I musei italiani, nonostante la buona volontà, sono ancora indietro sul digitale. Lo dice l'Istat


I musei italiani sono ancora indietro sul digitale. Ecco che cosa dice l’Istat a proposito del rapporto tra musei statali e web.

I musei statali italiani sono ancora troppo indietro sul digitale. È quanto emerge dalle rilevazioni dell’Istat pubblicate questa mattina: durante le settimane della chiusura forzata a causa delle misure di contenimento della pandemia di Covid-19 da coronavirus, i musei hanno inondato il web e i social con moltissimi contenuti digitali, ma si tratta di un terreno su cui i nostri musei segnano ancora il passo. “L’esperienza di lockdown vissuta dai primi di marzo, con la chiusura fisica di tutti i luoghi della cultura presenti sul territorio italiano”, rileva l’Istat, “ha messo in evidenza la necessità di attuare e sviluppare modalità alternative di valorizzazione e di fruizione del patrimonio culturale da parte del pubblico e di ripensare al contributo che le tecnologie digitali possono fornire”.

Fin qui, tutto bene: le istituzioni culturali hanno risposto in massa all’appello “io resto a casa, la cultura non si ferma” e hanno promosso numerose iniziative online per consentire ai cittadini di accedere in modalità via web al patrimonio culturale. Tuttavia, nota l’Istat, “il processo di digitalizzazione del patrimonio culturale e dei servizi erogati presenta ancora ampi margini di miglioramento nel nostro Paese”. Dai dati del censimento 2018, infatti, solo l’11,5% dei musei statali ha effettuato la catalogazione digitale del proprio patrimonio. Di questo 11,5%, il 20,8% ha completato il processo di digitalizzazione (quindi, a conti fatti, solo 2 musei statali su 100 hanno il catalogo completo disponibile in rete), il 43,4% ha messo online circa metà delle opere, e il 35% ha digitalizzato meno della metà delle proprie collezioni. Infine, solo il 6,1% mette il catalogo a disposizione degli utenti.

Va meglio per quanto riguarda la strumentazione digitale: il 43,7% dei musei statali ha un sito web, il 65,9% ha un account social, mentre solo il 9,8% offre la possibilità di una visita virtuale. Il divario regionale non è così marcato: sul territorio dei siti web dedicati, i risultati migliori sono quelli della Liguria, dove il 76,9% dei musei ha il proprio sito, la Lombardia (72%), il Veneto (62,5%) e la Sardegna (57,9%), e i peggiori sono Abruzzo (5,3%), Piemonte (25%), Molise (30,8%) e Marche (31,3%). La Liguria è la capofila anche sui social: tutti i musei liguri hanno infatti un account. Subito dopo troviamo il Veneto (93,8%), l’Umbria (92,3%), la Puglia (84,2%) e l’Emilia Romagna (75%), mentre chiudono la classifica ancora l’Abruzzo (42,1%), la Lombardia (52%) e la Toscana (53,6%).

La Lombardia e l’Abruzzo si riscattano però sui tour virtuali: il Veneto guida la classifica (37,5%), subito seguito da Abruzzo (31,6%) e Lombardia (24%), mentre il quarto posto ex-aequo è condiviso da Liguria e Umbria, entrambe con il 23,1%. Maglia nera per quattro regioni che non offrono neppure una visita virtuale: Basilicata, Calabria, Friuli-Venezia Giulia e Puglia. Certo, c’è da premettere che durante le settimane più acute della pandemia, molti musei si sono attrezzati e le percentuali (riferite al 2018) sono destinate a salire, soprattutto per quel che riguarda social e visite virtuali. Ma la buona volontà non basta: adesso servirà programmazione.

“Nell’imminente futuro”, conclude infatti l’Istat, “sarà necessario ripensare alcuni servizi e alcune attività solitamente offerte dalle strutture museali e cercare anche di ridurre l’eccessiva concentrazione del pubblico nelle stesse strutture, valorizzando anche le mete meno frequentate. Per ridistribuire il pubblico e ridurre il contatto fisico, nel rispetto delle misure di ‘distanziamento sociale’ emanate dalle autorità, potrebbe risultare utile, ad esempio, potenziare il servizio di biglietteria online, attualmente offerto da meno di quattro musei statali su dieci (23,5%), che permetterebbe ai cittadini di prenotare in remoto la visita nonché di razionalizzare e gestire in modo più efficiente i flussi. In prospettiva, nonostante l’allentamento delle restrizioni attualmente in vigore, è presumibile che saranno penalizzate soprattutto le attività ei servizi dei musei solitamente svolti onsite e che implicano una presenza fisica collettiva del pubblico: tra questi, gli spettacoli dal vivo e le iniziative culturali, organizzati dal 70,7% dei musei statali, e i convegni e/o seminari ospitati nei propri spazi da oltre la metà (56,7%) di queste strutture. Anche le attività formative, i corsi e i progetti educativi per ragazzi e adulti svolti dal 58% dei musei statali, che nel 2018 hanno coinvolto più di un milione di utenti, potrebbero subire forti limitazioni a causa delle misure di contenimento del virus”.

I musei italiani, nonostante la buona volontà, sono ancora indietro sul digitale. Lo dice l'Istat
I musei italiani, nonostante la buona volontà, sono ancora indietro sul digitale. Lo dice l'Istat


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