Volano parole grosse tra Montanari e Daverio attorno al caso del Burri di Giulia Crespi


Pesante scontro, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, tra lo storico dell’arte Tomaso Montanari e il critico e personaggio televisivo Philippe Daverio sulla vicenda della vendita del Grande legno e rosso di Alberto Burri (Città di Castello, 1915 - Nizza, 1995), realizzato dal grande artista umbro tra il 1957 e il 1959 e di proprietà di Giulia Maria Crespi, fondatrice e presidente onoraria del Fai - Fondo Ambiente Italiano. Crespi, in particolare, ha presentato (in maniera del tutto legittima) l’opera all’Ufficio esportazione della soprintendenza di Venezia, che avrebbe dato il via libera all’uscita dell’opera dal territorio italiano: il Grande legno e rosso, a meno di risvolti clamorosi, sarà dunque venduto in asta da Phillips a New York il 15 novembre con una stima tra i 10 e i 15 milioni di dollari, un record per Burri. L’opera è infatti di grande importanza, è esemplificativa dello stile di Burri alla fine degli anni Cinquanta e dalla sua creazione a oggi è stata esposta soltanto una volta: nel 2015 alla retrospettiva su Burri organizzata dal Guggenheim Museum di New York.

Per Montanari, l’uscita del Grande legno e rosso, resa possibile dalla riforma sull’esportazione dei beni culturali (che ha aumentato da 50 a 70 anni la soglia per la valutazione da parte della Soprintendenza ai fini del rilascio dell’attestato di libera circolazione), è una sorta di affronto al paese: “com’è possibile che un simile capolavoro”, si è domandato sulle colonne de Il Fatto Quotidiano, “abbia varcato i confini patrii senza che il ministero per i Beni culturali abbia mosso un dito? Il responsabile ha un nome e un cognome: Dario Franceschini. L’ultimo ‘regalo’ di quest’ultimo al patrimonio culturale italiano è stata la legge 124 del 2 agosto 2017, scritta letteralmente sotto dettatura della lobby dei mercanti d’arte”. Lo storico dell’arte fiorentino non lesina commenti sull’operazione: “Il Mibac, ora guidato da Alberto Bonisoli, sta studiando il modo di chiudere la falla, ma nel frattempo qualcuno si è precipitato ad approfittare di una tutela in ginocchio. Si era messo nel conto che l’avrebbero fatto mercanti senza scrupoli, collezionisti venali e palazzinari che usano i quadri per ripulire i loro sporchi denari. Ma davvero nessuno avrebbe potuto prevedere che il danno più serio l’avrebbe fatto la fondatrice e presidente onoraria del Fai, la signora Giulia Maria Crespi. Per cinquant’anni quel grande Burri ha infatti accolto, sullo scalone monumentale, i visitatori di Casa Crespi, in corso Venezia a Milano: dove coronava una collezione sceltissima, che annovera tra l’altro i due celeberrimi, monumentali Canaletto. Non si riesce a credere che questa pugnalata al patrimonio culturale della Nazione sia stata inferta da chi ha fondato, e ancora presiede, un’associazione che ha lo scopo di ‘tutelare e valorizzare il patrimonio d’arte e natura italiano, educare e sensibilizzare la collettività, vigilare e intervenire sul territorio’. [...] Avendo deciso di vendere il Burri (cosa triste, ma perfettamente legittima), la signora Crespi avrebbe potuto (ed, essendo lei, dovuto) rivolgersi a viso aperto al ministero per i Beni culturali, accettando la possibilità di un diniego e lasciando allo Stato la possibilità di acquistarlo. Invece si è scelta la via dell’alienazione all’estero, per massimizzare il profitto senza alcuno scrupolo culturale e morale: l’opera è stata esportata senza dichiarare esplicitamente il nesso storico con la famiglia Crespi.”

A rispondere a Montanari, sempre su Il Fatto Quotidiano, è stato Philippe Daverio, che ha utilizzato parole di fuoco contro lo studioso. “L’articolo di Montanari apparso sul Fatto Quotidiano circa la vendita in atto del quadro di Burri che Giulia Maria Crespi teneva appeso nell’androne di casa”, ha scritto il critico, “è eticamente repellente e moralmente ridicolo: eticamente perché il giornalista si è fatto fornire da un funzionario del Ministero gli atti relativi ad una esportazione privata legittima in barba ad ogni criterio di privacy (ci si augura che il Ministro provveda), moralmente perché usa parametri di ‘nazionalità’ che non avrebbe digerito neppure il mascellone di Predappio. Tutto si può dire di Giulia Maria Crespi se non che non sia sempre stata persona che agli interessi dei beni culturali italiani abbia dedicato la vita e spesso il proprio danaro, sia nelle battaglie personali che nell’avere promosso, finanziato e sostenuto il Fondo Ambiente Italiano. Che abbia poi deciso di vendere, forse per finanziare ulteriormente il suo impegno, un’opera d’arte contemporanea da lei acquistata a poco e oggi di valore alto, non solo è il suo diritto ma pure forse la gioiosa verifica del proprio intuito nell’avere individuato in Alberto Burri un talento emergente quando il resto della borghesia italiana era ottuso e acquistava opere altrettanto opache. Sarebbe bello ci fosse ancora oggi nella classe abbiente emergente italiana la medesima capacità di intuire le arti che saliranno alla gloria del palcoscenico mondiale! Vendere oggi a milioni di euro, di sterline o di dollari le opere della nostra contemporaneità non depriva il patrimonio nazionale, visto che di Burri c’è un intero museo a Città di Castello, ma contribuisce invece a ristabilire un onore nazionale che viene quotidianamente avvilito dalla stupidità che regna sovrana, purtroppo anche sulla carta stampata”.

Ed è arrivata oggi la controreplica di Tomaso Montanari, che sullo stesso quotidiano si rivolge direttamente a Daverio: “In che veste scrive Daverio? Gli insulti con cui mi investe vietano di pensare che lo faccia come portavoce o valvassino della signora Crespi. Forse allora come mercante, quale ha tentato di essere, aprendo gallerie a Milano e a New York (tutte gestite così bene da indurlo a cambiar mestiere). Sì, non c’è dubbio: egli scrive da mercante, giacché le sue argomentazioni (culturalmente risibili) sono quelle tipiche del mantra dei commercianti che, da secoli, vorrebbero le mani libere”. Montanari quindi cita esempi di mercanti “colti e civili”, come Marco Boschini che nella Venezia del Seicento “riconosceva che, senza il freno posto al mercato dalla pubblica autorità, a Venezia non sarebbe rimasto un solo quadro”, e ribadisce, dopo aver dichiarato di aver avuto accesso agli atti grazie al decreto legislativo del 2013 sull’accesso civico, che “l’esportazione del Burri, fino a un anno fa, sarebbe stata illegale”, e che “ora è lecita solo grazie a uno strappo grave, che (se il Movimento 5 Stelle sarà coerente con le sue lotte passate) tra breve sarà sanato”. Non manca poi un’ulteriore considerazione su Giulia Crespi: “che del varco approfitti una personalità come quella di Giulia Maria Crespi è una notizia clamorosa. Che le modalità siano quelle furbesche e sleali verso gli organi di tutela, che ho descritto, a me pare gravissimo. Insomma, bisogna decidersi: non si può voler essere canonizzati in vita per meriti verso il patrimonio, e poi farsi bellamente gli affari propri. O si è davvero per la tutela, o si è per le mani libere su patrimonio e territorio”.

Nell’immagine, da sinistra: Tomaso Montanari e Philippe Daverio

Volano parole grosse tra Montanari e Daverio attorno al caso del Burri di Giulia Crespi
Volano parole grosse tra Montanari e Daverio attorno al caso del Burri di Giulia Crespi

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