Le difficoltà attuali dell’arte italiana sono di tre tipi: in parte si inscrivono nelle difficoltà generali dell’arte contemporanea, segnata da una riduzione di interesse a livello globale; in parte sono connesse a problemi che il sistema italiano si trascina da anni; infine sono determinate dalla situazione geopolitica mondiale.
Quanto alle difficoltà dell’arte in generale, direi che si possono riassumere nell’aumento esponenziale degli strumenti dedicati alla creatività, soprattutto di natura digitale, e nel conseguente indebolimento dell’autorità del produttore classico. Ad essere in crisi è sempre più la figura stessa dell’artista, il cui ruolo viene progressivamente assorbito da una moltitudine creativa da cui emerge il personaggio dell’influencer. Per non parlare, poi, della più grande sfida attuale, quella dell’intelligenza artificiale, che rischia di soverchiare qualsiasi abilità umana, compreso quelle creative.
Le seconde difficoltà, quelle specificamente italiane, sono di diversa origine e natura. La quantità di eredità storica presente in Italia finisce per orientare tutti verso il passato. Se si dice “arte” in Polonia, in Svizzera o in Svezia, si pensa a Urs Fischer, Pawel Althamer o Andreas Eriksson; quando si dice “arte” in Italia, la gente pensa ancora solo a Raffaello o Michelangelo. Per la contemporaneità c’è poco spazio, mentale ed economico. Infatti, l’Italia ha introdotto solo di recente un sistema di sostegno all’arte contemporanea, l’Italian Council, nato anche grazie all’impegno del Forum dell’arte contemporanea italiana, che ha discusso, studiato e sostenuto questa causa. Uno strumento certo utile, poiché dà agli artisti almeno la possibilità di produrre progetti di un certo impegno, ma a cui è sempre mancata la “seconda gamba”. Serve a poco sostenere le spese di produzione per l’estero se poi si lascia ai singoli artisti o ai giovani curatori italiani il compito di trovare da soli le istituzioni dove esporre. Manca, in realtà, un organismo che favorisca la costruzione di relazioni: l’unico che possa davvero aiutare l’arte italiana a viaggiare. Servirebbe cioè una struttura che non solo distribuisca fondi, ma costruisca una rete di curatori e istituzioni internazionali, invitando direttori e curatori a conoscere gli artisti italiani. Basterebbe finanziare i viaggi e le visite in Italia dei curatori di importanti musei o di coloro appena nominati a capo di biennali e grandi mostre per ottenere subito risultati più concreti.
Un altro problema che caratterizza da sempre la gestione della cultura italiana è dato dalla storica mancanza di visione e dalla frammentazione degli Istituti Italiani di Cultura all’estero, che dipendono dalle scelte spesso soggettive dei loro direttori.
Esiste poi, se si vuole, anche un problema di comportamento più generale del mondo dell’arte italiano, la mancanza di una vera coesione del sistema, l’incapacità di fare corpo. E si sa bene che muovendosi in modo disarticolato si ottengono minori risultati.
C’è infine la terza serie di difficoltà, quelle legate alla situazione geopolitica generale. L’Italia conta sempre meno sul piano internazionale ed è sempre meno attraente sul piano culturale, almeno per quanto riguarda la produzione contemporanea. In un mondo così gravido di tensioni, diventano molto più rilevanti le questioni socio-politiche rispetto agli aspetti estetici in sé. Basti pensare all’incremento di attenzione che il mondo ha riservato all’arte ucraina allo scoppio della guerra. E su questo c’è ben poco da fare per invertire la rotta. In sostanza, a parte alcuni accorgimenti che potrebbero attenuarne gli effetti, non sembra esserci molto che possa davvero curare la malattia.
C’è però un altro elemento che mina l’arte italiana e la rende ininfluente. E questo, pur non potendo essere modificato dall’alto, potrebbe cambiare dal basso e incidere sulla sua presa e sul suo riconoscimento. Una quindicina di anni fa, sulle pagine di “Flash Art”, scrivevo un articolo molto critico in cui accusavo l’arte italiana di non nascere da un “profondo sentire”. Gli artisti, in gran parte, sembravano affrontare temi occasionali, pretestuosi. Non c’è arte se non c’è una ragione profonda che la generi, un malessere o un entusiasmo. Altrimenti l’arte diventa decorazione.
Non è cambiato molto in questi quindici anni. Anzi, la preminenza del mercato e la traduzione di tutto in economia hanno progressivamente trasformato l’arte in un prodotto qualsiasi. E molti delle ultime generazioni sembrano ormai assuefatti a questa condizione, senza alcuna spinta al cambiamento. Una piccola, fioca speranza viene da quei giovani che, nelle scuole e nelle piazze, hanno protestato per la Palestina. In Italia più che altrove. Chissà che non si riveli una generazione capace di riscoprire la necessità della ribellione, comprendendo che in un mondo appiattito – sia dalle armi che dalla tecnologia – dove il dissenso sembra scomparso, la vitalità si spegne. Ecco allora che l’arte potrebbe tornare a essere uno strumento fondamentale per sollevare dubbi, porre domande, aprire la strada a un futuro non standardizzato, in cui sia ancora possibile un’elaborazione autenticamente umana. Ma per fare questo, tocca proprio agli artisti rimboccarsi le maniche.
Questo contributo è stato pubblicato originariamente sul n. 28 della nostra rivista cartacea Finestre sull’Arte on paper, erroneamente in forma ridotta. Clicca qui per abbonarti.
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