Berlino impone i tamponi obbligatori per musei e shopping, ma l'idea è un flop


In Germania diverse città introducono l'obbligo di presentare un test anti-Covid negativo per entrare nei musei, nei luoghi della cultura, ma anche nei negozi, nei bar, nei ristoranti. L'idea, a Berlino, è stata un flop, ed è molto criticata.

I paesi europei stanno guardando con molta attenzione quello che sta accadendo in Germania, primo paese ad aver introdotto l’esperimento dei tamponi obbligatori per potersi recare presso alcune strutture come musei, negozi, parrucchieri. Su queste pagine ne aveva già parlato Francesca Della Ventura in riferimento alla città di Colonia, dove già nell’ultima settimana di marzo era stato introdotto l’obbligo di presentare un test negativo per entrare nel museo o in biblioteca. La misura adesso si estende anche in altre città della Germania, che hanno introdotto l’obbligo di tampone.

È il caso, ad esempio, della capitale Berlino, dove il senato cittadino lo scorso 29 marzo ha emesso un’ordinanza per imporre il Testpflicht, l’obbligo di test per aziende, commercio e cultura. Per quanto riguarda le aziende, l’ordinanza obbliga i datori di lavoro a sottoporre i dipendenti a test gratuiti (i costi devono essere coperti dall’azienda stessa) per almeno due volte alla settimana, rilasciando un certificato se richiesto dal dipendente, e con obbligo di conservare i risultati per quattro settimane. Lo stesso obbligo viene disposto per i lavoratori autonomi che nell’esercizio della loro professione hanno contatti coi clienti (in questo caso la soglia è di almeno una volta la settimana). L’ordinanza stabilisce inoltre che debbano presentare un test negativo coloro che partecipano a riunioni con più di cinque persone, i clienti che intendono recarsi in negozi che fanno vendita al dettaglio o nei mercati, i visitatori di tutti gli istituti culturali della città. Il sito dei musei statali di Berlino si è subito aggiornato per dare conto della novità: e purtroppo, come ben spiegato nella pagina delle informazioni, non valgono gli autotest, ma contano solo i certificati di negatività rilasciati dalle strutture autorizzate a eseguire i test (viene infatti richiesto almeno il test antigenico rapido).

L’ordinanza è entrata in vigore il 31 marzo ma non sono mancate le critiche. Per la cultura, si tratta di regole ritenute rigide: “Perché”, si domanda Francesca Della Ventura, studiosa che vive e lavora in Germania, “danneggiare ulteriormente il mondo della cultura locale (il discorso può essere applicato in generale) richiedendo un test anticovid negativo realizzato nelle ventiquattro ore precedenti l’arrivo presso il museo o presso la biblioteca se le condizioni di contagio sono minime? Perché rendere ancora più complessa di quello che è la situazione del settore culturale dopo mesi di fermo? Perché continuare a danneggiare i lavoratori indipendenti in questo settore (guide, addetti alla sicurezza, personale che si dedica alle attività pedagogiche?”. Ma l’idea, almeno nelle prime fasi, si è rivelata comunque un flop, con il Berliner Zeitung, uno dei principali quotidiani della capitale, che parla di test che “hanno rovinato lo shopping dei berlinesi”: la prima giornata ha visto infatti i negozi e i centri commerciali vuoti (“ci sono più venditori che clienti”, scrive il quotidiano) e forte disorganizzazione, per esempio per il fatto che da alcune comunicazioni sembrava che nei punti nevralgici dello shopping dovessero esserci delle stazioni per fare i test, cosa che poi non si è verificata, provocando disagi. Inoltre, critiche per il fatto che l’ingresso alle attività di vendita al dettaglio è stata inspiegabilmente negata anche alle persone vaccinate. Senza contare i molti clienti che, non conoscendo la novità, sono stati respinti (l’obbligo di test infatti è stato introdotto anche per i negozi che vendono generi di prima necessità).

Ci sono poi critiche per gli alti costi dei test, che arrivano soprattutto dalle aziende, che devono sostenere degli aggravi importanti (si calcola che per una piccola impresa con dieci dipendenti il costo per sottoporre i dipendenti ai test si aggiri attorno ai duemila euro al mese): strali molto forti in questo senso sono arrivati dalla Camera di Commercio di Berlino. E critiche, ovviamente, per il disagio che la regola del tampone obbligatorio comporta: il Tagesspiel, per esempio, riferisce di cittadini che si lamentano perché se si ha bisogno urgente di andare a comperare qualcosa che serve in casa, la trafila è lunga e poco pratica. E poi, il provvedimento potrebbe aumentare le disparità: i centri commerciali potrebbero per esempio dotarsi di personale medico o di stazioni per i test all’entrata, cosa che però i piccoli negozi non possono permettersi, col risultato che rischierebbero di perdere clienti.

Infine, c’è anche chi pensa che gli stessi test servano a poco. La prima città in Germania a introdurre l’esperimento è stata Tubinga, che ha messo a disposizione dei cittadini alcune stazioni dove poter fare i test: al termine dell’attesa per i risultati dei test rapidi (20-30 minuti) si riceve una sorta di biglietto per poter andare nei negozi, nei musei, al ristorante. Ma, come riporta il quotidiano The Local, è la stessa cancelliera Angela Merkel ad aver detto “non so se test e shopping sia la risposta giusta a quello che sta accadendo”: a Tubinga, infatti, i contagi hanno fatto registrare una risalita nonostante l’obbligo dei test per fare praticamente qualsiasi cosa.

Anche in Austria si comincia a pensare all’introduzione dei test obbligatori, e sui giornali si stilano i pro e i contro. C’è per esempio che ritiene che i test siano comunque meno fastidiosi dell’obbligo di mascherina FFP2 o dei lockdown, e che possano consentire una rapida riapertura di tutte le attività. Chi è contrario invece punta l’indice contro gli alti costi dell’operazione e contro il fatto che il disagio potrebbe allontanare i clienti dalle attività (oltre a rappresentare un serio problema per chi ha necessità di qualcosa di urgente e in fretta) e i visitatori dai musei, dai teatri e dai luoghi della cultura. Il tema insomma continua a essere divisivo.

Foto: l’Alte Nationalgalerie di Berlino. Ph. Credit Manfred Brückels

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