“Dobbiamo saper gestire la nostra bellezza”. Intervista all'arcivescovo di Firenze Betori


Una lunga ed esclusiva intervista all’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori: si parla del rapporto tra arte e fede, del sacro nell’arte contemporanea, e di come viene gestita oggi l’arte anche tenendo conto del fatto che i capolavori del passato sono spesso opere sacre.

Una lunga ed esclusiva intervista all’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori, su diversi temi. Si comincia parlando del rapporto tra arte e fede: oggi siamo in grado di riconoscere il fatto che tanti capolavori sono opere sacre? L’arte contemporanea è ancora in grado di esprimersi nel sacro? Il patrimonio artistico sacro viene adeguatamente valorizzato? Ma c’è anche spazio per temi riguardanti la gestione: per esempio, c’è un gran dibattere sull’uso delle case nei centri storici che vedono i residenti andarsene in periferia e lasciare a reddito la casa in centro affittandola ai turisti. Si rischia lo stravolgimento urbanistico e sociale con il proliferare di appartamenti ad uso turistico (e il conseguente mutare di servizi e negozi in centro)? Di tutti questi argomenti si parla in questa intervista.

Cardinale Giuseppe Betori
Cardinale Giuseppe Betori

AL. Cosa pensa che possa essere determinante per far scattare nell’uomo quel desiderio di bello e di vero che lo ha spinto nei millenni a rappresentare il suo rispetto e la sua gratitudine ai propri dèi creando altari e simulacri che fossero preziosi e belli? Il bello è lo splendore del vero si direbbe...

GB. L’unità fra vero, bello, e bene è nella tradizione classica come pure nella tradizione del pensiero cristiano. Siamo convinti che dentro al cuore di ogni uomo sia insito il desiderio di tutte e tre queste dimensioni della realtà; in fondo è una ricerca della pienezza della vita. Occorre per questo ripulire la coscienza dell’uomo da tutti gli orpelli che su di esso deposita una cultura dell’effimero, della provvisorietà, reagire al pensiero “liquido”, come ha insegnato Zygmunt Bauman. È necessario per l’uomo ritrovare il fondamento, e quindi del vero, del bene e del bello. Sono certo che nell’esistenza di ciascuno si pone prima o poi l’interrogativo se una vita piena si compia nel passare da un’esperienza all’altra o nell’ancorarla piuttosto a qualcosa di vero e di grande.

Per adorare il proprio dio, l’uomo ha sempre deciso di erigere qualcosa che potesse protendere all’infinito: un bisogno antropologico dell’uomo, mai sazio, che quasi ha messo in concorrenza l’un con l’altro artista. E si potrebbe dire che il Cristianesimo ha generato un patrimonio numericamente e qualitativamente rilevantissimo nei secoli. Quanto secondo Lei l’arte può essere veicolo di evangelizzazione?

L’arte è sicuramente uno strumento di evangelizzazione, ma mi preme sottolineare che lo è in modo particolare per l’esperienza cristiana, perché quella cristiana non è un’esperienza spirituale indefinita, ma l’esperienza di un Dio che si fa carne. Questo fa sì che la rappresentazione visiva del mistero presente negli uomini, nei fatti della storia appartenga al nucleo stesso della fede e non sia semplicemente un’aggiunta per dare maggiore convincimento alle realtà di fede. Nei secoli, attraverso l’arte promossa dalla Chiesa, è stata illustrata la meraviglia del creato, dell’uomo fatto ad immagine di Dio e poi il dono del suo Figlio per noi, la sua morte e la sua resurrezione che ci hanno redento. Per fare un solo esempio, basta vedere come Giotto negli affreschi in Santa Croce abbia narrato il legame e il rapporto con Cristo nella vita di San Francesco, per capire come senza l’arte che dà l’immagine del reale noi avremmo un cristianesimo fuori dalla storia.

E quanto lo può essere oggi dove l’arte sacra si è ridotta e i giovani hanno altri canoni di interesse?

Il problema non è la riduzione dell’arte sacra da un punto di vista qualitativo, o quantitativo: è che oggi è più difficile individuare il sacro nell’arte, perché l’arte, in genere e sacra, non si muove secondo canoni definiti e quindi riconoscibili. Nei secoli passati gli artisti operavano, ciascuno con la propria originalità, nell’ambito di canoni precisi; questo nell’arte bizantina, nel gotico italiano o nell’arte rinascimentale. Oggi l’arte rifiuta di proporsi secondo modelli, per cui è più difficile leggere le opere, anche quelle dell’arte sacra. Allo stesso tempo, come dicevamo all’inizio, credo che la spiritualità, la tensione verso l’infinito sia insita nell’uomo e vada oltre una specifica motivazione religiosa. Penso ad esempio che ci sia una grande sacralità anche nei tagli di Lucio Fontana, dove si può ben leggere un’aspirazione all’infinito. Ma anche nell’ambito del sacro non mancano espressioni che utilizzano le forme della contemporaneità ed esprimono un chiaro messaggio di fede. Personalmente ho seguito l’elaborazione della Via Crucis di Mimmo Paladino, per una chiesa di cui mi sono occupato, e ho sperimentato che anche un’artista contemporaneo è capace di dire il sacro con intensità. Ma senza canoni condivisi oggi è difficile identificare il sacro nell’arte. Lo si sperimenta anche nel Lezionario liturgico della Chiesa italiana, dove la molteplicità dei linguaggi diventa ragione di frammentarietà. Nel nostro tempo non esiste più un alfabeto comune, e questo non solo nell’arte; di conseguenza si compongono delle parole che non sono poi immediatamente comprensibili a tutti.

È venuta meno anche una vena artistica? E questo forse è segno di una fede meno viva? Mi spiego, le chiese moderne spesso sono anonime, o peggio solo dei luoghi meramente “funzionali” a una gestione ordinata di un assembramento di persone, perdendo di vista lo scopo del perché ci si riunisce. Lei che ne pensa?

Che le chiese siano funzionali non è un fattore negativo: proprio perché la chiesa è fatta per accogliere un’assemblea, c’è bisogno di spazi che esprimano la dimensione della comunione che riunisce l’assemblea stessa e quindi si prestino, siano funzionali a tale scopo. Più che una prevalenza della funzionalità sulla spiritualità, il problema nasce piuttosto dalla povertà dei segni di non poche chiese contemporanee, mentre ci sono invece delle chiese significative che trasmettono messaggi molto precisi. Posso riferirmi ad esempio a Firenze alla chiesa dell’Autostrada progettata da Giovanni Michelucci, dove si prega, la comunità può riunirsi in assemblea, e al tempo stesso le linee indicano una dimensione trascendente molto percepibile. Di bellezza risplende la cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp. Trovo significative anche le chiese di Mario Botta e scorgo un legame profondo tra fede e luce nella chiesa di Massimiliano Fuksas. Credo che la povertà di molte chiese dipenda dalla mancanza di dialogo fra architetti e committenti, si vuole dall’architetto un’opera, ma per renderla aderente al mistero occorre un lavoro preparatorio, quello che un tempo si sviluppava nel dialogo molto intenso fra teologi, uomini di cultura e artisti. Riallacciare questo dialogo è stato uno degli obiettivi di san Paolo VI, ripreso da san Giovanni Paolo II e poi da papa Benedetto XVI, e non manca questo interesse anche da parte di papa Francesco. Per quanto riguarda l’architettura, la CEI, per questo motivo ha incrementato i concorsi per la scelta dei progetti delle nuove chiese. E secondo le indicazioni della CEI, nella nostra diocesi, per la costruzione di un nuovo complesso parrocchiale, siamo partiti da un intenso lavoro di ascolto della popolazione, proprio per recepire il sentire della comunità dei fedeli.

Spesso chiese e musei diocesani hanno opere che potrebbero essere valorizzate meglio in termini di conoscenza da parte dei fedeli e anche come fonte di rendita, sempre utile per aiutare i bisognosi. Quanto si scontra l’idea del fare ‘parrocchiale’ (nell’accezione negativa comune del termine che sta per una cosa fatta alla buona) rispetto ad una gestione manageriale delle opere d’arte?

Dobbiamo stare attenti a non separare le opere dal contesto in cui sono state pensate e per il quale sono state volute, occorre salvaguardarne per quanto è possibile la collocazione originaria, e naturalmente a quel punto la comunità si deve far carico non solo della tutela e della custodia, ma anche della valorizzazione delle opere. La nostra diocesi è impegnata da anni su questo versante: c’è un ufficio di curia che si chiama “Catechesi attraverso l’arte” proprio per fare emergere i contenuti di fede del nostro patrimonio artistico, e vengono formate delle persone che sono in grado poi di trasmetterli nelle parrocchie di appartenenza. Esiste inoltre anche una rete di piccoli musei territoriali che cercano di valorizzare le opere che non è più possibile custodire in una chiesa senza metterle a rischio di furto o deterioramento; per questi piccoli musei vorremmo fare un altro passo avanti, creando fra di essi una rete. Non da ultimo abbiamo un’eccellenza che è il Museo dell’Opera del Duomo che ha saputo esaltare sia dal punto di vista estetico, sia dal punto di vista contenutistico la storia della nostra Cattedrale attraverso il suo grande patrimonio che è stato appunto musealizzato. L’apprezzamento che raccoglie tra i visitatori rivela che lo scopo di trasmettere un messaggio di fede attraverso il patrimonio della storia è stato realizzato.

Ci sono città, anche in Toscana, dove manifestazioni secolari dal carattere marcatamente religioso sono diventate quasi soltanto eventi folkloristici. Penso per esempio allo Scoppio del Carro nel giorno di Pasqua. Secondo Lei perché è avvenuta questa trasformazione?

Che la gioia della Pasqua risuoni anche in un momento di festa ci deve rallegrare; non ci deve intimorire tutto ciò che nasce da un gesto liturgico e rende presente a tutti l’evento della salvezza. L’errore sarebbe escludere, dimenticare la radice fondante di questo rito che da secoli caratterizza Firenze nel mondo per questa sua modalità unica di celebrare la Pasqua, di festeggiare il Signore Risorto. Per questo si è anzitutto rivista la struttura liturgica, riformata per recuperare ed evidenziare il legame originario fra la Veglia pasquale e lo Scoppio del Carro la Domenica di Pasqua. In un continuum il fuoco acceso con le tre pietre del Santo Sepolcro nella notte del sabato santo, una volta benedetto accende il cero pasquale, e con la fiamma di questo la mattina seguente in Cattedrale, al canto del Gloria, l’Arcivescovo incendia un razzo a forma di colomba che percorre tutta la navata e innesca lo scoppio del carro in piazza, così il fuoco torna ad essere la luce di Cristo che illumina tutta la città.

Queste città attraenti per le loro opere d’arte prima di tutto nate dal cristianesimo stanno perdendo il senso per cui sono state fatte quelle opere? Cosa stanno diventando se non dei musei a cielo aperto?

È indubitabile che se abbiamo ricevuto in dono questa bellezza non la possiamo tenere nascosta: è stata fatta per tutti e dobbiamo saperla gestire. Il problema sta nel trovare forme di fruizione che siano educative e non si limitino a cogliere in modo superficiale solo il bello estetico, senza minimamente comprenderlo. Non possiamo arrenderci al fatto che quando si entra in un museo e si vede una donna con un bambino, non si capisca che quella è la Madre del Figlio di Dio che sta sulle sue ginocchia; questo accade perché manca l’alfabeto della fede. L’idea di fare catechesi attraverso l’arte potrebbe essere un’occasione per far ricostituire questo alfabeto. Occorre un incontro fra la Chiesa e coloro che hanno la gestione sia civile, politica, economica, e sociale di questo patrimonio per il bene di tutti, è facile comprendere che se viene privata della sua identità di fede, alla fine una bellezza vuota non attrarrà più nessuno.

È giusto secondo Lei limitare la libertà di impresa per evitare lo snaturamento di un insieme di cose che chiamiamo edifici che in relazione alle azioni delle persone che le frequentano determinano quella che è una comunità e una popolazione? Cristo è morto in croce anche per la libertà dell’uomo. Eppure per fermare lo snaturamento delle nostre città non sembra esserci altro che mettere un freno.

La libertà di Cristo è altra cosa dal liberismo economico, inoltre credo che la società debba darsi delle regole per pensare un futuro per se stessa, e fra le regole ci deve essere quella della compatibilità: non possiamo superare i limiti che poi distruggono l’habitat naturale dell’uomo. Se non c’è più una città, non c’è neanche più voglia e motivo di visitarla, e una città esiste non perché ci sono delle pietre, ma perché ci sono delle persone. Se paradossalmente smettiamo di curare le nostre chiese, perché non ci sono più le comunità a frequentarle, e le chiese crollano, cosa verranno a vedere i turisti? È Interesse per loro stessi che ci sia una comunità che li accoglie, ed è interesse della comunità creare possibilità ai visitatori di essere accolti. Non si può dividere il mondo in due, ma credo che il tema della compatibilità di qualsiasi progetto, e della condivisione di diversi interessi, sia assolutamente necessaria. I limiti sono fondamentali per garantire la sopravvivenza di qualsiasi organismo, da quello della persona umana a quello della società.


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