Banksy perde una battaglia legale sul marchio: l'artista avrebbe “agito in mala fede”


Banksy perde un’importante battaglia legale sul marchio. Secondo i giudici avrebbe infatti agito in malafede e registrato il marchio solo per non uscire dall’anonimato.

Potrebbe essere a rischio il marchio “Banksy” dopo che l’anonimo street artist britannico ha perso una battaglia legale per l’utilizzo dell’immagine di una sua opera. Il caso, cominciato due anni fa, opponeva Banksy a una piccola azienda inglese, la Full Colour Black, che aveva adoperato la famosa immagine del Flower Thrower per una cartolina d’auguri da mettere in vendita (l’attività dell’azienda è proprio quella della vendita di cartoline augurali).

Il verdetto è arrivato il 14 settembre dopo due anni di battaglie legali. In breve, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) ha stabilito che Banksy non può vantare diritti sull’immagine, perché ha sempre scelto di rimanere anonimo, e di conseguenza non può essere riconosciuto come il legittimo proprietario dell’opera. Si tratta di una sottile differenza tra marchio e diritto d’autore: il marchio può essere registrato da chiunque, mentre invece, per poter esercitare il proprio copyright, è necessario che l’autore si dichiari in prima persona proprietario dell’opera (e dunque, essendo Banksy anonimo, in linea teorica chiunque potrebbe rivendicare i suoi lavori). Secondo la tesi dell’EUIPO, Banksy, per aggirare le leggi sul diritto d’autore che gli avrebbero imposto di uscire dall’anonimato, ha fatto registrare alla società Pest Control Office (l’azienda che cura le sue relazioni) il marchio della sua opera per proteggerne l’immagine, ma non ha mai sfruttato il marchio per farne uso commerciale (a questo infatti servirebbe la registrazione).

Banksy “non può essere identificato come il proprietario indiscutibile dell’opera”, hanno fatto sapere dall’EUIPO, “perché la sua identità è nascosta, e di conseguenza non si può stabilire senza contestazioni che l’artista abbia dei diritti d’autore su un’opera di street art”. Inoltre, rilevano ancora i giudici dell’EUIPO, “Banksy ha scelto di rimanere anonimo e di dipingere graffiti sulle proprietà di terzi senza il loro permesso, invece di dipingerli su tele o sulle sue proprietà”. I giudici hanno poi sottolineato che la prima apparizione dell’opera (su un muro a Gerusalemme) risale al 2005, ma già l’anno dopo, nel 2006, l’opera era apparsa sulla copertina di un libro di Banksy, Wall and Piece, nel quale, fanno sapere i guidici, l’artista “celebra in termini positivi la virtù della disobbedienza alle leggi sul copyright e sui marchi”.

Il Flower Thrower era stato registrato come marchio nel 2014 dalla Pest Control Office. Tuttavia, nel marzo 2019 la Full Colour Black aveva cercato di ottenere formalmente la cancellazione del marchio, sostenendo che fosse stato registrato in malafede (ovvero non per farne un uso commerciale). In risposta, Banksy, lo scorso ottobre, aveva aperto un negozio, chiamato “Gross Domestic Products”: lo street artist aveva dichiarato all’epoca che aprire un negozio a causa di una battaglia legale in corso fosse “probabilmente la ragione meno poetica per fare arte”, aggiungendo che “un’azienda di cartoline d’auguri sta contestando il marchio fondato sulla mia arte nel tentativo di prendere in custodia il mio nome, così che loro potranno vendere legalmente il loro finto merchandising marchiato Banksy”.

Questa mossa però, secondo l’EUIPO, avrebbe aggravato la posizione dell’artista. Pare infatti che Banksy non abbia venduto alcun oggetto con l’immagine del Flower Thrower dal 2014 fino al momento in cui la Full Colour Black l’ha adoperata per le sue cartoline. La legge europea infatti prevede che il titolare di un marchio anteriore non possa contestare chi ne fa utilizzo se la presenza del marchio è stata tollerata per cinque anni consecutivi. Il fatto che dunque Banksy abbia aperto il suo negozio solo nel 2019, secondo l’EUIPO rende “evidente che Banksy non aveva alcuna intenzione” di utilizzare il marchio quando la Pest Control Limited lo registrò nel 2014, e che i beni che ha cominciato a vendere nel 2019 sono stati creati e venduti solo come tentativo di non perdere il diritto di utilizzare il marchio. “La sua intenzione”, spiega l’EUIPO, “non era quella di usare il marchio per mettere in vendita beni e per ritagliarsi una nicchia del mercato, ma solo quella di aggirare la legge. Queste azioni sono in contrasto con le pratiche oneste”.

E adesso, di fatto, chiunque potrebbe usare le sue immagini, come ha spiegato l’avvocato Aaron Wood alla BBC. Wood, che rappresenta la Full Colour Black, ha fatto sapere che “il problema di Banksy sta nel fatto che per far valere il suo diritto d’autore dovrebbe uscire dall’ombra. Dovrebbe uscire allo scoperto e dire ‘eccomi, sono io che ho creato l’opera’. E per farlo perderebbe il suo nonimato. Quindi non lo farà”. Sulla questione del marchio, Wood dice che “chiunque può registrarne uno, così l’azienda di Banksy ha registrato il marchio della sua opera. Un marchio può durare in eterno, è un monopolio perpetuo. Invece il diritto d’autore dura solo un certo periodo di tempo e per sfruttarlo Banksy dovrebbe uscire dall’anonimato, mentre affidandosi al marchio può rimanere anonimo e utilizzarlo anche più a lungo. Ma secondo noi questo non è il modo corretto di affrontare la questione”.

La Full Colour Black adesso ha contestato i marchi di altre sei opere di Banksy, e probabilmente andrà avanti anche con altri suoi lavori. “L’intero portfolio dei marchi di Banksy adesso è a rischio”, ha concluso Wood.

Nell’immagine, il Flower Thrower.

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Banksy perde una battaglia legale sul marchio: l'artista avrebbe “agito in mala fede”


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