“La BP sfrutta il British Museum per la sua immagine: il museo smetta di collaborarci”


Un gruppo di 90 professionisti della cultura ha scritto una lettera aperta al British Museum per chiedere all’istituto di terminare la collaborazione con la British Petroleum, che lo sponsorizza: si accusa la compagnia petrolifera di greenwashing e culturewashing. 

Un gruppo di più di novanta professionisti della cultura ha scritto una lettera aperta al British Museum per chiedere all’istituto di porre fine alla sua lunga collaborazione con la British Petroleum (BP), le cui attività vengono ritenute in contrasto con i valori umanistici del museo. L’iniziativa parte dall’archeologa francese Natasha Reynolds e si inserisce nel solco delle iniziative nei confronti della criticatissima sponsorizzazione che la compagnia petrolifera da anni accorda al museo.

La lettera comincia menzionando i problemi del cambiamento climatico che, si legge nella missiva, “minaccia la nostra sicurezza e il nostro benessere, aggraverà le disuguaglianze globali esistenti e pone rischi particolarmente catastrofici per i popoli indigeni. Siamo profondamente preoccupati da questa situazione e crediamo che dobbiamo tutti agire per ridurre il danno che è già stato causato dall’aumento delle temperature globali”. I firmatari dunque chiedono apertamente di “porre fine al tuo rapporto di sponsorizzazione con BP”. La transizione dai combustibili fossili, scrivono i professionisti della cultura, “è fondamentale se vogliamo evitare i peggiori esiti della crisi climatica nel prossimo secolo. Ciò richiede importanti cambiamenti economici e sociali che influenzeranno la redditività delle aziende dei combustibili fossili così come esistono oggi. Di recente, alcune aziende, tra cui BP, hanno annunciato l’ambizione di diventare aziende a ’emissioni zero entro il 2050’, cercando di creare l’impressione di potersi fidare di loro per gestire da sole la transizione energetica. BP continua a utilizzare sofisticate tecniche di pubbliche relazioni per gestire la propria immagine e scoraggiare il controllo delle proprie attività”.

“Riteniamo”, si legge ancora nella lettera, “che la continua sponsorizzazione da parte di BP del British Museum debba essere vista in questa luce, come parte di una strategia di gestione della reputazione. BP sta sfruttando lo status del British Museum come istituzione molto rispettata e l’amore del pubblico per i musei e il patrimonio, per associare il suo marchio a valori di alta cultura, arte, educazione, raffinatezza, ragione e conoscenza. Questi valori hanno un forte significato e fascino all’interno della nostra società e, soprattutto, tra i nostri decisori politici e civili. In realtà, la BP rimane un’enorme compagnia petrolifera e del gas, altamente specializzata nell’estrazione e nella lavorazione di combustibili fossili. I suoi investimenti in energia a basse emissioni di carbonio sono sminuiti dai 9 miliardi di dollari che sta investendo in combustibili fossili nel 2021. Diverse analisi hanno rilevato che i piani di BP non forniranno emissioni zero entro il 2050. I suoi obiettivi sono irraggiungibili senza un massiccio utilizzo di tecnologie di cattura del carbonio non comprovate. Sebbene molte riserve note di petrolio e gas debbano essere lasciate nel terreno se si vuole mantenere il riscaldamento globale entro il limite di 1,5 °C dell’accordo di Parigi sul clima, l’azienda sta continuando a cercare nuove fonti da sfruttare e prevede di continuare a trivellare nel 2050. I suoi piani di riduzione delle emissioni inoltre ignorano completamente la sua partecipazione del 20% in Rosneft, che rappresenta circa un terzo della produzione totale di petrolio e gas di BP. Rosneft si sta imbarcando in un progetto da 134 miliardi di dollari per trivellare nell’Artico, dove prevede di estrarre circa 6 miliardi di tonnellate di nuovo petrolio greggio”.

In breve, secondo i firmatari della lettera, “la BP ha contribuito attivamente e consapevolmente a promuovere il crollo climatico quando avevamo urgente bisogno di lavorare insieme per risolverlo. Gli impatti dannosi delle attività estrattive di BP sui popoli indigeni e sulle comunità in prima linea sono ben documentati. Questa è un’azienda le cui attività sono del tutto in contrasto con i valori della ricerca umanistica e dell’educazione. Siamo profondamente consapevoli che il settore dei musei e del patrimonio del Regno Unito ha sofferto molto dei tagli al sostegno finanziario nell’ultimo decennio e sta affrontando sfide senza precedenti a causa dell’attuale pandemia. Molti di noi lavorano a stretto contatto con i dipendenti del British Museum e li considerano amici personali e stimati colleghi. Sappiamo dal loro eccezionale lavoro che questi curatori e ricercatori meritano di essere adeguatamente finanziati. Tuttavia, non crediamo che BP offra una soluzione necessaria o sostenibile. Il contributo annuale di BP rappresenta una percentuale molto limitata del reddito complessivo del museo, stimato inferiore allo 0,5%, ed è stato descritto da un ex trustee come ’non irraggiungibile altrove’”.

La leadership del British Museum su questo tema, secondo la lettera, avrebbe conseguenze di vasta portata. “Rifiutare ulteriori sponsorizzazioni da BP”, secondo i firmatari, “invierebbe un forte segnale che le società di combustibili fossili, come le aziende del tabacco e delle armi, non sono più le benvenute nella vita culturale. Diminuendo la ’licenza sociale di operare’ di BP, aiuterebbe a sostenere la transizione della nostra società dall’abbandono dei combustibili fossili. Minerebbe gli sforzi della BP di deviare le critiche sulle sue attività attraverso la sponsorizzazione e dimostrerebbe alla BP che deve lavorare ancora più duramente per trasformare la sua attività se vuole trovare rispettabilità. Riteniamo che la fine di questo accordo di sponsorizzazione migliorerebbe anche l’immagine pubblica del Museo e, in particolare, rafforzerebbe la capacità del Museo di ispirare i bambini e i giovani, che sono molto consapevoli delle minacce poste dalla crisi climatica”.

In conclusione, i firmatari hanno ricordato come già altre importanti istituzioni culturali hanno terminato i loro accordi con BP: la Royal Shakespeare Company, le National Galleries of Scotland, la Tate e l’Edinburgh International Festival hanno infatti già chiuso le collaborazioni con l’azienda petrolifera. Inoltre anche il National Theatre, il British Film Institute, il Southbank Centre e l’Edinburgh Science Festival hanno rinunciato alle partnership con le compagnie di combustibili fossili. Il British Museum è dunque sempre più isolato, ma adesso, conclude la lettera, “ha una significativa opportunità per riaffermare un ruolo di primo piano nel suo campo assumendo un’importante posizione morale sulla sfida centrale di questo secolo e affermando che la promozione dei combustibili fossili non ha posto all’interno delle nostre grandi istituzioni culturali. Come colleghi e come amici, chiediamo rispettosamente a voi, Direttore e Trustees del British Museum, di fare tutto il necessario per porre fine all’associazione del Museo con BP e di impegnarvi pubblicamente a farlo il prima possibile”.

“La BP sfrutta il British Museum per la sua immagine: il museo smetta di collaborarci”
“La BP sfrutta il British Museum per la sua immagine: il museo smetta di collaborarci”


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