Washington, il Museum of the Bible restituisce all'Egitto 5.000 oggetti antichi


A Washington il discusso Museum of the Bible è costretto a restituire all’Egitto circa 5.000 oggetti, provenienti da scavi illegali. Non si tratta di una prima volta per l’istituto americano.

Il Museum of the Bible, ovvero il Museo della Bibbia di Washington, ha restituito all’Egitto circa 5.000 oggetti antichi a seguito di una vicenda che è durata alcuni anni, almeno dal 2016, data di apertura del museo dedicato al testo sacro di ebraismo e cristianesimo: il governo egiziano riteneva infatti che gli oggetti della collezione egizia del museo fossero di provenienza illecita, in quanto messe sul mercato da scavi illegali. Si tratta di oggetti di grande valore: ci sono papiri con testi in greco e in copto, manoscritti di preghiere, frammenti di sarcofagi, statue di pietra, alcuni ritratti. Il materiale adesso raggiungerà il Museo copto del Cairo, l’istituto che raccoglie la più importante e vasta collezione di arte copta esistente al mondo.

Per il Museum of the Bible, aperto per esporre al pubblico la cospicua collezione dell’imprenditore Steve Green, non si tratta della prima repatriation: già nel 2017, infatti, l’istituto era stato costretto a restituire diversi oggetti all’Iraq e allo stesso Egitto, sempre perché di provenienza illegale. E ancora, nel 2020 l’istituto americano si è visto costretto a riconoscere che i suoi 16 frammenti dei “manoscritti del mar Morto”, acquistati tra il 2009 e il 2014, erano in realtà dei falsi realizzati in epoca moderna. L’odierna restituzione è dunque un’ulteriore grana che si aggiunge alla storia di un museo dalle vicende travagliate fin dalla sua apertura, anche perché il collezionismo della famiglia Green almeno agli inizi non ha mai avuto una particolare attenzione nei riguardi della provenienza degli oggetti: di conseguenza sono sorte numerose controversie sulla collezione (nel 2017 l’azienda della famiglia Green, la Hobby Lobby, ha patteggiato una sanzione da 3 milioni di dollari per risolvere un procedimento legale che la vedeva accusata di aver importato negli Stati Uniti alcune tavole in cuneiforme uscite illegamente da Israele attraverso gli Emirati Arabi: le opere poi sono state ovviamente restituite).

Insomma, i metodi collezionistici di Steve Green appaiono quanto meno dubbi: l’imprenditore, che è anche presidente del consiglio d’amministrazione del Museum of the Bible, è comunque intervenuto con una sua nota per chiarire quello che sta accadendo attorno alla collezione. “Nel marzo del 2020”, scrive Green, “ho annunciato che i curatori del Museum of the Bible avevano indagato, con pazienza e scrupolo, la provenienza delle migliaia di oggetti nella collezione dei manoscritti biblici e delle opere d’arte che ho cominciato ad acquisire nel 2009. Ho anche annunciato che la ricerca aveva rivelato che diverse migliaia di oggetti sono originari dell’Iraq e dell’Egitto, ma che per essi non ci sono sufficienti informazioni affidabili in merito alla provenienza, e che pertanto questi oggetti sarebbero tornati nei paesi d’origine”. Green ha ricordato poi che nel maggio del 2020 sono stati restituiti all’Iraq 8.106 oggetti di terracotta, e circa 5.000 frammenti di papiri e di altri oggetti all’Egitto: a giugno, gli oggetti sono stati quindi trasferiti in magazzini specializzati per preparare il trasferimento.

Nei mesi successivi, ha fatto sapere Green, il museo ha continuato le discussioni, cominciate nel 2017, con le autorità irachene ed egiziane, per “stabilire relazioni mutuamente vantaggiose con l’Iraq Museum di Baghdad e con il Museo copto del Cairo. Le discussioni hanno riguardato programmi di assistenza tecnica, potenziali prestiti, e mostre che ci permetteranno di saperne di più sulla storia culturale di ciascun paese. Durante le discussioni con le autorità irachene, abbiamo appreso che 3.800 oggetti che il governo statunitense ha restituito dalla nostra collezione all’Iraq nel maggio del 2018 erano ancora in deposito presso l’ambasciata irachena di Washington. Ci siamo offerti per coordinare e pagare il trasporto di questi oggetti, insieme agli 8.106 oggetti di terracotta che dovranno essere restituiti all’Iraq Museum di Baghdad. Abbiamo fatto un’offerta simile all’egitto”.

Quanto ai 5.000 oggetti di cui si parla in questi giorni, Green ha dichiarato che il museo li ha affidati al governo statunitense col fine di trasferirli in un deposito attrezzato per preparare la restituizione all’Egitto. E, afferma Green, “abbiamo appreso che il governo statunitense li ha ora consegnati alle autorità egiziane”. Infine, il 27 gennaio è cominciato il trasferimento degli 8.106 oggetti di terracotta all’Iraq Museum.

Green, che aveva già ammesso i propri errori lo scorso anno in un’intervista col Wall Street Journal (“so poco sul mondo del collezionismo”, aveva dichiarato, “e le critiche al museo a causa dei miei errori sono giustificate), si è detto disposto a collaborare per continuare a ”preservare e celebrare le ricche storie culturali di questi paesi e di tanti altri".

Nella foto: il Museum of the Bible di Washington

Washington, il Museum of the Bible restituisce all'Egitto 5.000 oggetti antichi
Washington, il Museum of the Bible restituisce all'Egitto 5.000 oggetti antichi


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