Le opere interagiscono con il pubblico al Museo Tinguely di Basilea


Al Museo Tinguely di Basilea, uno dei musei più sorprendenti della Svizzera, due mostre molto in linea con la collezione permanente portano il pubblico a interagire con le opere.

A Basilea, sul lungoreno, si trova un museo interamente... interattivo: al Museo Tinguely piccoli e grandi visitatori si divertiranno a vedere muovere e girare e a sentire suonare, alcuni minuti dopo aver premuto il pulsante corrispondente a ciascuna opera... meccanica, le particolari sculture di macchinari mobili create da uno dei più innovativi artisti svizzeri, Jean Tinguely (Friburgo, 1925 – Berna, 1991). Al piano terra è addirittura collocata una monumentale scultura sulla quale il pubblico può salire, percorrendola in tutte le sue parti, come quelle costruzioni che si trovano al parco giochi con attraversamenti mobili, scalette e scivoli. Allo stesso tempo, i visitatori impareranno a conoscere l’ingegno e la creatività dello scultore dei metalli, a cui il museo è dedicato.

È custodita qui infatti la più grande collezione al mondo delle opere di Tinguely, attraverso cui si ripercorrono i quarant’anni della sua carriera artistica. Pioniere dell’arte della seconda metà del Novecento, l’artista era molto affascinato dal funzionamento delle macchine, dal loro movimento e dai rumori che si diffondevano da queste. In particolare, fu dal 1954 che intensificò i suoi lavori sugli automi in movimento e sulle sculture in filo metallico: lavorando a un ritmo molto sostenuto produsse numerosi gruppi di opere cinetiche e di sculture. Inventò addirittura macchine interattive grazie alle quali il pubblico poteva creare da solo vere opere d’arte: le sue Méta-Matics nacquero nel 1959 e misero in discussione il classico rapporto tra artista, opera creata e spettatore. Alla Biennale di Parigi dello stesso anno presentò la Méta-Matic n.1, alimentata da un motore a benzina: la macchina si muoveva liberamente nello spazio dedicato e produceva disegni, ma non solo: emanava profumo di mughetto e gonfiava un grande pallone fino a farlo scoppiare. Fu in grado di creare inoltre la prima opera d’arte autodistruttiva in assoluto: costituita dai più disparati elementi, tra cui tubi, motori, parti di biciclette, radio, venne presentata nel 1960 al Museum of Modern Art di New York, con il titolo di Omaggio a New York. Dopo le Méta-Matics, Tinguely cominciò a realizzare macchine (alquanto rumorose) formate da rottami di ferro e, a proposito di queste ultime, si ricorda che in occasione di una mostra parigina l’artista trasportò le sue opere, dallo studio alla sede espositiva, organizzando una sorta di sfilata, a cui parteciparono anche i suoi amici. Con l’Expo di Losanna del 1964, Tinguely diede inizio a una nuova fase della sua produzione: cominciò a dipingere le sue macchine completamente di nero. In generale, dal 1960 in poi realizzò progetti che univano la scultura all’architettura e allo stesso tempo erano pensate per offrire intrattenimento al pubblico. Iniziò a dare vita inoltre, dalla seconda metà degli anni Settanta, alle Méta-armonie, ovvero grandi macchine di ingranaggi motorizzati a cui aggiunse vari strumenti musicali, soprattutto a percussione; a proposito dell’introduzione degli strumenti musicali, sottolineò che i suoi apparecchi non facevano musica, bensì usavano i toni, giocavano con i toni. Le Méta-armonie segnano il culmine dell’interesse di Tinguely per il suono come mezzo artistico. Dagli anni Ottanta integrò poi alle sue macchine ossa e teschi di animali: un modo per affrontare, attraverso l’effimero, la sua perenne lotta contro la morte; all’utilizzo di teschi, si aggiunse anche, negli ultimi lavori degli anni Ottanta, l’uso di prodotti di consumo e di sorgenti luminose colorate. Il tema della morte lo porterà alla realizzazione della sua ultima grande opera, la Danza della morte, composta da reliquie di un incendio che era divampato in una fattoria di Neyruz, paese natale dell’artista.

Il Museo Tinguely ripercorre tutte queste fasi della sua produzione attraverso disegni, schizzi, Méta-sculture meccaniche, macchine che disegnano, Méta-Matics, frammenti di Omaggio a New York, radio sculture, macchine dipinte di nero, progetti per fontane, Méta-armonie, e tante altre opere.

Particolarmente suggestive sono il Ballet des pauvres (balletto per i poveri) del 1961: dal soffitto pendono su fili ed elastici oggetti difettosi e scartati dalla vita quotidiana, come una camicia da notte, un bollitore rotto, una pelliccia di volpe, un vassoio. Azionati da un timer, tutti questi elementi cominciano a scuotersi all’improvviso davanti allo spettatore che rimane stupefatto anche dal forte rumore di ferraglia provocato dall’urto degli oggetti metallici. Con un effetto sorpresa. Anche Le Plateau agriculturel, del 1978, promuove un’interazione tra le singole parti per un suggestivo effetto d’insieme: è composta da parti di macchine agricole, di colore rosso, rottami di ferro e gnomi da giardino; oltre ai rumori meccanici, lo spettatore ha l’impressione di assistere a una scena da palcoscenico, in cui si intrecciano lavoro, danza e teatro. La Fatamorgana (1985) è una Méta-armonia, un grande macchinario di ingranaggi formato da alti telai su cui Tinguely monta ruote vecchie, dalle più grandi alle più piccole, con in mezzo oggetti di vario genere, strumenti a percussione e un campanaccio. Si può facilmente immaginare che suono produca quando si mette tutto in movimento. Infine, la già citata Méta-armonia sulla quale i visitatori possono salire, in un vero percorso con scale, scivoli, eccetera: si tratta della Méta-Maxi-Maxi-Utopia (1987) ed è stata creata in linea con l’ossessiva spinta di dare vita a interi mondi di macchine per una convivenza pacifica e allegra con le persone. In merito a quest’opera, in un’intervista Tinguely aveva dichiarato: “Voglio creare qualcosa di divertente, qualcosa per i bambini su cui possano arrampicarsi e saltare […] Qualcosa con entrate, molte entrate, uscite e passaggi, e che si possa attraversare dall’alto e dal basso [… ] Voglio che tutti dimentichino che sia una scultura: la cosa principale per me è che faccia divertire il visitatore, affinché il visitatore si senta a casa”.

Museo Tinguely, sala della collezione permanente. Ph. Credit Daniel Spehr
Museo Tinguely, sala della collezione permanente. Ph. Credit Daniel Spehr


Museo Tinguely, sala della collezione permanente. Ph. Credit Daniel Spehr
Museo Tinguely, sala della collezione permanente. Ph. Credit Daniel Spehr

Sono ora in corso al Museo Tinguely due progetti espositivi che ben s’intrecciano con alcune delle opere della collezione permanente della sede museale di Basilea.

Fino al 15 novembre 2020 è visitabile la mostra di Pedro ReyesRitorno al mittente. Curata dal regista Roland Wetzel, questa è la quinta rassegna di una serie di progetti espositivi che si concentra su aspetti particolari della Danza della morte di Tinguely (nel 2017 Jér>ôme Zonder si è concentrato sulla critica al totalitarismo; nel 2018 Gauri Gill si è concentrato sul concetto di vanitas del Memento Mori tra nascita e morte; nel 2019 Lois Weinberger ha dato il via a un confronto tra superstizione e cattolicesimo, mentre la Danza della morte e il Teatro della morte di Tadeusz Kantor sono stati posti a confronto con l’opera omonima di Tinguely).

In occasione dell’attuale mostra, Pedro Reyes ha realizzato una nuova opera basandosi su un suo precedente lavoro del 2012: per la serie di opere Disarm, l’artista ha utilizzato 6700 armi confiscate nella lotta alla droga messicana e le ha trasformate in strumenti musicali. In una prima versione, realizzò strumenti che potevano essere addirittura suonati dal vivo da suoi amici musicisti; seguirono poi Disarm (Mechanized I) nel 2012-13 e Disarm (Mechanized II) del 2014 costituiti dall’unione di più parti di armi e di strumenti, in grado di suonare brani musicali percussivi meccanizzati e automatizzati.

La seconda delle due versioni di Disarm (Mechanized) è posta in dialogo con la Danza della morte di Tinguely, installata in una sala dall’aspetto quasi sacro recentemente allestita nel museo, nel 2017. Nelle vicine sale, la critica di Tinguely al totalitarismo e l’esame critico di Reyes dei processi di scambio socialmente distruttivi di droghe e armi si legano in una tragica danza di morte.

Nel 2007 Reyes ha attirato l’attenzione internazionale con il suo progetto Palas por Pistolas, collaborando con le autorità locali di Culiac>án, in Messico, allo scopo di scambiare armi possedute dalla popolazione con buoni per elettrodomestici ed elettrodomestici. Le armi sono state fuse e trasformate in 1527 pale da utilizzare per piantare lo stesso numero di alberi. Parallelamente alla mostra Ritorno al mittente, questo progetto prosegue davanti all’ingresso del Museo Tinguely con la piantumazione di un castagno. Sia Disarm che Palas por Pistolas sono quindi progetti nati nell’ambito specifico della lotta alla droga messicana. Con la sua nuova opera Disarm Music Box (2020), Reyes pone ancora una volta l’attenzione sulla commercializzazione e sulla diffusione delle armi: da una prospettiva pacifista, l’artista critica l’aumento sempre crescente di armi nel mondo trasformando queste ultime in carillon. Le armi fabbricate dai produttori in quasi tutti i paesi del mondo vengono ritirate e distrutte allo scopo di creare, dalle canne delle armi, corpi sonori che vengono poi inseriti nei nuovi carillon. Questi ultimi inoltre suonano brani di musica classica famosi che caratterizzano i paesi di origine dei produttori delle armi: il brano di Mozart viene riprodotto da un carillon con parti di pistole Glock, Vivaldi con canne Beretta, mentre brani del cantautore svizzero Mani Matter escono da un carillon con carabine. Scopo dell’artista è riciclare, trasformare uno strumento di morte in uno strumento musicale, simbolo di dialogo e di scambio. “Le armi incarnano la regola della paura, mentre la musica incarna la regola della fiducia: entrambe coinvolgono creatività e tecnologia, ma una ha lo scopo di sopprimere gli altri, l’altra è una forma di liberazione. Queste opere scultoree non hanno solo lo scopo di trasformare la materia, ma anche di provocare una trasformazione psicologica e, si spera, anche una trasformazione della società” ha sottolineato l’artista parlando delle sue opere esposte.

Nella sua produzione artistica, Pedro Reyes ha utilizzato varie forme d’arte, dall’architettura alla scultura, dal video alla performance, per affrontare tematiche politiche, sociali, ecologiche ed educative.

Pedro Reyes, Disarm Music Box (Glock/Mozart), Disarm Music Box (Beretta/Vivaldi), Disarm Music Box (Karabiner/Matter) (2020; installazione). Copyright Museum Tinguely, Basilea. Ph. Credit Daniel Spehr, Courtesy l'artista
Pedro Reyes, Disarm Music Box (Glock/Mozart), Disarm Music Box (Beretta/Vivaldi), Disarm Music Box (Karabiner/Matter) (2020; installazione). Copyright Museum Tinguely, Basilea. Ph. Credit Daniel Spehr, Courtesy l’artista


Pedro Reyes, Disarm (Mechanized) II (2014; installazione). Copyright Museum Tinguely, Basilea. Ph. Credit Daniel Spehr, Courtesy l'artista
Pedro Reyes, Disarm (Mechanized) II (2014; installazione). Copyright Museum Tinguely, Basilea. Ph. Credit Daniel Spehr, Courtesy l’artista

Oltre alla mostra di Pedro Reyes, è visitabile al pubblico una grande esposizione dedicata all’artista giapponese Taro Izumi. Un artista che è stato in grado di creare un universo unico, dove scultura, video, installazioni e performance si fondono in un vero ecosistema, che continuamente si trasforma. Una scultura può diventare un’installazione che a sua volta fa da sfondo a una performance che può essere osservata su numerosi schermi. Per realizzare le sue opere, Izumi utilizza legno, tessuti, piante, pellicce, mobili e ogni tipo di elemento riciclato, e li combina per dare vita a strutture che a prima vista paiono formate da elementi alla rinfusa, ma in realtà sono disposti con precisione e logica. Il mondo di Izumi, maestro degli opposti, è giocoso e divertente, poiché introduce nelle sue opere l’assurdo.

Al Museo Tinguely presenta un percorso ricco di illusioni ottiche e di miraggi: un teatro senza pubblico, opere invisibili, robot che fluttuano nell’aria. L’artista compie abbinamenti spesso surreali di oggetti tra loro opposti, e il loro significato rimane talvolta misterioso. Questi oggetti rappresentano le assurdità della vita quotidiana e raccontano il caos del mondo di oggi.

Simbolo dello spirito dell’assurdo che attraversa l’arte di Taro Izumi è la serie Tickled in a dream...maybe?: si tratta di sculture e video ad incastro che formano strutture composte da elementi comuni, come sedie, tavoli, sgabelli, cuscini, che intendono riprodurre una particolare posizione di un corpo in movimento. Ogni struttura è accompagnata da fotografie di atleti, soprattutto calciatori, immortalati in azioni acrobatiche. Queste particolari strutture “architettoniche” intendono ricordare, per design e concept, le opere interattive di Tinguely e il suo spirito giocoso.

Partendo dalla premessa che i teatri di tutto il mondo sono stati chiusi durante l’emergenza sanitaria, l’artista ha realizzato un’installazione sonora composta da rumore bianco, raccogliendo i suoni dei teatri vuoti di tutto il mondo. Questo silenzio, vibrando all’unisono, diviene una traccia tangibile, anche se estremamente piccola.

I visitatori troveranno inoltre sparse per tutto il percorso espositivo sedici palle da biliardo di sedici colori diversi. Queste però non si muovono, non rotolano, ma sono intrappolate e rinchiuse in strette scatole di plexiglass trasparente, per riflettere la sensazione di isolamento dal mondo, di essere come in un vetro trasparente dove si può vedere tutto ma si è obbligati a rimanere immobili. Una sensazione che il mondo ha conosciuto durante la pandemia.

Per ulteriori informazioni sul museo, su Jean Tinguely e sulle mostre temporanee: tinguely.ch

Taro Izumi, Cloud (pillow/raised-floor storehouse); Cloud (goodbye) (2020; installazione). Copyright Museum Tinguely, Basilea. Ph. Credit Gina Folly
Taro Izumi, Cloud (pillow/raised-floor storehouse); Cloud (goodbye) (2020; installazione). Copyright Museum Tinguely, Basilea. Ph. Credit Gina Folly


Taro Izumi, Tickled in a dream... maybe? (The cloud fell) (2017; installazione). Copyright Museum Tinguely, Basilea. Ph. Credit Gina Folly
Taro Izumi, Tickled in a dream... maybe? (The cloud fell) (2017; installazione). Copyright Museum Tinguely, Basilea. Ph. Credit Gina Folly


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