Rolli Days: come far capire il valore del patrimonio per le nostre vite. Parla Giacomo Montanari


I Rolli Days sono una manifestazione che da anni porta il pubblico nelle sale dei palazzi storici di Genova: quale il segreto del successo di un evento fondato su divulgazione e riconoscimento del lavoro culturale? Ne parliamo col curatore scientifico, Giacomo Montanari.

I Rolli Days di Genova, la manifestazione che due volte l’anno (in primavera e in autunno) apre per due giorni al pubblico le porte dei principali palazzi storici di Genova, patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco (con eventi speciali, aperture straordinarie di siti normalmente non accessibili, visite guidate con giovani divulgatori scientifici formati a livello professionale), è un evento che riscontra sempre più successo, e che si è reinventato dopo la pandemia ripensandosi sia online che offline aggiungendo un ulteriore capitolo alla sua storia (la prima edizione risale al 2009). Quali sono i segreti del successo di questo evento? Perché è percepito da tutti (pubblico e addetti ai lavori) come una manifestazione di grande qualità? Per quali ragioni può essere un modello e un punto di riferimento per la valorizzazione del lavoro culturale? Può essere un’esperienza replicabile altrove? Di tutti questi temi abbiamo parlato con Giacomo Montanari, storico dell’arte e, dal 2017, curatore scientifico dei Rolli Days. L’intervista è a cura di Federico Giannini, direttore responsabile di Finestre sull’Arte.

Giacomo Montanari
Giacomo Montanari

FG. Nonostante le difficoltà dovute alla pandemia, l’edizione di primavera 2021 dei Rolli Days si è regolarmente tenuta sia in presenza che in digitale e ha avuto anche un ottimo riscontro di pubblico, malgrado i musei avessero aperto pochi giorni prima. Qual è il bilancio?

GM. L’edizione di maggio è andata molto bene. Il dato che trovo più interessante è che in questa edizione problematica (per via di tutte le normative anti-Covid, per il fatto d’essere tornati in presenza dopo che c’era stata una chiusura lunga più di sei mesi e con i musei che avevano riaperto il weekend prima, quindi in qualche modo era tutta una sperimentazione) siamo riusciti in tutta sicurezza a portare nei Palazzi dei Rolli più di 20.000 persone, e questa è la dimostrazione lampante di come, progettando con cura un evento, sia possibile riuscire a ottenere risultati anche in una situazione emergenziale o comunque ancora potenzialmente problematica. Forse, pensando alla situazione generale, sarebbe stato opportuno progettare piuttosto che chiudere in maniera asettica i luoghi della cultura: noi, per esempio, abbiamo rispettato regole e norme molto rigide, peraltro integrando in maniera studiata le disposizioni di ogni sito aperto, pubblico e privato, in un protocollo generale, tenendo conto delle singole istanze di ciascun luogo. È stato un lavoro molto complicato, ma che ha dato ottimi frutti: le persone, infatti, sapevano cosa dovevano fare; si presentavano secondo le regole, agli orari stabiliti; entravano nei numeri predeterminati eliminando qualsiasi problema gestionale, verificatosi invece nelle edizioni più “libere” del passato. Questa agilità gestionale non è stata rilevata, però, solo da parte degli organizzatori: devo dire che la gran parte degli utenti ha ribadito queste considerazioni, rilevando una massima facilità di accesso alle prenotazioni e ai siti stessi. Più la regola è chiara, più le persone sono portate a rispettarla. Se invece la regola è confusionaria, contraddittoria, non univoca, allora si possono creare dei misunderstading potenzialmente molto problematici da gestire. Il secondo dato fondamentale è quello dell’utenza, ovvero chi è venuto a questi Rolli Days. Fino al 2019 avevamo una utenza collocata per la maggior parte nella fascia tra i 45 e i 65 anni: di solito a questi eventi culturali partecipano persone che hanno una certa cultura o anche una certa abitudine all’utilizzo del tempo libero per la partecipazione a questo tipo di eventi e di conseguenza sono loro i principali fruitori. In questa edizione abbiamo avuto il 52% di utenti under 35, e questo secondo me è un dato che rasenta l’incredibile. Un risultato che non esito a definire clamoroso, e che (credo) che vada a offuscare qualsiasi altro dato che io possa dare al momento, perché significa che di questi 20.000 ingressi, oltre 10.000 sono stati ingressi di persone sotto i 35 anni, una fascia tradizionalmente ritenuta più distante dagli eventi di matrice culturale. Mi sono seriamente chiesto il perché di questi numeri sui giovani e la risposta che mi sono dato riguarda l’altra faccia dell’evento: è da un anno e mezzo che lavoriamo molto sulla promozione digitale di qualità. Forse al successo tra i giovani ha contribuito una modalità di promozione più vicina alla fascia tra i 18 e i 35 anni che non a quella tra i 45 e i 65 (che forse reperiscono le informazioni più con canali tradizionali): probabilmente i più giovani, trovandosi i Palazzi dei Rolli raccontati con giovani (e preparati) divulgatori scientifici attraverso i canali YouTube, sui social network, sempre mantenendo alta l’asticella della qualità dei contenuti, con immagini di ottimo livello e attraverso dei video costruiti per essere narrativi e comunque basati su evidenze scientifiche, hanno pensato di andare a vedere dal vivo proprio quei palazzi durante quel weekend. Penso che esista una correlazione tra questi elementi, cioè sull’utilizzo dei sistemi digitali come “megafono” dell’evento culturale e allo stesso tempo sul mantenimento, nei contenuti digitali, di quella parte qualitativa molto alta che fa sì che i Rolli Days siano un evento capace di soddisfare profondamente pubblici molto diversi tra loro. Con questo non voglio dire che sia un evento “perfetto”. Come tutte le proposte è profondamente migliorabile, con tante criticità, anche su quello che viene detto dai divulgatori scientifici, perché è un evento che porta con sè una forte valenza didattica. Per ogni edizione dei Rolli Days, infatti, noi facciamo una formazione ad hoc, correlata all’inserimento lavorativo per giovani professionisti, e questo significa tante volte sperimentare soluzioni e, a volte, dover correggere il tiro. Lavoriamo, come tutti, per poterci porre in maniera migliore la volta successiva.

Intervengo sul tema del digitale perché se ne parla sempre più spesso: che indicazioni avete tratto dal lavoro che avete fatto sul digitale e come intendete utilizzarle per continuare in futuro a lavorare sull’integrazione tra online e offline (e ovviamente come lo avete fatto per questa edizione)?

Le indicazioni sono di due tipi: la prima è quella quantitativa (la più semplice da registrare) che indica che i prodotti digitali arrivano a una quantità di persone impossibile da coinvolgere live sui singoli eventi: se io ho un milione di visualizzazioni dei prodotti digitali, non posso pensare di portare a Genova un milione di persone in un weekend. Credo che questo sia abbastanza evidente. Quindi, di fatto, il pubblico si allarga: il digitale ha un’utenza assai ampia e questo rappresenta un vantaggio che va tenuto presente. Il secondo dato è quello relativo alla necessaria progettazione di prodotti diversi, adeguati ai diversi canali attivati. Andare a lavorare sui diversi profili dei canali social, come Instagram, Facebook, YouTube, implica una diversificazione più studiata dei contenuti. Quello che è emerso dai nostri dati è che alcuni prodotti funzionano meglio in alcune circostanze su alcuni canali: una considerazione forse ovvia, sento già la voce dei lettori che mormora “ci potevi pensare prima”… per le iniziative legate ai Palazzi dei Rolli, però, si tratta di tante “prime volte” e quindi anche questi dati basici, per il futuro, sono comunque sperimentazioni importanti. Quello che vogliamo fare per il futuro è ottimizzare quest’impegno, forse anche rarefare la quantità e aumentare la qualità, anche quella percepita in relazione al canale su cui si va a parlare. Credo, infatti, che si tratti anzitutto di un fatto di linguaggi: io posso dire una cosa bellissima, ma se adotto una lingua che non viene capita e se nel momento in cui la dico risulta aliena per il mio uditorio, è quasi inutile che io la comunichi. È chiaro che sui social si deve parlare con un linguaggio differente, con un tone of voice che sia misurato nel contesto in cui vado a interloquire, e questo è un procedimento che vogliamo ancora più approfondire nel futuro. Quello su cui non si derogherà mai sarà l’aspetto dell’origine dei contenuti, cioè la ricerca scientifica che diventa poi linguaggio declinabile sotto diversi profili e con diverse sfaccettature, tenuto conto dei diversi pubblici. Sicuramente la realizzazione di contenuti digitali, quanto alla convivenza tra le due modalità, non rimarrà alieno dall’evento live: ci piacerebbe cioè sperimentare la tecnologia anche sul posto. Quindi, ad esempio, con delle esperienze di realtà aumentata o di ricostruzione grazie ad installazioni tecnologiche di ambienti che magari sono andati perduti nel tempo. E questo perché queste narrazioni, in alcuni luoghi, permettono di fare dei salti di qualità, di palesare il trascorrere del tempo in situazioni di territorio o di patrimonio che hanno subito delle variazioni effettivamente molto significative e che davanti al pubblico è impossibile ricostruire in altra maniera che non sia attraverso l’ausilio delle tecnologie. Questo è anche un aspetto che vogliamo provare a mettere in campo, lavorandoci però con tutte le cautele del caso.

Pubblico all'edizione primavera 2021 dei Rolli Days (Palazzo Bianco). © Stefano Bucciero
Pubblico all’edizione primavera 2021 dei Rolli Days (Palazzo Bianco). © Stefano Bucciero


Pubblico all'edizione primavera 2021 dei Rolli Days (Palazzo Interiano Pallavicino). © Stefano Bucciero
Pubblico all’edizione primavera 2021 dei Rolli Days (Palazzo Interiano Pallavicino). © Stefano Bucciero

Abbiamo sfiorato uno degli elementi che sono alla base del successo dei Rolli Days, ovvero la qualità scientifica della divulgazione e della narrazione, su cui vorrei tornare tra poco: prima vorrei approfondire proprio il tema del successo della manifestazione, perché è evidente che siano diversi gli elementi che hanno garantito anche negli anni precedenti al Covid la buona riuscita dell’evento (con anche punte di centomila partecipanti), e che l’hanno garantita anche quest’anno. Quali sono questi elementi?

Ci sono diversi fattori che contribuiscono anche a creare una formula efficace. Uno di questi è il rapporto stretto di collaborazione tra gli enti: a Genova il Comune propone una manifestazione di valorizzazione del patrimonio Unesco che discende direttamente da quello che il piano di gestione del sito prevede, parla con l’Università, parla con la Fondazione Palazzo Ducale, parla con la Soprintendenza e in qualche modo mette a sistema le risorse che permettono di avere un evento davvero completo, in cui realmente si partecipa a promuovere il patrimonio nel vero senso del termine. “Promuovere” non nel senso di mettere a punto una risorsa vendibile, ma promuovere nel senso di far capire ai cittadini (non solo genovesi) il valore che questi oggetti e che questo patrimonio ha per le loro vite, per la città e per il territorio. Si tratta di una partecipazione che non è solista, ma è corale. Questo è un punto di partenza fondamentale: troppo spesso si ragiona in termini di corsa solitaria di qualcuno a promuovere se stesso. Credo che oggi l’Italia abbia bisogno di fare un grande e compatto fronte comune, all’interno del quale gli enti che si occupano di cultura propongano i benchmark, cioè segnino i livelli su cui si deve ragionare. Dopodiché ci si confronta e si propone quello che è lo standard qualitativo su cui bisogna lavorare. Altrimenti si rischia di avere tanti battitori liberi che agiscono in maniera completamente slegata l’uno dall’altro, e questo può creare una serie di problemi , in particolare relativi alla percezione del pubblico. È importante che proprio in un evento culturale, o anche di turismo culturale (se volete) che è un termine di cui si deve smettere di avere paura, la partecipazione dell’Università sia una carta importante, giocata con la consapevolezza che per raccontare il patrimonio bisogna prima di tutto conoscerlo. La conoscenza è il valore base condiviso per cui è possibile narrare una storia. Oggi si parla tanto di narrazione, ma le narrazioni hanno i contenuti alle fondamenta, se i contenuti non ci sono allora il racconto che faccio non potrà essere che vuoto. Un racconto vuoto è destinato a fallire, determinando la perdita di fiducia da parte del pubblico e di quelli che desideravo coinvolgere. Il secondo punto che discende direttamente da questo in realtà è il coinvolgimento dei giovani. Il risultato del 52% di under 35 che vengono a vedere questi beni in presenza, secondo me, deriva anche dal fatto che qui la cultura la propongono i giovani per i giovani. E i giovani divulgatori scientifici non sono volontari, non sono personaggi che fanno parte di associazioni o simili, ma sono i giovani che studiano o che hanno studiato materie umanistiche (beni culturali, architettura, lingue, scienze del turismo e così via), che vengono formati, che hanno superato una selezione per svolgere questo ruolo, dopodiché con questa formazione “raccontano” il patrimonio al pubblico. Questo secondo me (al netto del fatto che non tutti sono bravi uguali e che facendo sbagliamo) permette di vivere l’ingresso nei Palazzi dei Rolli secondo una modalità che dovrebbe essere acquisita come necessaria in tutti i siti culturali d’Italia. La necessità, cioè, che un patrimonio complesso, come quello italiano, sia raccontato da professionisti che seguono percorsi formativi in continuo divenire e che sono il prodotto migliore delle nostre Università, dove le scienze umane troppo spesso sono viste come “ancelle” delle altre discipline. Abbiamo un sistema di musei e di beni monumentali in Italia che è uno dei più ampi del mondo, sicuramente uno di quelli più capillarmente diffusi sul territorio, e abbiamo uno dei sistemi di cooptazione di personale competente e professionalizzato più chiusi e vetusti del globo. I giovani, anche nei ruoli più basilari, come quello della divulgazione scientifica del patrimonio, difficilmente possono accedere. E allora io mi domando se il coinvolgimento dei giovani nel racconto del patrimonio culturale possa essere la risorsa in grado di trasformare un patrimonio spesso meraviglioso e unico, ma molto spesso anche abbandonato e poco percepito dai cittadini stessi come risorsa, in un protagonista della conoscenza del territorio italiano. Penso non solo che sia possibile, ma che sia la strada da battere. Però gli enti devono capire che questo percorso virtuoso, che parte dalla ricerca, arriva alla didattica e finisce nella divulgazione, va costituito come sistema e non come realtà episodica. Perché (diciamocelo) non possono essere i quattro giorni all’anno di Rolli Days a garantire la stabilità a questi giovani professionisti. Si tratta di una scelta di campo che va fatta proprio a livello ministeriale e che deve abbracciare tutto il territorio nazionale.

Il divulgatore scientifico dei Rolli Days è, anche secondo me, un altro dei fattori di successo manifestazione, dato che chi visita i palazzi ha la certezza di incontrare giovani professionisti in grado di raccontarli con grande competenza, e di non imbattersi in volontari. Qual è il profilo tipico di questi giovani lavoratori?

Intanto premetto che, con un po’ di dispiacere, è stato necessario porre anche un tetto anagrafico per il ruolo di Divulgatore Scientifico, perché, pur dolendomi di tagliare fuori incolpevoli e bravi professionisti, penso che questo ruolo meglio si adatti a qualcuno che si trova in un early stage career, cioè un momento iniziale della propria formazione professionale. Questo è un punto di partenza. Poi come profilo sicuramente deve essere legato a un percorso universitario. Sotto il profilo delle discipline non abbiamo mai voluto essere stringenti proprio perché ritengo che un sito monumentale complesso come quello dei Rolli abbia la possibilità di essere narrato sotto diverse prospettive. Così come l’architetto e lo storico dell’arte possono arricchire il modo di raccontare grazie alla propria competenza, così chi ha studiato lingue e letterature straniere è spesso una risorsa preziosa perché in grado di aprire al dialogo col turismo straniero, un’utenza che (prima di questi anni sfortunati) era uno dei fattori di crescita, e così via. Quello del divulgatore scientifico è comunque un profilo che ha a che fare con l’approccio alle scienze umane. Questo significa che il divulgatore scientifico non è sempre uno specialista di storia dell’arte, anche perché raccontare questi palazzi (e questo discende direttamente dalla motivazione che l’Unesco diede per la tutela a bene Patrimonio dell’Umanità di questo Sito) non vuol dire soltanto raccontare le opere d’arte. L’Unesco identifica questi siti come una presenza fisica della società genovese tra il Cinque e il Seicento, una società che seppe determinare in Europa una stagione nuova per lo sviluppo della finanza che seppe riflettere in nuove forme di edilizia urbana, di collezionismo e di produzione culturale. Allora privilegiare l’aspetto meramente artistico ha senso? Io credo di no: le cose più interessanti sul sistema dei Rolli, da storico dell’arte, le ho imparate dagli storici dell’economia, che hanno saputo identificare le condizioni economico-finanziarie che rendevano possibili le straordinarie committenze artistiche in quel dato momento e non in altri; così come i colleghi architetti sono in grado di raccontare le eccezionalità rilevate da Rubens in questi palazzi, tanto da farli assurgere a modello abitativo per l’aristocrazia europea. Io penso che davvero si parli di scienze umane, ovvero di quelle discipline che permettono, come metodologia applicativa, di poter leggere in maniera corretta la complessità stratificata di questi luoghi. Stiamo lavorando in questi giorni al nuovo bando per allargare questa short list di idonei da cui poi si ricavano i divulgatori chiamati per i diversi eventi, ma il dato sul profilo rimarrà invariato: siamo dunque aperti verso tutte le cosiddette humanities, un settore secondo me che anche nelle università italiane continua a formare eccellenze mondiali.

C’è un altro aspetto su cui mi piacerebbe intervenire e sul quale i Rolli Days secondo me sono un esempio perfetto, ovvero la capacità di inquadrare il discorso sulla divulgazione in un ambito in cui l’università ha un ruolo preminente. Secondo me in Italia abbiamo avuto, e in parte ancora abbiamo, un grosso problema, ovvero il fatto che l’accademia abbia sempre dimostrato un po’ di ritrosia nei confronti della divulgazione e questa cosa secondo me ha fatto e continua a provocare danni veramente ingenti. Quali sono i limiti che, in questo ambito, dovremmo superare?

Per prima cosa, ho la speranza che questa criticità (cioè l’accademia che si tira indietro di fronte alla divulgazione) si stia risolvendo. L’Università di Genova, ad esempio, ha un Prorettore alla terza missione (cioè alla dissemination, la divulgazione scientifica), Fabrizio Benente, che è un archeologo e questo mi fa molto piacere: intanto perché c’è un umanista che si occupa di queste cose e poi perché c’è una governance che ha voluto scegliere un delegato specifico in questo ambito. Non so come sia la situazione negli altri atenei italiani ma penso che avere qualcuno che ha come mission lavorare su questo tema sia la strada giusta. Ad ogni modo, secondo me effettivamente gli ostacoli oggi sono ancora tanti. Una delle problematiche più frequenti è relativa alla percezione della divulgazione scientifica: ostracizzata dagli ambiti ufficiali degli enti che fanno ricerca e didattica, questa rischia di finire nelle mani di persone spesso non qualificate che contribuiscono a scavare un profondo solco tra la ricerca e la condivisione della ricerca stessa. Significa che troppo spesso assistiamo, anche in sedi ufficiali, alla presenza di persone che non hanno nessuna qualifica per affrontare argomenti di cui parlano e che poi in realtà vengono non solo tenute presenti, ma anche chiamate a essere riferimento da una serie di stakeholder di tutto rispetto, compresi chi organizza mostre, fondazioni culturali e così via. Questo sembra mostrare che la divulgazione scientifica sia un impegno in cui qualunque semplice appassionato possa diventare un opinion leader. Certo, ognuno può fare quel che ritiene e se ha successo meglio per lui. Il reale problema è che, quando a “lavarsene le mani” e tenersi distanti da questi sistemi sono gli enti preposti, in un mondo sempre più globalizzato dal punto di vista dell’informazione e dove internet ha reso accessibili le informazioni in maniera massiva a chiunque senza alcun filtro, le persone che non hanno formazione o un sistema critico per capire quando un intervento è buono o invece è mal fatto o addirittura distorto, non sono in grado di distinguere. Credo, allora, che sia giunto il momento per gli Enti che si occupano di cultura di prendersi delle responsabilità, in maniera seria e con consapevolezza. La prima responsabilità da prendersi è quella di fornire alle persone dei modi di formarsi una propria visione critica del patrimonio. E quindi costruire attraverso la divulgazione non una versione ufficiale (altrimenti sembra di voler mettere il bollino sulla cultura, cosa che nessuno ha intenzione di fare), ma dei prodotti qualitativamente elevati in cui il racconto del patrimonio e della ricerca scientifica che sul patrimonio viene fatta emergano da un percorso chiaro, serio, completo e trasparente. Poi ognuno sarà sempre libero di dire quello che gli pare, ma almeno esisterà, da parte degli enti che di questo hanno fatto la loro missione e di questo sono incaricati anche dallo Stato (perché l’Università e i Musei, ad esempio, hanno un mandato ben preciso), un racconto, una narrazione, una storia, un confronto con il pubblico certificati da quella che è la metodologia scientifica. Non dimentichiamo che quando parliamo di scienze non parliamo solo di scienze dure, matematiche o simili ma di tutto ciò che viene affrontato con una metodologia scientifica dalle varie discipline, anche quelle umanistiche. La storia dell’arte, per esempio, ha un metodo scientifico: non è una scienza esatta, non è matematizzabile, ma ha un metodo di ricerca che non può essere disatteso, e che quando viene disatteso crea delle enormi problematiche perché sembra di confrontarsi con una disciplina totalmente arbitraria. Le discipline umanistiche hanno dei metodi scientifici, e se non li si usa si fanno dei danni, anche seri, alla conoscenza e alla comprensione del pubblico relativamente al comparto culturale. Credo che, alla luce di queste considerazioni, oggi il grande gap da colmare sia quello dell’assunzione di responsabilità, da parte di chi si occupa professionalmente delle discipline (di ogni genere, e in particolare di quelle umanistiche), di raccontare con chiarezza, e trovando i linguaggi più adeguati per arrivare al pubblico, quello che è il loro lavoro di ricerca, e che si intraprenda questo percorso con l’umiltà non di voler correggere o redarguire, ma con la volontà di offrire un confronto diretto con le persone, un dialogo costruttivo e di mettere a disposizione strumenti più che soluzioni al pubblico che s’incontra. Credo che sia questo oggi l’obiettivo forte: una divulgazione scientifica votata a divenire una “cassetta per gli attrezzi” per rendere i cittadini primi conoscitori, tutori e narratori dei nostri beni culturali.

Palazzo Balbi Senarega. Foto di Laura Guida
Palazzo Balbi Senarega. Foto di Laura Guida


Palazzo Giovanni Battista Spinola
Palazzo Giovanni Battista Spinola


Museo di Palazzo Reale, Galleria degli Specchi. Foto Comune di Genova
Museo di Palazzo Reale, Galleria degli Specchi. Foto Comune di Genova

A proposito del tema del lavoro che abbiamo toccato, ci troviamo in un momento storico in cui il lavoro nella cultura non è che sia trattato proprio così bene (e questa non è una sensazione, ma sono i dati che lo certificano), e abbiamo visto anche come durante l’anno della pandemia gli indicatori sul lavoro culturale siano peraltro peggiorati. I Rolli Days sono ho una manifestazione che mira al riconoscimento dell’importanza del lavoro culturale. E in un paese in cui sembra che il riconoscimento del lavoro culturale stenti ancora un po’ a decollare (e lo vediamo anche da tanti episodi recenti e recentissimi, anche degli ultimi giorni), i Rolli Days che cosa possono dire alla cultura?

Allora intanto bisogna essere realisti: col lavoro di quattro o otto giorni all’anno non si risolvono i problemi, ma si lanciano semmai dei segnali di una modalità di lavoro che offre rispetto nei confronti delle professionalità legate alla cultura. Segnali che vengono dati da enti come il Comune di Genova e dall’Università, che hanno scelto una linea molto chiara, e cioè che il volontariato, per quanto sia un’attività dignitosissima, non può sostituire le professionalità specifiche. In nessun campo. Io ritengo che i Rolli Days possano essere un esempio virtuoso: nell’evento, per esempio, hanno sempre avuto spazio le guide turistiche abilitate e i divulgatori scientifici (che non sono la stessa cosa né lo devono essere, proprio perché c’è posto per tutti gli operatori qualificati nel campo culturale): il problema è cominciare ad agire con regole che ci aiutino a convivere in maniera più corretta, perché se da un lato, ovviamente, i Rolli dànno un contributo, pagano e retribuiscono questi giovani, è chiaro che questi giovani non possono basarsi sulla collaborazione episodica con i Rolli Days per fare di questo il proprio lavoro. Dall’altra parte la presenza molto significativa di questi ragazzi è stata una delle chiavi del successo, e allora mi domando come sia possibile che tanti che si riempiono la bocca e spesso anche le tasche con il concetto di valorizzare, restituire, restaurare e riproporre il patrimonio culturale ai cittadini non si rendano conto che avere a disposizione veri professionisti retribuiti, rispettati e messi sotto contratto è un valore aggiunto che può far decollare sia la loro prospettiva nei confronti della promozione sia quello che possiamo volgarmente chiamare sfruttamento di ciò che può derivare dalla bontà di questi eventi. Mi lascia sempre un certo amaro in bocca vedere istituzioni pubbliche che tentano di risparmiare sul personale. Le persone qualificate che lavorano nella promozione sono quelle che garantiscono la comprensibilità del patrimonio e la percezione del valore (la valorizzazione) dello stesso. Il coinvolgimento dei giovani divulgatori scientifici dei Rolli Days può essere un esempio, una buona pratica, una best practice, che può essere presa a riferimento come un modello scalabile per selezionare, formare, retribuire i giovani professionisti delle humanities. È chiaro che non è una soluzione, che non risolve il problema di un settore sempre più in difficoltà, però certamente credo, come diceva Pasolini, che siano lucciole che brillano nel buio e che dimostrano in qualche modo che è possibile ragionare in questi termini e che se è possibile per un evento episodico, può esserlo a maggior ragione anche per un sistema a livello nazionale, che si basi sulla corretta retribuzione e sulla messa a sistema delle professionalità per parlare di patrimonio al pubblico. Non credo, non penso e non voglio che i Rolli Days possano essere una soluzione, però sicuramente qui si è scelto in maniera del tutto consapevole (e non perché non si ritenga valido il volontariato, ma perché si ritiene più valido il coinvolgimento di giovani professionisti) andare in questa direzione. Una direzione virtuosa, che dovrebbe essere fatta propria anche da chi non solo quattro giorni all’anno, ma tutti i giorni, apre siti monumentali al pubblico. Siti da cui derivano anche cospicui introiti (cosa che non accade per le giornate dei Rolli, è bene dirlo a scanso di equivoci) che dovrebbero essere redistribuiti per poter offrire al pubblico la massima qualità possibile nell’incontro con il patrimonio, offrendo ai giovani che si formano negli atenei e nelle strutture formative d’Italia l’occasione di essere davvero quella cerniera, quei facilitatori, quei mediatori culturali nei confronti del pubblico che troppo spesso mancano. Troppo spesso i musei sono luoghi illeggibili o il patrimonio stesso è un qualcosa di incomprensibile per il pubblico perché non ha le strutture, i modi, il sistema di parlare un linguaggio accessibile.

Per scendere dal generale al particolare, una domanda che potrebbe chiedere un’intervista a sé stante, però comunque possiamo inquadrare la questione per sommi capi: come i Rolli Days si collocano nel contesto della cultura di Genova e com’è la situazione della cultura in città?

È una domanda davvero molto larga, anche perché secondo me la cultura non è soltanto quella che viene proposta dall’ente pubblico, ma è la consapevolezza che il cittadino ha la possibilità di formarsi del suo contesto e quindi si tratta di una grandezza misurabile fino a un certo punto. Posso dire, e sono contento di dirlo, che la consapevolezza dei cittadini è alta, perché la risposta alle riaperture e al coinvolgimento anche quando si potevano fare solo performance virtuali è stata sempre notevolissima e consapevole. Certo mi dispiace sempre che ci si ricordi dell’irrinunciabilità della cultura solo quando questa soffre e che si debba arrivare alla sofferenza per comprendere il valore reale delle cose (possiamo ritenerlo un luogo comune ma credo che sia, ahimè, molto vero). Ci sono problemi di sistema, come in gran parte delle città italiane, perché la relazione positiva che si intesse attorno ai Rolli Days vorrei che si verificasse anche nella gestione quotidiana dell’offerta culturale cittadina, e invece spesso è difficile che gli enti vadano a mettersi a sistema. Certo è che per il grande processo di restauro di gran parte dei più importanti siti museali cittadini (su tutti Palazzo Rosso e il Museo Sant’Agostino) negli ultimi due anni, tutto sommato, si è utilizzato bene il tempo delle chiusure forzate perché questi due siti (che sono due fiori all’occhiello dell’offerta cittadina) molto probabilmente nel 2022 potranno tornare ad accogliere il pubblico, in una veste finalmente adeguata al loro ruolo a livello strutturale. In questo momento però sono chiusi, e c’è un lavoro in corso (non conoscendo in prima persona lo specifico dei progetti non posso spendere troppe parole) ma la speranza è che si possa arrivare a fare una proposta realmente incardinata sul territorio. La cultura è senz’altro un attivatore sociale positivo per i territori e allora se si ha molto lavorato sul centro cittadino, quindi sui Palazzi dei Rolli, Via Garibaldi e dintorni, bisogna essere capaci a questo punto di andare a insistere su quelle zone maggiormente problematiche (come Sampierdarena, Cornigliano, la Val Polcevera) che attraverso i siti culturali possono mettere in atto processi virtuosi. Per il centro è stato così: se voi foste andati a chiedere dieci anni fa “cosa sono i Palazzi dei Rolli?” a chi ci abitava dentro, la stragrande maggioranza degli abitanti non avrebbe saputo rispondervi. Oggi, chiunque promuova un evento o proponga una attività dove minimamente sia coinvolto uno dei palazzi del sistema dei Rolli, mette bene in vista la parola “Rolli”, che compare sempre. Questo perché il sito Unesco è diventato esso stesso un attivatore positivo e questo è un segnale del fatto che si è, tutto sommato, lavorato bene e che è stata sviluppata nella cittadinanza una consapevolezza positiva. I cittadini, per esempio, sono adesso i primi a indignarsi quando avvengono atti vandalici che coinvolgono palazzi storici (anche non tutelati dall’Unesco), magari nel centro storico dove i problemi sono ancora grandi e si sono accentuati con queste chiusure legate alla pandemia. Questi sono tutti fattori positivi: quando c’è una massa critica che spinge, anche la politica prende determinate decisioni, e ciò significa che la consapevolezza di chi è il reale proprietario dei beni, cioè i cittadini, è molto alta. In questo momento credo che questo sia il dato più positivo. Faccio fatica a dire come sarà il futuro della città perché ritengo che ci attendano anni di grandi cambiamenti. Però sicuramente il fatto che gli eventi legati ai palazzi dei Rolli siano diventati, anche nell’agenda della politica cittadina, l’evento centrale di promozione del territorio da un lato mi rende naturalmente felice per il lavoro fatto con l’Università in sinergia con gli Enti del territorio; dall’altro mi fa capire che si è compreso pienamente il valore che questo patrimonio dell’Unesco diffuso sul territorio ha, e che proprio questa sua caratteristica difficile (aprire i palazzi privati e pubblici insieme è davvero un problema grosso di gestione e organizzazione) è stata apprezzata come un elemento importante. Il territorio secondo me è sempre qualcosa a cui guardare con sempre maggior rispetto, un rispetto ancora più accentuato di quello che viene tributato al singolo oggetto monumentale. Se si astrae il monumento dal territorio, lo si “uccide”, lo si rende muto. E questo accade sia che si tratti di un palazzo, sia che si consideri un centro culturale, sia che si parli di una chiesa. Ma se questi elementi vengono, invece, visti come parti di un sistema, allora il territorio può essere davvero sotteso da percorsi manutenuti, ripristinati, belli, vivibili, attorno a cui fioriscono le attività commerciali. Qualcosa che può essere un attivatore positivo. Il segreto dei palazzi dei Rolli è proprio questo, che non si tratta di un palazzo ma di un sistema di strade attorno a cui questi palazzi sono stati costruiti nel Cinque e nel Seicento e che ancora oggi dànno una prospettiva di lettura della città più che di un singolo elemento di valore culturale.

A proposito di futuro, un’ultima domanda. Immagino che sarete già al lavoro la prossima edizione: possiamo avere qualche anticipazione?

Parleremo per la prima volta di avere in presenza una settimana di eventi legati ai Palazzi dei Rolli, e questo anche perché si sono verificati importanti contatti con organizzatori privati di eventi: Shipping Week, che è uno degli eventi europei più importanti del settore marittimo, collaborerà con i Rolli Days per creare a ottobre un’edizione che abbia il tema del mare al centro. Questo significherà poter andare a estendere la durata dell’evento per questa settimana, invece che il solito weekend, e ragionare in termini di partnership, dove la partnership è fatta direttamente tra l’evento e un altro soggetto. Un fattore importante che contribuisce a riconoscere l’eccezionalità dell’evento legato ai Palazzi dei Rolli. Inoltre, un evento legato a un settore specifico, come è sempre stata la Shipping Week, viene aperto a tutta la città perché l’ingresso nei palazzi sarà comunque sempre aperto a tutti, non solo ai partecipanti. Questo è uno dei valori che hanno sempre guidato il lavoro sul patrimonio delle Strade Nuove e del Sistema dei Palazzi dei Rolli: agire per realizzare una vera e propria “restituzione”. Il patrimonio Unesco deve essere una risorsa per tutti e proprio per questo non possiamo mai derogare sull’aspetto qualitativo nella sua promozione, perché fa parte dell’essenza stessa della città. Questi palazzi sono una parte fondamentale della storia di Genova e potranno essere anche nel futuro uno dei pilastri su cui riconoscerne l’importanza di matrice europea nei confronti della ricerca internazionale, della costituzione di percorsi formativa di alto livello, della divulgazione al pubblico del turismo culturale e dei privati che vogliano lavorare con eccellenze dal punto di vista della promozione culturale e scientifica.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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