Vogliono vendere il Colosseo... ma in formato digitale. Proposta per fare l'NFT del monumento


Un gruppo di entusiasti delle tecnologie digitali vuole vendere il Colosseo: per fortuna però solo in formato digitale. La proposta è quella di creare un Colosseo in versione NFT e venderlo sul mercato per finanziare la conservazione dei beni culturali. Come hanno già fatto gli Uffizi.

No, non siamo in un film di Totò: un gruppo composto dal conduttore Alex Braga, dall’artista Federico Clapis, dall’editore Andrea Colamedici, dall’imprenditrice Serena Tabacchi e dal deputato Alessandro Fusacchia del Gruppo Misto vuole davvero vendere il Colosseo. Per fortuna solo in formato NFT: lo scopo è dunque quello di “tradurre” il Colosseo in un modello digitale, “tokenizzarlo” (e dunque trasformarlo in un NFT) per renderlo un bene unico e di valore, e poi venderlo sul mercato. Un’operazione simile a quella che gli Uffizi hanno fatto la scorsa primavera, quando hanno trasformato in NFT il Tondo Doni e l’hanno venduto ricavandoci ben 70mila euro.

L’NFT (acronimo di NON-Fungible Token) è un codice crittografato che contiene diverse informazioni sull’opera, rilasciate unicamente col file originale. Acquistando un NFT, il compratore si assicura un bene unico di cui potrà poi disporre come vorrà. Basti pensare che la terza opera d’arte più pagata di sempre per un artista vivente in un’asta è proprio un NFT, ovvero Everydays - The First 5000 Days, dell’artista digitale Beeple, venduto a marzo da Christie’s per 69 milioni di dollari. Il gruppo che vuole digitalizzare il Colosseo intende fare la stessa cosa: vendere il monumento in versione “informatica” sul mercato digitale, per poi eventualmente destinare l’incasso alla conservazione del patrimonio. E l’operazione potrebbe essere replicabile su larga scala.

“Negli ultimi mesi”, spiegano i cinque promotori dell’iniziativa, “è esploso il fenomeno dei cosiddetti Non Fungible Tokens (NFT), vale a dire la possibilità grazie alla tokenizzazione (blockchain) di certificare l’autenticità di un file digitale”. L’NFT “tutelerà il proprietario contro i falsi, e l’opera si potrà anche frazionare, ricombinare, trasformare in un’altra opera d’arte, per farne un nuovo NFT a sua volta da vendere, acquistare, collezionare. Scopriamo così che quel digitale che sembrava togliere senso alle cose può anche creare nuovo valore senza minimamente intaccare quello pre-esistente. Offrendo possibilità sterminate alla nostra creatività, ci permette di fare più arte, più cultura”.

“Ce lo immaginiamo”, si domanda il gruppo, “tutto quello che un Paese con la nostra arte, col nostro patrimonio, con la nostra cultura potrebbe fare se intercettasse e guidasse tutto ciò che è in fermento grazie all’avanguardia tecnologica, se si desse un quadro di norme e regole adeguate alla produzione di nuova cultura, all’ibridazione tra arte del passato e nuovi artisti, tra patrimonio fisico e arti digitali? Noi la riassumiamo così: dall’Italia delle teche all’Italia della techne. [...] Oggi siamo ancora solo all’inizio di una nuova èra, ma come sempre è accaduto in passato, l’arte ci sta suggerendo una strada di ciò che potrebbe aspettarci, e noi scorgiamo concerti ibridi e immersivi che ridanno luce alle emozioni degli artisti e dei fan generando incassi inaspettati per una filiera in ginocchio; scorgiamo lezioni di storia online che vendono decine di migliaia di biglietti; scorgiamo l’accesso da remoto a siti archeologici da visitare mentre veniamo riportati indietro nel tempo; scorgiamo file digitali che se ieri erano indistinguibili da qualsiasi selfie oggi acquistano valore artistico ed economico grazie agli NFT; scorgiamo le tele della pittura italiana riprodotte su schermo ed esposte nei musei di tutto il mondo. La scorgiamo, questa nuova offerta, e soprattutto scorgiamo una nuova domanda di arte e cultura, più diffusa, più accessibile. Più democratica”.

“Con un NFT un file digitale”, concludono i promotori, “può acquistare nuovo senso. Con gli NFT e tanti altri nuovi ricorsi al digitale, saremmo in grado oggi di valorizzare il patrimonio artistico italiano, senza spostarlo di un centimetro, senza clausole vessatorie imposte da chissà quale sceicco, e aumentando l’esperienza del reale con l’emozione digitale. Abbiamo appena iniziato a farlo, ma adesso serve una grande spinta. Degli artisti, dei collezionisti, dei ricercatori, degli imprenditori e degli investitori, di chi guida e lavora nelle istituzioni pubbliche. Adesso serve una grande proposta, che faccia anche questa il giro del mondo ma senza farci correre alcun rischio. Una proposta che attiri l’attenzione di tutti gli italiani e dei tanti occhi accesi all’estero. Usiamo l’icona più potente di cui disponiamo per rendere credibile la nostra determinazione nel voler tornare ad essere guida in quello che nei secoli abbiamo saputo fare meglio: produrre bellezza, e incanto. Facciamo del gemello digitale del Colosseo l’inizio di una nuova storia economica e culturale”.

L’Italia, dunque, potrebbe a loro avviso diventare un leader internazionale sul mercato degli NFT. Certo, c’è anche l’altra faccia della medaglia, ovvero gli NFT hanno dei costi ambientali altissimi, perché per produrli servono computer dotati di elevatissima potenza di calcolo, e che consumano molta energia (una transazione autenticata sul mercato degli NFT produce a oggi 20 kg di Co2, contro, per dare un’idea, i 36 grammi di Co2 necessari per guardare un’ora di video su Netflix). Il gruppo è consapevole dei tanti problemi legati agli NFT: come rendere sostenibile la tecnologia blockchain, ma anche come si pagheranno le tasse sulle transazioni, tema su cui peraltro l’Agenzia delle Entrate è già stata sollecitata. Avviare un dibattito su questi temi è comunque possibile fin da subito.

Vogliono vendere il Colosseo... ma in formato digitale. Proposta per fare l'NFT del monumento
Vogliono vendere il Colosseo... ma in formato digitale. Proposta per fare l'NFT del monumento


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