)., oltre ad averla menzionata subito, al primo canto dell’Inferno: “di quell’umile Italia fia salute/per cui morì la vergine Cammilla”. È vero che Leonardo si firmò come “fiorentino”, ma non si può credere che non avesse coscienza di quello che il suo illustre concittadino aveva scritto sull’Italia (a maggior ragione se ricordiamo il fatto che Leonardo era un avido lettore e che nei suoi taccuini sono stati trovati anche appunti che rimandavano a Dante stesso). . Ho l’impressione che la questione dell’italianità di Leonardo sia l’ennesima occasione per dare connotazioni politiche di partigianeria: da un lato, quelli che non perdono occasione per rivendicare la Gioconda (in modo del tutto insensato); dall’altra, quasi la vergogna di usare il termine “italiano” come se fosse sinonimo di chissà quali significati nefasti (non ho mai trovato un francese, un inglese, uno spagnolo o un polacco, per citare qualcuno oltreconfine, che si facesse remore in tal senso, parlando dei propri artisti, scrittori o scienziati).

Dal mio punto di vista, riconoscere che Leonardo era fiorentino e italiano non significa fare proprie le bandiere dei cosiddetti “sovranisti” e neppure negare la portata universale del contributo di Leonardo alla storia dell’umanità. Mi pare, piuttosto, il riconoscimento di un processo molto lungo, partito ben prima dell’epoca risorgimentale e che ha visto il contributo di letterati e artisti in primis. Il punto, forse, è che di questo sentimento nazionale difetta la maggior parte degli italiani e quelli che lo ostentano, non ne conoscono nemmeno la storia.







3. Ravecca Massimo in data 24/11/2018, 12:19:59

Il più grande artista è Gesù di Nazaret, se la Sindone di Torino è un
suo autoritratto di natura miracolosa. Al suo interno contiene la
perduta o forse solo nascosta Battaglia di Anghiari di Leonardo da
Vinci. Tramite la somiglianza del volto contenuto nell’immagine della
ferita al costato della Sindone, con il volto urlante del guerriero
centrale, Niccolò Piccinino della Tavola Doria che della Battaglia di
Anghiari di Leonardo realizzata a Firenze a Palazzo Vecchio nel Salone
dei Cinquecento, riproduce La lotta per lo stendar a poche centido. I geni hanno un
intelligenza simile nel metodo, producono opere analoghe, e hanno un
volto somigliante nella maturità. L'autoritratto di Leonardo ricorda il
volto sindonico. Entrambi conservati a Torino separati da circa 100 metri di distanza. Il simile con il simile. Torino un pò magica lo è. Il volto di Gesù modello archetipo del volto del genio.
Cfr. mio ebook/kindle. "La Sindone di Torino e le opere di Leonardo da
Vinci: analisi iconografica comparata".







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