Quando l’acqua calda delle sorgenti termali della Toscana incontra il fango argilloso, talvolta la storia si ferma e rivela segreti millenari che riemergono intatti sfidando il tempo. È accaduto a San Casciano dei Bagni, in provincia di Siena, dove, a pochi metri dalle pozze pubbliche ancora in uso, tra il 2021 e il 2022 è stato riportato alla luce un santuario termale etrusco e romano di importanza straordinaria. Il complesso archeologico del “Bagno Grande”, come è stato ribattezzato, non ha restituito semplici frammenti, bensì un tesoro di bronzi votivi, ritenuto da molti esperti il ritrovamento archeologico italiano più significativo dopo i Bronzi di Riace. Questa scoperta non solo offre una nuova possibilità di crescita culturale e di rinascita per il territorio, ma apre una finestra inattesa su un passato di coesistenza e di devozione legato alla forza curativa delle acque.
Il progetto di ricerca e tutela delle antiche terme sancascianesi affonda le radici in un decennio di iniziative, ma ha trovato una struttura definita solo a partire dal 2018. L’area del Bagno Grande è stata identificata come punto focale, facendo uso di moderne ed efficaci tecnologie di remote sensing, come la geofisica di ultima generazione e sensori montati su drone, per individuare le aree di scavo che potessero confermare la tradizione di grandi ritrovamenti storici, nota fin dal XVI secolo.
La concessione di scavo è stata affidata al Comune di San Casciano dei Bagni dalla Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Ministero della Cultura (MiC), ed è stata concepita come una collaborazione fondamentale tra il Comune stesso e la Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo. Lo scavo, diretto da Emanuele Mariotti, archeologo esperto in topografia e geofisica applicata all’archeologia, e coordinato scientificamente da Jacopo Tabolli, funzionario della Soprintendenza e docente presso l’Università per Stranieri di Siena, ha dato i primi frutti significativi già nell’agosto del 2020. In quel periodo, dai fanghi del Bagno Grande sono emerse le tracce dell’ingresso monumentale di un santuario romano e, in particolare, un altare in travertino. L’iscrizione rinvenuta su di esso, “sacro ad Apollo”, ha subito chiarito la funzione sacra del luogo.
Con la ripresa degli scavi, il team (composto da giovani archeologi e studenti provenienti da diverse università italiane e internazionali, tra cui Siena, Pisa, Firenze, Roma La Sapienza, Sassari, Dublino e Cipro) ha continuato a lavorare nonostante le difficoltà logistiche, dovute sia al protocollo anti-pandemia dovuto al diffondersi del COVID-19, sia al fatto che gli archeologi operavano immersi nell’acqua calda, che sgorga a 42°. Lo scavo stratigrafico, condotto in un orto abbandonato vicino alle polle pubbliche tuttora utilizzate, ha rivelato le vestigia di un santuario romano ottimamente conservato.
In tempi brevi, in soli due mesi di scavo, si è delineata chiaramente parte della sequenza di vita del luogo di culto. L’impianto monumentale è stato ricondotto all’età augustea: si tratta di una struttura edificata su un sito già sacro in epoca etrusca, quantomeno durante l’epoca dell’ellenismo, ovvero dagli ultimi decenni del IV secolo a.C. fino all’età in cui la civiltà etrusca si è fusa con quella romana, nel I secolo a.C. Durante l’età augustea, il santuario assunse la forma di un edificio con copertura a compluvium (un tetto con un’apertura che aveva una doppia funzione: illuminare e raccogliere l’acqua piovana) su un bacino centrale di forma circolare, sorretto da quattro colonne tuscaniche, e un propileo d’ingresso a sud, delimitato da due colonne a base attica. Successivamente, a causa di un incendio probabilmente avvenuto a metà del I secolo d.C., l’edificio fu ricostruito e ampliato tra l’età Flavia e quella Traianea. Verso la fine del II secolo d.C., tre altari in travertino, dedicati ad Apollo, a Iside e a Fortuna Primigenia, furono deposti sul bordo della vasca della sorgente calda. Il soprintendente Andrea Muzzi, all’epoca della scoperta, ha espresso la grande soddisfazione per un lavoro che ha dato risultati “oltre quello che si poteva immaginare”, nonostante le carenze di personale e risorse che hanno provato la Soprintendenza di Siena.
La quarta campagna di scavi, condotta tra giugno e agosto 2021, ha confermato l’importanza del sito, portando alla luce, intatto, il deposito votivo del santuario. Sotto colonne crollate e a oltre due metri di profondità, nel fango, sono state rinvenute centinaia di monete in oro, argento, oricalco e bronzo. Insieme alle monete sono stati scoperti una serie di cinque bronzetti sacri di offerenti, tra cui un Pan, cinture in lamina di bronzo e fiaccole miniaturistiche. Il reperto più notevole di quella fase fu un putto in bronzo, che si ritiene sia stato realizzato da un artista di altissima scuola influenzato da modelli ellenizzanti all’inizio del II secolo a.C.. Questo “Putto del Bagno Grande”, com’è stato subito chiamato, riporta sulla coscia destra una misteriosa iscrizione antica che celebra l’offerta e la divinità del santuario, richiamando il celebre Putto Graziani dei Musei Vaticani.
La vera eccezionalità del sito, tuttavia, si è rivelata pienamente nel novembre 2022 con l’annuncio del recupero di ben ventiquattro statue in bronzo in uno stato di conservazione ottimale. Secondo Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero della Cultura, si è trattata della scoperta archeologica più importante avvenuta dopo il ritrovamento dei Bronzi di Riace. Il deposito di San Casciano è considerato infatti il più grande deposito noto di statue dell’Italia antica e l’unico di cui sia possibile ricostruire interamente il contesto. Le statue votive, realizzate probabilmente da artigiani locali, sono databili tra il II secolo a.C. e il I d.C.; le cinque più grandi raggiungono quasi un metro di altezza (la cosiddetta mensura honorata, di circa tre piedi romani).
L’ottima conservazione del bronzo è dovuta alle proprietà chimiche dell’acqua termale calda e al fatto che i materiali sono rimasti privi di ossigeno nell’argilla e nell’acqua per duemila anni. L’acqua calda, che aveva un ruolo centrale nel culto, ha agito come una sorta di cassa di sicurezza. Il santuario era attivo almeno dal III secolo a.C. e continuò fino al V secolo d.C.. In quest’ultima fase, in epoca cristiana, il luogo di culto venne chiuso, ma non distrutto. Le vasche sacre furono sigillate con grandi colonne di pietra e le divinità furono affidate all’acqua con un gesto di rispetto (pietas), ha spiegato Emanuele Mariotti, direttore dello scavo, in una dettagliata intervista concessa all’indomani dell’annuncio della scoperta a Ilaria Baratta su Finestre sull’Arte. E proprio questa copertura ha consentito al tesoro di rimanere intatto per secoli.
Il contesto sacro del Bagno Grande è profondamente legato al culto della salute e dell’acqua termale, nota sin dall’antichità per le sue proprietà curative. Il santuario era dedicato a diverse divinità, tra cui Apollo, Igea, Esculapio, Fortuna Primigenia e Iside, tutte legate alla salute. Oltre alla statua in marmo di Igea rinvenuta inizialmente, gli scavi hanno riportato alla luce un ricco repertorio di offerte votive (ex voto). Queste offerte erano destinate a ottenere la guarigione o a ringraziare per averla ottenuta. Tra i manufatti scoperti si annoverano statue che rappresentano le divinità stesse, ma anche riproduzioni di parti anatomiche in bronzo (arti votivi: servivano cioè per ringraziare una divinità per aver guarito quella parte del corpo, oppure per chiedere di guarirla). In particolare, sono stati rinvenuti un utero in bronzo, molto raro rispetto ai più comuni in terracotta, risalente tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero romano, un orecchio in bronzo, dedicato da un certo Aulus Nonnius in ringraziamento per la guarigione, una gamba e persino un rarissimo pene in bronzo.
La ritualità era legata alla sorgente stessa. Le statue erano posizionate in origine sul bordo esterno della grande vasca sacra, ancorate su blocchi di travertino. In diverse occasioni, specialmente nel corso del I secolo d.C., le statue vennero staccate e deposte sul fondo della vasca. Questo atto non fu un mero scarico di materiale sacro, ma una deposizione rituale e mediata con la divinità. La pratica votiva continuò fino al IV secolo d.C. con la deposizione di migliaia di monete (quasi seimila inizialmente, ma si parla di oltre 10.000 esemplari totali) in argento, bronzo e oro. Molte di queste monete erano di fresco conio, portate direttamente dalla zecca di Roma per onorare la sacralità del luogo.
Tra i reperti degli scavi del 2024, il sito ha continuato a rivelare i suoi segreti, con quattro nuove statue in bronzo che raffigurano arti votivi e strumenti rituali, come un’elegante lucerna e un piccolo toro in bronzo. È stato trovato anche il torso nudo di un corpo maschile, recante un taglio netto, dedicato alla Fonte Calda da Gaio Roscio, forse a simboleggiare la guarigione della parte del corpo rappresentata. Inoltre, sono stati scoperti materiali preziosi come una corona e un anello d’oro, gemme, ambra e aurei romani, che testimoniano l’alto valore delle offerte.
Un ritrovamento particolarmente affascinante è quello dei serpenti bronzei, posizionati alla base di grandi tronchi. Questi manufatti, di dimensioni variabili, rappresentano il serpente agatodemone, figura protettiva legata alla sorgente e alle pratiche divinatorie. Un esemplare di novanta centimetri, quasi la mensura honorata, cornuto e barbuto, è con ogni probabilità il più grande serpente agatodemone in bronzo mai rinvenuto, superando per dimensioni quelli noti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e al British Museum. Il santuario ha restituito anche migliaia di frammenti di uova (simbolo di rinascita e fertilità), pigne e rami intrecciati, a testimonianza del legame tra natura e sacralità.
Uno degli aspetti più rilevanti e unici del santuario è la chiara compresenza di elementi etruschi e latini. In questo luogo sacro, anche in epoche segnate da violenti conflitti esterni tra Roma e le città etrusche, i due mondi sembrano aver convissuto pacificamente. Il processo di romanizzazione degli etruschi, lungo e spesso brutale, si estese per almeno 150 anni, ma nel santuario di San Casciano si è manifestato in una convivenza che non ha mostrato segni di violenza. Le iscrizioni rinvenute sulle statue e sugli oggetti votivi sono scritte sia in etrusco che in latino. Alcune iscrizioni riportano nomi di importanti famiglie etrusche della zona, come i Velimna di Perugia e i Marcni noti nell’agro chiusino e senese. Altre iscrizioni in latino parlano specificamente delle “aquae calidae”, le acque termali già note per le loro proprietà curative.
Le iscrizioni scoperte recentemente (2024) hanno menzionato la Fonte Calda come “Flere Havens” in etrusco, insieme a giuramenti indirizzati alla Fortuna e al Genio dell’Imperatore. Questa stratificazione culturale mostra che, sebbene la lingua cambiasse e i nomi delle divinità potessero variare, il culto e l’obiettivo terapeutico rimanevano gli stessi. Chi desiderava affermare la propria identità etrusca lo incideva sulle statue, mentre chi era romano apponeva un’iscrizione latina. Questo contesto plurale, dove l’accoglienza dello straniero e dell’altro è incastonata nel bronzo, è stato definito un esperimento di archeologia civica.
La scoperta dei bronzi ha messo subito in moto una complessa macchina di tutela e ricerca. Dato che i materiali, estratti dall’ambiente anossico (privo di ossigeno) e protettivo dell’acqua termale, subiscono uno shock e rischiano l’ossidazione immediata, sono stati trasferiti prontamente nei laboratori di restauro per essere stabilizzati e conservati al meglio.
Un’ampia équipe di restauratori dell’Istituto Centrale del Restauro (ICR) e della Soprintendenza è stata coinvolta nelle operazioni. Fondamentale in questo senso è stato il sostegno finanziario di enti privati: ad esempio, Friends of Florence ha contribuito con 70.000 euro per il restauro di trentaquattro lavori in bronzo, oltre a finanziare assegni di ricerca postdottorale, confermando l’importanza della sinergia tra pubblico e privato. I restauri sono un lavoro lento, che si avvale di studi diagnostici avanzati condotti da specialisti di diverse università.
L’eccezionalità del ritrovamento non è stata riconosciuta solo a livello nazionale: nel 2023, i bronzi di San Casciano hanno vinto l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il prestigioso premio che li ha consacrati come miglior scoperta archeologica mondiale del 2022. È stata la prima volta che il premio, intitolato all’archeologo martire di Palmira, è stato assegnato a una scoperta italiana.
Il progetto di valorizzazione, in linea con l’impegno preso dal Comune e dal Ministero della Cultura, prevede la musealizzazione del tesoro e la creazione di un parco archeologico. Il Ministero della Cultura ha acquistato il cinquecentesco Palazzo dell’Arcipretura nel centro storico di San Casciano dei Bagni per destinarlo a sede del futuro Museo Archeologico Nazionale. Questo museo ospiterà stabilmente i bronzi e gli altri reperti provenienti dal Bagno Grande e dalle ricognizioni territoriali. Grazie a un finanziamento di 4,5 milioni di euro nell’ambito dei Grandi Progetti Beni Culturali, la ristrutturazione e l’allestimento del palazzo sono in corso. Accanto al museo, sorgerà anche un Parco Archeologico Termale, pensato per valorizzare l’eccezionale sito.
Nel frattempo, i bronzi sono stati protagonisti di un ciclo di mostre itineranti. La prima esposizione si è tenuta al Palazzo del Quirinale a Roma, in due periodi tra giugno e ottobre 2023. Successivamente, sono stati ospitati dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) dal febbraio al giugno 2024, in un evento che ha inaugurato nuove sale restaurate del museo campano. Infine, sono stati in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria (MArRC) fino a gennaio 2025, in un incontro simbolico con i celebri Bronzi di Riace. Queste esposizioni hanno consentito ai visitatori di compiere un viaggio nel paesaggio delle acque sacre e hanno rappresentato un esempio di collaborazione tra istituzioni dedite alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio.
Per rendere accessibile al pubblico il sito, sono state organizzate anche passeggiate archeologiche durante l’estate, con ritrovo presso le “Stanze Cassianensi”, un piccolo spazio espositivo allestito nel Palazzo Comunale di San Casciano dei Bagni, che accoglie i primi reperti emersi e offre contenuti multimediali. Queste visite guidate, che si svolgono nel paesaggio termale e portano fino all’area degli scavi, rappresentano il modo più diretto per entrare in contatto con la storia del santuario.
La storia del Bagno Grande, con la sua ricchezza archeologica e la testimonianza di pace e devozione, è considerata un esempio della forza della cultura, capace di rivitalizzare i piccoli centri e di diventare un emblema della “Toscana diffusa”. L’idea che questi reperti trasmettono è antica ma estremamente attuale: la connessione tra la salute, la necessità di curarsi, e la fede, un legame indissolubile mediato dall’acqua termominerale.
Per comprendere appieno la singolarità di San Casciano, bisogna pensare a un luogo dove la fluidità dell’acqua termale, che forgia il travertino e conserva il bronzo, riflette la fluidità della storia: un antico crocevia dove, nonostante il fragore dei conflitti esterni, etruschi e romani hanno condiviso riti e speranze, lasciando i loro ex voto come silenziosi messaggeri di un’unica, millenaria ricerca di benessere.
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