Un museo in continuo cambiamento: il MAMCO di Ginevra


Il MAMCO di Ginevra è uno dei musei d'arte contemporanea più interessanti della Svizzera e non solo, organizzato con una formula decisamente interessante. Ecco quali sono le novità che propone.

Tre mostre arricchiscono attualmente l’offerta espositiva del MAMCO - Musée d’art moderne et contemporain di Ginevra, un museo che ha scelto di adottare una particolare politica museale, in quanto cambia i suoi allestimenti tre volte l’anno. Il MAMCO si sviluppa infatti su quattro piani, ma solo pochi spazi sono permanenti. Dalla sua inaugurazione nel 1994, il museo d’arte moderna e contemporanea di Ginevra ha proposto ai suoi visitatori ben 450 esposizioni con opere dai primi anni Sessanta a oggi.

Fino all’8 novembre 2020 sono in corso le mostre Collection Yoon-ja & Paul Devautour (dal 19 marzo 2020) e Christian Marclay. To be continued, 2016 (dal 31 agosto 2020). La prima è dedicata alla collezione di Yoon-Ja Choi e Paul Devautour. Nel 1985 i due decisero di smettere di realizzare opere con la loro firma per diventare “operatori d’arte” e promuovere artisti che loro stessi rappresentavano, dedicando molto del loro tempo ad accrescere e ad amministrare la loro collezione. Da artisti hanno deciso di volgere la loro attenzione a identificare, collezionare ed esporre opere d’arte. Ne è risultato una sorta di “meta-opera”, in parte finzione e in parte realtà, in cui i nuovi collezionisti potevano adempiere dietro le quinte vari ruoli strategici, essendo d’aiuto a storici dell’arte, critici, curatori e agenti. Tra gli artisti presenti nella loro collezione, c’erano nomi che suonavano strani, come Richard Allibert, Buchal & Clavel, J. Duplo, Kit Rangeta and Lady Penelope; e altri molto più plausibili, come Ramo Nash Circle, Manuel Ismora, Claude Lantier, Alexandre Lenoir, Martin Tupper and David Vincent. Altri ancora avevano un sapore internazionale: Art Keller, Richard Kongrosian, Vladimir Kutusov, Gladys Clover. Ma la verità è che nessuno di questi esisteva veramente: erano tutti alter ego di Yoon-Ja Choi e di Paul Devautour. La coppia riuscì a sviluppare un panorama artistico e critico e a presentarlo sul mercato. Alcune opere avevano senso solo nel loro contesto espositivo, altre esponevano vacue teorie o questioni estetiche deliberatamente marginali in favore di strategie espositive. La linea tra realtà e finzione era così sfumata e confusa che era davvero difficile comprendere dove una finiva e l’altra cominciava. Gli artisti e i collezionisti sono finti, ma la collezione stessa e le opere che la costituiscono sono vere.

Le opere dei due finti collezionisti, esposte al MAMCO fin dal 1994, sono state donate alla sede museale e sono entrate a far parte della collezione permanente nel 2019. Si tratta di una testimonianza di come il sistema dell’arte funzionava tra il 1985, quando la coppia di conobbe, e il 2004, anno in cui si separarono.

La collezione di Yoon-Ja Choi e Paul Devautour al MAMCO di Ginevra
La collezione di Yoon-Ja Choi e Paul Devautour al MAMCO di Ginevra. Ph. Annik Wetter


La collezione di Yoon-Ja Choi e Paul Devautour al MAMCO di Ginevra
La collezione di Yoon-Ja Choi e Paul Devautour al MAMCO di Ginevra. Ph. Annik Wetter

To be continued, 2016 di Christian Marclay è organizzata da Françoise Ninghetto ed è allestita nel Gabinetto dei Disegni del MAMCO. Christian Marclay (San Rafael, California, 1955) si trasferì a New York nel 1978 e presto divenne parte della prolifica scena culturale newyorchese, nella quale musica e arti visive sono strettamente connesse. Luoghi della controcultura come la cucina danno la possibilità di organizzare eventi interdisciplinari nei quali collaborano artisti e musicisti, in linea con l’interesse di Marclay che utilizza il suono come mezzo per l’arte visiva. “Molta della mia arte tratta di come un’immagine sia musicalmente espressiva e di come il suono sia espresso visivamente” racconta l’artista. Nel corso della sua carriera, Marclay ha esplorato il rapporto tra suono e vista e i modi in cui il suono possa essere reso visibile. Sebbene la sua arte si focalizzi sull’udito, non tratta necessariamente solo di musica. Onomatopee, ad esempio, sono ottimi strumenti nella sua pratica artistica, perché non solo rappresentano un suono, ma imitano anche i suoni che denotano. Marclay va a caccia di onomatopee nelle vetrine, nei segnali stradali, nella pubblicità, nei fumetti e nelle etichette dei prodotti. Spesso si serve del collage per unire una serie di immagini in un componimento lungo ed evocativo che può essere utilizzato come partitura da un cantante. L’artista cominciò a usare per primo le onomatopee nel 1989, estrapolando pagine da libri a fumetti e dipingendo tutto tranne le parole che esprimevano suoni. Nel 2006 iniziò a fare a striscioline pagine dei libri a fumetti e ad assemblare i frammenti in collage per creare una narrazione visiva evocativa.

L’interesse per i fumetti è un tema ricorrente nella produzione artistica di Marclay che riguarda la visualizzazione di suoni: un mezzo particolarmente rilevante poiché giustappone immagini per formare sequenze narrative con interiezioni scritte e onomatopee. L’artista è un grande appassionato d’immagini, ma non colleziona solo fumetti, bensì anche fotografie, copertine di album e pellicole di film. Non le vuole semplicemente accumulare, ma combinare in un tutto, realizzando composizioni di disegni, interiezioni, parole-immagine ed eloquenti frammenti di testo. Il risultato è una composizione ritmica aperta all’interpretazione uditiva.

To be Continued è nato nel 2016 ed è un libro a fumetti di quarantotto pagine che risulta divertente al lettore per l’espressività delle sue illustrazioni, che l’artista ha riunito e assemblato in brevi vignette. I collage preparatori esposti in mostra forniscono uno spaccato di un work in progress, di come Marclay scelga le immagini e le disponga in una composizione. Il libro era stato creato come spartito grafico dei baBel ensemble, con cui Marclay ha collaborato dal 2012. Il gruppo di cinque musicisti improvvisava sulla base delle illustrazioni per una durata di trenta secondi per pagina, trasformando il libro in un concerto senza interruzioni.

Mostra To be continued di Christian Marclay
Mostra To be continued di Christian Marclay


Mostra To be continued di Christian Marclay
Mostra To be continued di Christian Marclay

È invece visitabile fino al 6 dicembre 2020 la mostra dedicata a Olivier Mosset, a cura di Paul Bernard e Lionel Bovier, con il supporto della Fondation du Jubilé de la Mobilière Suisse Société Coopérative, della Fondation de bienfaisance du groupe Pictet , della Fondation Bonhôte pour l’art contemporain e Brownstone Foundation.

Olivier Mosset (Berna, 1944) è uno dei principali esponenti della pittura astratta del dopoguerra e fondamentale riferimento per intere generazioni di pittori europei e americani. Insieme a Daniel Buren, Michel Parmentier e Niele Toroni, fu membro del gruppo BMPT che si opponeva alla consolidata tradizione pittorica. Liberi dai modelli tradizionali, i membri del gruppo intendevano dare un nuovo inizio alla pittura attraverso scalfiture e ciascuno utilizzava un suo personale motivo: Buren strisce verticali, Parmentier strisce orizzontali, Mosset cerchi, Toroni tracce di pennello.

Le serie estese di cerchi diventarono quindi distintive nella pittura di Mosset verso la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta. L’artista si è sempre dedicato all’astratto e alla sua storia: come osserva il critico Bob Nickas, “il suo approccio considera la pittura in termini di produzione e ricezione, e il riconoscimento è la sua dimensione sociale e politica”. Si trasferì negli Stati Uniti nel 1977 e diventò parte della vivace scena artistica newyorchese degli anni Ottanta. I suoi dipinti successivi esplorano l’astrazione monocroma e geometrica, includendo il rigore analitico delle sue prime opere. Mosset emerge come uno dei pochi pittori europei che si collocarono all’interno della tradizione americana della pittura su larga scala (eredità di Frank Stella, Robert Ryman o Barner Newman), ma che rimase attento agli sviluppi dell’arte, supportando anche artisti le cui pratiche differivano dalle sue.

Occupando virtualmente tutto il museo, la retrospettiva del MAMCO ripercorre i suoi quasi sessant’anni di carriera, dai primi esperimenti degli anni Sessanta ai suoi recenti lavori monumentali. Allo stesso tempo, diverse sale sono dedicate ai movimenti e agli artisti a cui Mosset era o è rimasto strettamente legato, consentendo ai visitatori di comprendere la sua arte e di contestualizzarla. Inoltre una sezione è dedicata alle attività condotte con Buren, Parmentier e Toroni. La mostra presenta poi opere dei Nouveaux Réalistes (in particolare Jean Tinguely e Daniel Spoerri, per cui Mosset lavorò come assistente), del collettivo sperimentale di registi Zanzibar, con il quale Mosset diresse, recitò e produsse alcuni film, del gruppo americano della Pittura Radicale degli anni Settanta e Ottanta (che includeva Marcia Hafif e Joseph Marioni) e di artisti quali Sherrie Levine, Steven Parrino, Cady Noland, John Armleder e Sylvie Fleury, con i quali egli mantenne un regolare dialogo.

La mostra dedicata a Olivier Mosset
La mostra dedicata a Olivier Mosset. Ph. Annik Wetter

Esposizione permanente è invece l’installazione sonora di Kristin Oppenheim (Honolulu, 1959). Il pubblico entra nell’ambiente dell’installazione costituita da sette sequenze musicali e si trova nel cuore di una canzone. Una voce a cappella conserva l’essenza della canzone originale: una breve melodia e una o due frasi. L’artista invoca la memoria individuale e collettiva presentando un brano familiare che suona a ripetizione. La voce si avvicina, mentre una seconda, più lontana, si sovrappone alla prima, diffondendosi nell’intero spazio; l’ascolto è condizionato dal modo in cui il suono è inscritto nello spazio. L’opera porta in superficie sensazioni primitive, attraverso vibrazioni vocali, gli spostamenti avanti e indietro tra le due voci e il ritmo, simile a quello del respiro. Il corpo diviene uno schermo sul quale le voci si proiettano: è un organismo permeabile e ricettivo che ci permette di riscoprire le proprietà tattili del suono. E in contrasto con questa cosciente fisicità, notiamo una sorta di evanescenza nell’opera, l’assenza di un corpo che proietta questa semplice e disadorna canzone in uno spazio vuoto. L’utilizzo di Oppenheim del testo evoca inoltre un senso di mancanza, d’inadeguatezza e di distanza dagli altri. Nell’opera di Kristin Oppenheim le voci prendono il posto delle figure, come se queste accompagnassero i visitatori. Il canto permette di mettere in campo una notevole quantità di emozioni e la melodia favorisce l’utilizzo di più tonalità vocali. Infine, il tono e la ripetizione intendono rivelare altre voci.

L'installazione di Kristin Oppenheim
L’installazione di Kristin Oppenheim. Ph. Annik Wetter

Situato al terzo piano del MAMCO, l’Appartamento è spazio espositivo insolito. Si tratta della ricostruzione dell’appartamento parigino dove Ghislain Mollet-Viéville lavorò dal 1975 al 1991 per promuovere l’arte minimalista e concettuale. Definendosi lui stesso un “agente d’arte”, Mollet-Viéville organizzò inizialmente il suo spazio abitativo e lavorativo per renderlo adatto ai protocolli delle opere della sua collezione, prima di dare la precedenza alle conseguenze della loro dematerializzazione e di trasferirsi in un nuovo appartamento senza opere visibili. Questo significa che la sua collezione potrebbe essere stata affidata al MAMCO all’apertura della sede museale, nel 1994. Nel 2016 il museo ha cominciato ad acquisire gran parte di essa.

Le venticinque opere della collezione sono significative della produzione della prima generazione di artisti minimalisti, come Carl Andre, Donald Judd e John McCracken, e di artisti concettuali, quali Joseph Kosuth, Sol LeWitt, Lawrence Weiner. Se i primi esplorano un lessico di forme elementari, logiche e radicali che tengono alla larga ogni antropomorfismo e caratteristica narrativa, i secondi offrono principalmente protocolli per l’esecuzione, trasformando il collezionista in un agente da cui dipende l’esistenza materiale delle opere. Entrambi hanno avanzato proposte in favore di una immediata esperienza intellettuale e sensoriale.

MAMCO, l'appartamento
MAMCO, l’appartamento. Ph. Annik Wetter


MAMCO, l'appartamento
MAMCO, l’appartamento. Ph. Annik Wetter

A differenza degli altri spazi del MAMCO, l’Appartamento presenta le opere in un ambiente “domestico”: questo significa per i visitatori avere la sensazione di trovarsi in uno spazio più intimo, in uno spazio dove il pubblico è invitato a mettere da parte le convenzioni mentre partecipa a una lezione, a un evento speciale, o semplicemente mentre si sofferma di fronte alle opere.

La collezione del MAMCO conta oltre cinquemila opere realizzate tra la seconda metà del Novecento e l’inizio dei Duemila e la metà è disponibile online dall’estate 2020, ma la digitalizzazione è in continuo aggiornamento. Il catalogo online della collezione del museo è resa possibile grazie al supporto della Fondation Leenaards, di Loterie Romande e della Fondation Lombard Odier.

Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito mamco.ch


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