I lavoratori esternalizzati della cultura manifestano a Roma: “Basta abusi, riformare il settore”


Si è tenuta questa mattina alle 12 un'importante manifestazione dei lavoratori esternalizzati della cultura, direttamente davanti alla sede del Ministero della Cultura, a Roma. La piazza chiede di fermare gli abusi e di riformare il settore.

Lavoratori e lavoratrici della cultura stamattina in piazza a Roma per protestare contro le condizioni del lavoro esternalizzato direttamente di fronte alla sede del Ministero della Cultura, in via del Collegio Romano. La manifestazione è stata organizzata dall’associazione Mi Riconosci e ha ricevuto le adesioni di diverse sigle: UCLAS, UILPA, COBAS Lavoro Privato, USB Cultura e Spettacolo, e le Federazioni Giovani Democratici di Roma, Lazio, Marche, Trentino, Venezia, Padova, Emilia-Romagna, Toscana, oltre a tante cittadine e cittadini.

Alla manifestazione hanno partecipato lavoratori da tutta Italia e attivi presso diverse strutture (musei, biblioteche, parchi archeologici), ognuno con una diversa storia di sfruttamento e di abusi. Da Taranto, dove operatori museali hanno perso il lavoro dopo vent’anni, sostituiti da un’app, e poi ancora da Ostia Antica, dove non è stato bandito l’appalto per bookshop e biglietteria, e dodici lavoratori hanno perso il posto, da Palazzo Barberini a Roma, dove per i lavoratori esterni vengono denunciate condizioni contrattuali sempre più svantaggiose e paghe orarie sempre più bassa, nonostante la presenza di tali lavoratori e lavoratrici sia indispensabil, e poi ancora da Pompei, dove a fronte di un continuo aumento degli incassi fino al 2019, decine di lavoratori esternalizzati hanno visto i loro compensi fermi a 7 euro l’ora. Tutto questo aggravato dal crollo del turismo, che ha imposto peggiori orari, meno benefit, meno prospettive, e dunque un crollo dei diritti per i lavoratori ma anche un crollo della qualità del servizio per i cittadini.

I manifestanti hanno scandito slogan come “Basta esternalizzazioni” e “Dario scendi”, mentre distribuivano volantini che raccontavano storie di lavoratori culturali. Un gruppo di manifestanti ha disegnato lo slogan principale della manifestazione (“Senza cultura nessun futuro”) su uno striscione esposto davanti al Ministero. Dopo aver richiesto più volte di essere ricevuti dalla dirigenza ministeriale, una delegazione di due attiviste ha incontrato il Capo di Gabinetto, Lorenzo Casini. “Per l’ennesima volta abbiamo chiesto un incontro al Ministro Franceschini, perché crediamo che riformare il sistema culturale italiano, superando la logica del turismo di massa e dello sfruttamento economico, per costruire un Sistema Culturale Nazionale che offra invece servizi di qualità ai cittadini e per i cittadini, sia l’unica alternativa possibile per evitare un collasso culturale e sociale. Superare l’attuale sistema delle esternalizzazioni, garantendo lavoro dignitoso, appare urgente e necessario”, concludono i promotori della manifestazione. Gli organizzatori garantiscono che questa sarà solo la prima di una serie di mobilitazioni che caratterizzeranno l’estate dei lavoratori dei beni culturali. 

Un momento della manifestazione
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Un momento della manifestazione
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Un momento della manifestazione
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Un momento della manifestazione
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Le dichiarazioni

“Come lavoratrici e lavoratori dei ben culturali siamo arrabbiati e frustrati, la situazione è sempre più insostenibile, abbiamo colleghi che rischiano lo sfratto o che hanno dovuto cambiare lavoro dopo vent’anni”, dichiara Eleonora Fossi dell’associazione Mi Riconosci, “ma nonostante tutto ciò sia evidente e noto da tempo, nonostante le proposte di riforma non siamo mai mancate, il Ministero in questi mesi ha deciso di non ascoltare la voce di questi lavoratori preferendo trincerarsi nella conservazione di un sistema basato su profitti per pochi e sfruttamento e danni per molti. Per questo siamo qui”.

“Oggi, davanti al Ministero della Cultura”, afferma Daniela Pietrangelo di Mi Riconosci, “noi professionisti e professioniste del settore culturale, o aspiranti tali, riuniti dall’associazione Mi Riconosci, abbiamo deciso di manifestare accogliendo la richiesta di lavoratori e lavoratrici esternalizzate e sfruttate da tutta Italia. Il Ministero in questi 15 mesi dall’inizio del primo lockdown, in cui sono esplose tutte le contraddizioni di un settore culturale mal organizzato e mal gestito da decenni, ha deciso di non prestare ascolto alle tante analisi e proposte prodotte da noi lavoratori, preferendo distribuire sussidi a pioggia a tutti i soggetti andati in crisi con questi mesi di crollo del turismo, puntando a ottenere la cristallizzazione del sistema precedente in cerca di una ripartenza che senza una riforma strutturale non potrà mai esserci. Le storie dei lavoratori in piazza oggi testimoniano quanto questa ricetta si sia già rivelata fallimentare, per il Patrimonio, per chi vi lavora, per il sistema Paese tutto”.

“A seguito del cambio di appalto a tutti i lavoratori, i quali avevano applicato il CCNL Federculture”, dice Enzo Miccoli delegato rsa USB alla Reggia di Venaria, “sono stati azzerati tutti i diritti e applicato il multiservizi dell’azienda CoopCulture. Scendiamo in piazza perché i lavoratori dei musei devono ribellarsi ad una situazione di sfruttamento e precarietà che va avanti da anni e su cui si fonda il modello cultura delle nostre classi dirigenti. Appalti e subappalti sono il problema, salario minimo per legge e internalizzazioni la soluzione”.

“È evidente di come sia una questione di giustizia sociale e di rispetto dei dettami costituzionali, anche in considerazione dell’atavica carenza di personale certificata dallo stesso Consiglio Superiore dei Beni Culturali”, afferma Luigi Napolitano, COBAS lavoro privato, lavoratore a Pompei. “Nel 2020 sono state previste 500 assunzioni tramite i centri per l’impiego tra i disoccupati di lungo corso con il titolo di studio della licenza media, cioè un reclutamento di nuovo personale che svolgerà le stesse mansioni che da oltre venti anni vengono svolte da lavoratori di società private in appalto che evidentemente hanno già una certa esperienza lavorativa e professionale specifica. Ebbene, questa pluriennale esperienza lavorativa non viene loro riconosciuta e non è mai stata presa minimamente in considerazione nei concorsi pubblici e neanche dai centri per l’impiego. Rivendichiamo l’internalizzazione come soluzione definitiva al regime di precarietà così come fanno da anni anche associazioni culturali, movimenti, comitati, addetti ai lavori e altre sigle sindacali di base”.

“All’interno della grave crisi occupazionale che attanaglia il nostro paese”, dichiara Federico Trastulli di UILPA beni culturali, “si nasconde, come in una matrioska, quello del precariato. Soprattutto giovanile. Da questo punto di vista il settore culturale non fa eccezione. E se è pur vero che nell’opinione collettiva qualcosa comincia a cambiare e che le regole per i concorsi che dovrebbero dare nuova linfa al Pubblico Impiego hanno visto una semplificazione importante, è altrettanto vero che i tempi di reclutamento sono sempre troppo lunghi (anche per colpa di condizioni esterne, indubbiamente) e mal si coniugano con la fretta disperata che abbiamo di assumere personale nuovo, qualificato, possibilmente giovane. Ecco che quindi la manifestazione di oggi si pone in linea con un sentimento di comune solidarietà nei confronti delle migliaia di precari contrattualizzati della PA e delle centinaia di operatrici e operatori impiegati nei siti culturali del nostro Ministero, personale ormai esperto perché in servizio da decenni ma con salari indecenti e scarse prospettive di stabilizzazione. Solidarietà che, però, deve tradursi in azioni concrete. Concorsi seri, a cadenze regolari e che tengano conto delle pregresse esperienze maturate. L’amministrazione pubblica potrebbe cominciare dall’utilizzare la legge Madia per regolarizzare i precari e pianificare selezioni mirate a rimpinguare un organico nazionale che ha raggiunto il 50% di depauperamento. La strada ci sembra tracciata: sicuramente è impervia ma vale la pena percorrerla. La UILPA è disponibile a prendersi la sua parte di responsabilità e di impegno”.

“Dal maggio del 2002”, racconta Chiara, lavoratrice dei musei di Roma da vent’anni, “ho lavorato e lavoro per tre dei più importanti musei statali di Roma. Mi occupavo e mi occupo di accoglienza e vigilanza. Nonostante la mia crescita e ormai comprovata esperienza e formazione datami dal Ministero stesso, non ho mai avuto contratti che durassero più di 4 mesi e ho cambiato circa 13 aziende. Nonostante l’apparente continuità mi posso ritenere una precaria ’datata’. Il problema non sono i luoghi, le strutture nelle quali lavoriamo: la mia denuncia è sul sistema che è sbagliato. Per anni non sono stati fatti i concorsi, per anni sono stati svuotati i musei e siamo stati usati noi che presto o tardi saremo lasciati a casa. Non fossilizziamoci sulle strutture, quindi, è marcio il sistema ed è questo che il nostro Ministero deve cambiare”.

“Io ed i miei colleghi”, racconta invece Matteo, ex operatore ad Ostia Antica, “siamo stati licenziati perché la gara di appalto non è stata istituita. Per vent’anni abbiamo lavorato tra bar, biglietteria e bookshop. Con una manifestazione di interesse è subentrata una nuova cooperativa (CoopCulture) e non ha disposto né della riapertura del bar, né del bookshop e soprattutto non ha assorbito nessun dipendente della vecchia cooperativa. Ci siamo ritrovati così senza lavoro, mentre il sito si è trovato con meno servizi. Questo è accaduto a noi ma anche in tante altre realtà italiane, in particolare dopo il lockdown del 2020”. 


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