Nuovo rapporto ICOM sui musei colpiti da Covid: il 62% pensa di ridurre le mostre


L’ICOM diffonde un nuovo rapporto sui musei colpiti dal Covid-19. La situazione è migliore rispetto alla primavera, ma i musei vivono comunque nell’incertezza.

La pandemia di Covid-19 sta ancora seriamente colpendo i musei e i luoghi della cultura di tutto il mondo. A sottolinearlo è un nuovo rapporto dell’ICOM (International Council of Museums, il principale ente che rappresenta i musei di tutto il mondo) pubblicato lo scorso 23 novembre e che rende noti i dati raccolti a partire dal 7 settembre al 18 ottobre su quasi 900 musei (50,7% in Europa, 9,1% in America del nord, 18,6% in America del sud e Caraibi, 6,2% in Africa, 2,2% nei paesi arabi, 10,8% in Asia, 2,4% in Oceania). L’indagine rivela che la situazione è un po’ migliorata rispetto alla primavera scorsa: il rapporto ICOM di maggio, condotto su 1.600 musei, focalizzava una situazione in cui rimaneva chiuso il 94,7% dei musei. Adesso invece il panorama è molto più vario: in Europa e in Asia diversi musei, nel periodo dell’indagine, risultavano aperti, mentre nell’America Latina e nei Caraibi la maggior parte rimaneva chiusa.

Tra settembre e ottobre risultava infatti aperto il 51,3% dei musei di tutto il mondo, con punte del 79% in Europa (dove solo il 2,6% rimaneva del tutto chiuso), e a seguire l’Asia con musei aperti nel 49,4% dei casi. Situazione diversa invece in America meridionale (chiuso il 51,9% dei musei) e in Africa (41,2%). Si tratta soprattutto di musei di piccole e medie dimensioni (l’indagine ha riguardato musei che, nel periodo pre-Covid, avevano meno di 20.000 visitatori nel 42,8% dei casi: i numeri sono calati drasticamente da gennaio a ottobre nel 2020, dato che i musei sono passati a meno di 20.000 visitatori nel 71,3% dei casi, con addirittura un 46,2% rimasto sotto la soglia dei 5.000). Del 5,4% dei musei che facevano più di un milione di visitatori nel 2019, è rimasto solo lo 0,4% che ha confermato il risultato sopra questa soglia.

I professionisti dei musei hanno ricominciato a lavorare in situ (i musei hanno lavoratori in situ nel 79,7% dei casi), ma il lavoro da remoto è ancora una realtà soprattutto in Sudamerica, nell’America settentrionale e in Oceania. Il 14% dei partecipanti al questionario ha dichiarato che parte dello staff è stata licenziata o messa in congedo, con un’evidente sproporzione tra le diverse aree del mondo (licenziato in media il 22% dello staff in America del nord e il 20% in Oceania, mentre in Europa le cifre si fermano al 4,3%).

Quanto all’impatto economico, pressoché tutti i musei aspettano perdite: il 49,6% addirittura pensa di aver perso, nel 2020, circa un quarto delle proprie entrate (il 9,8% ritiene di aver perso più del 75%, il 5,7% più del 90%). La cosa grave è che nel 51,1% dei casi i musei non hanno avuto accesso a forme di supporto finanziario (invece hanno ricevuto fondi emergenziali il 23,9% dei musei, compensazioni il 7,1%, entrate da tassazione d’emergenza il 5%, forme di cassa integrazione il 26,6%, risorse da campagne di fundraising il 7,2%, e sospensione degli affitti o dei mutui il 2,9%). Il 67,4% dei musei è convinto che il Covid ridurrà i programmi pubblici, il 62,4% pensa che ridurrà le mostre, mentre il 30,9% è convinto che ridurrà lo staff e il 46,1% ritiene che porterà alla sospensione dei contratti a termine. Ancora, il 50,4% crede che la pandemia peserà sugli orari d’apertura, il 40,4% pensa che farà perdere sostegno privato, mentre il 33% immagina che porterà alla perdita di fondi pubblici. Fortunatamente solo il 6,1% adesso pensa che la pandemia farà chiudere il museo (la percentuale si è dimezzata rispetto alle stime di maggio).

I musei hanno poi continuato a potenziare le loro attività digitali, aumentate mediamente del 15% in tutto il mondo (con punte del 50% se si considerano solo i social media, le dirette live o i progetti didattici). È inoltre aumentata la percentuale dei musei che hanno avviato un nuovo canale media. La maggior parte dei musei però non ha personale specializzato: solo il 21,8% ha personale dedicato, mentre il 56,8% ha personale che si dedica al digitale non a tempo pieno, mentre per il 21,5% dei musei non c’è personale dedicato al digitale. E soprattutto si spende ancora poco per il digitale: solo il 12% dei musei spende più del 10%, mentre invece il 50,1% dei musei dedica al digitale meno del 5% del budget (con il 19,7% che spende meno dell’1%). Gettonati soprattutto i social media e le newsletter, meno invece i podcast. È interessante notare che, dopo il lockdown, il 76% dei musei considera di ripensare alla sua strategia digitale, e il 74,8% pensa che incrementerà l’offerta in tal senso. Il 53,8% invece formerà lo staff, il 43,2% aumenterà le risorse e il 28,7% aumentare il personale in chiave online.

Per quanto riguarda le riaperture, quasi tutti i musei si sono dotati di dispositivi di sicurezza: sanificazione regolare nel 95,5% dei casi, gel per le mani nel 96,2%, accessi contingentati nel 90,2%, distanziamento nel 92,6%, chiusura alle visite di gruppo per l’80,2% e controllo della temperatura dei visitatori nel 45,2% dei casi. Il 58,6% ritiene che la principale minaccia per il proprio museo sia l’incapacità di riaprire (stessa percentuale pensa invece che sarà dura tornare ad attirare i visitatori). La minaccia per il 44% dei musei è invece il mancato benessere dei visitatori, per il 38,7% la perdita di contatto con la comunità, per il 32,3% la difficoltà a pagare i salari dello staff, per il 12,3% la sicurezza delle collezioni.

“Non pretendiamo che questi dati rappresentino tutti i musei”, fa sapere l’ICOM, “ma le risposte ricevute evidenziano un diffuso clima d’incertezza sul futuro, e la necessità che i governi rispondano per assicurare il futuro di questi istituti e dell’inestimabile patrimonio culturale che conservano. I musei sono parte essenziale dell’identità dei popoli e delle nazioni, un elemento vitale per le comunità che servono e un elemento centrale di sviluppo locale”.

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