La Bibbia di Borso d'Este, il codice miniato simbolo dello splendore di Ferrara nel XV secolo


La Bibbia di Borso d’Este, capolavoro della miniatura rinascimentale realizzato tra il 1455 e il 1461, fu una delle imprese più straordinarie (e costose) del suo genere al tempo, ed è espressione dello splendore della corte di Ferrara nel XV secolo.

Si può dire senza troppi indugi che la Bibbia di Borso d’Este, la più studiata e nota tra le opere conservate alla Biblioteca Estense Universitaria, sia il codice miniato più celebre del Rinascimento, la cui fama probabilmente è pari solo a quella delle Très Riches Heures del duca di Berry, o alla Bibbia di Federico da Montefeltro. Si tratta di uno straordinario capolavoro su pergamena che si deve a una squadra di miniatori guidata da Taddeo Crivelli (Ferrara, 1425 - Bologna, 1479), uno dei più grandi miniatori del Rinascimento, allievo di Pisanello e tra i principali artisti della corte di Borso d’Este (Ferrara, 1413 - 1471), e da Franco dei Russi (Mantova, attivo tra il 1455 e il 1482). A occuparsi invece della scrittura fu il copista Pietro Paolo Marone, mentre si deve al cartolaio Gregorio Gasperino la rilegatura antica.

L’équipe dei due miniatori era formata sicuramente da Marco dell’Avogara e Giorgio d’Alemagna, oltre che dai collaboratori della bottega di Taddeo. Tra i collaboratori, la storica dell’arte Federica Toniolo, autrice di uno dei primi e più estesi studi sulla Bibbia di Borso negli anni Novanta, ha riscontrato dai documenti i nomi di Giovanni da Lira, Giovanni tedesco da Mantova, Cristofolo Mainardo, Giovanni da Gaibana, don Piero Maiante, Niccolò d’Achille, Malatesta pittore e Giovanni Maria di Guiscardin de’ Sparri. A questi sono da aggiungere altri otto miniatori non citati nei pagamenti, tra i quali sono state riconosciute le mani di Girolamo da Cremona e di Guglielmo Giraldi. I collaboratori minori aiutarono i due maestri soprattutto nelle fasi preparatorie, ma alcuni si occuparono anche di dettagli (Malatesta, per esempio, si occupò della realizzazione di alcuni animali che compaiono nelle vignette). Il duca Borso d’Este aveva incaricato espressamente Taddeo Crivelli e Franco dei Russi della realizzazione degli apparati illustrativi del prezioso manoscritto, e all’infuori di Giorgio d’Alemagna gli altri collaboratori erano stati ingaggiati dai due responsabili dell’impresa, che assume dunque i contorni di un intenso lavoro corale, durato peraltro diverso tempo: ci vollero infatti sei anni, dal 1455 al 1461, per portare a termine la Bibbia di Borso d’Este. L’opera è formata da due volumi di grande formato (in-folio) con oltre mille miniature distribuite su 604 carte in pergamena miniate su entrambe le facciate, per un totale di 1.202 pagine. Le miniature restituiscono un’immagine chiara della fantasia e dell’eleganza di Taddeo Crivelli e dei suoi collaboratori, oltre che della loro fantasia, con uno stile che è già moderno e rinascimentale ma che rimane comunque impregnato di gusto gotico cortese. Le architetture, scorciate in prospettiva, diventano così teatro di incontri dal sapore quasi fiabesco, combattimenti, scene sacre che esprimono pienamente il gusto della corte ferrarese per le opere raffinate ed eleganti, oltre che la cultura del libro che si era diffusa negli ambienti intellettuali estensi.

Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 1r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 1r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 5v)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 5v)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 6r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 6r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 56r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 56r)

La Bibbia di Borso si presenta con pagine inserite entro raffinate cornici decorate con motivi vegetali a girali e il testo disposto lungo due colonne. Nella cornice i miniatori hanno inserito miniature per illustrare gli episodi narrati, ma vi si possono trovare anche descrizioni dettagliate di piante e di animali, oltre agli stemmi estensi e ad emblemi che si riferiscono sempre a imprese legate al duca e allo Stato ferrarese. Uno studio del 2008 ha fatto il punto proprio su questi ultimi elementi della Bibbia di Borso d’Este, che prima erano spesso trascurati dalla critica. Sulle piante, per esempio, Roberta Baroni Fornasiero ed Elisabetta Sgarbi hanno riscontrato la presenza di essenze vegetali che descrivono episodi raccontati nei testi biblici (per esempio il grano, l’orzo, l’olivo e la vite, tutte piante ben conosciute alle persone del Rinascimento e di Ferrara poiché coltivate anche in Italia), ma ci sono anche piante non necessariamente legate a esigenze narrative, oltre a frutti e fiori che assumono spesso forme stravaganti, probabilmente anche d’invenzione, e che hanno scopo puramente decorativo, per creare coloratissimi festoni attorno alle cornici entro cui è sistemato il testo.

Quanto agli animali, il bestiario della Bibbia di Borso d’Este è stato accuratamente studiato da Ivano Ansaloni, Mirko Iotti e Marisa Mari, che sono giunti anche a censire la quantità di animali che spuntano tra le pagine del manoscritto: ci sono in particolare 1.450 animali reali, ovvero esistenti in natura (nella Bibbia di Borso si trovano infatti anche animali fantastici), di cui 91 invertebrati (nella totalità insetti) e 1.363 vertebrati, con i mammiferi che rappresentano il gruppo più numeroso (791, più del 50% del totale), seguiti dagli uccelli (563, il 39%), mentre pochi sono i pesci e i rettili che non arrivano a contare venti esemplari. Si tratta di animali che, come nel caso delle piante, sono inseriti per scopi illustrativi, ma spesso rispondono semplicemente all’esigenza di offrire al duca Borso, che era un grande amante della natura e della caccia, gli animali che potevano piacergli: ecco quindi spiegata l’abbondanza di animali tipici delle paludi e dei boschi di Ferrara, oltre a quelli che erano oggetto di caccia. Molti animali sono caratterizzati da un elevato grado di realismo, segno che gli artisti avevano una conoscenza diretta degli animali che raffiguravano. Non mancano naturalmente le specie esotiche, che gli artisti potevano vedere nei serragli della corte, o semplicemente potevano riprodurre basandosi su disegni di chi li aveva viste dal vero. Tra gli emblemi, una delle più interessanti espressioni del gusto cortese del tempo, quando le decorazioni, non soltanto nei codici miniati ma anche nei dipinti e soprattutto nelle sale delle residenze ufficiali, includevano simboli che alludevano a qualità dei sovrani o a fatti politici, spicca quello del paraduro, uno steccato con una zucca allungata (nota come “viulina”), simbolo dell’innalzamento del livello dell’acqua e dunque, di rimando, della bonifica estense.

La Bibbia di Borso d’Este fu una delle imprese più costose del suo tempo: la spesa finale del duca fu di 5.609 lire marchesane, una somma che, ha sottolineato la studiosa Anna Melograni, fu “straordinaria e difficilmente confrontabile con quella di altri codici”. Per dare un termine di paragone, basti pensare che nel 1469, quando Borso affiderà al grande Cosmè Tura (Ferrara, 1433 - 1495) l’incarico di decorare la cappella del castello di Belriguardo, oltre alle spese per i colori e i materiali, il duca accorda al pittore un pagamento mensile di 15 lire marchesane, più il vitto per lui e per due garzoni. Oppure si può prendere come riferimento la somma offerta al copista, il milanese Pietro Paolo Marone, per l’intera scrittura della Bibbia: 360 lire marchesane. La gran maggioranza della spesa era dovuta alla ricchezza delle decorazioni, per le quali andò speso quasi l’88% del totale (le miniature, eseguite con abbondanza d’oro e di pigmenti pregiati, richiesero 4.924 lire, mentre 69 servirono per comprare la pergamena, 138 per la cucitura e la doratura dei fascicoli, 6 lire per la cassa di legno che doveva contenere la Bibbia, 14 per la sopracoperta di panno e 97 per i fermagli d’argento).

Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 241r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.12, c. 241r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 3r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 3r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 3v)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 3v)

Un’impresa del genere ovviamente non era stata pensata per la mera realizzazione di un libro che il duca doveva consultare in privato: la Bibbia di Borso dev’essere semmai vista come saggio e dimostrazione della sua magnificenza. “Senza badare a spese”, spiega Anna Melograni, “Borso aveva ideato e commissionato un capolavoro artistico che, rientrando perfettamente nella definizione di Pontano, gli consentì, attraverso un apparente gesto di devozione nei confronti del pontefice, di celebrare in realtà l’affermazione del suo potere e la nascita del ducato di Ferrara”. Emerge infatti fin dai contratti stipulati nel luglio del 1455 l’intento, da parte del duca, di far creare un libro di lusso. Lo studioso Charles M. Rosenberg ha tuttavia evidenziato come fosse piuttosto strano dare sfoggio di magnificenza attraverso un codice miniato, ovvero un oggetto che solitamente era pensato per una dimensione privata: nel Quattrocento, gli esempi di dimostrazione di splendore che avevano a che fare coi libri riguardavano semmai la creazione di sontuose e ricche biblioteche, oppure il mecenatismo verso i letterati. I manoscritti erano però concepiti come oggetti da inviare in dono, pratica questa che veniva regolarmente messa in atto anche da Borso (si può citare, per esempio, il dono delle Tavole astronomiche di Giovanni Bianchini all’imperatore Federico III). L’azione di dimostrazione della magnificenza del principe, secondo Rosenberg, poteva pertanto operare su due livelli: il primo livello era quello delle “azioni pubbliche pensate per pubblicizzare il suo splendore e la sua generosità al più vasto pubblico possibile”, e si esprimeva con grandi imprese architettoniche, commissioni per le decorazioni di chiese o di palazzi, grandi elargizioni agli enti ecclesiastici, oppure feste e spettacoli per la popolazione. C’era però anche un secondo livello di azioni “molto più sottili e calcolate per impressionare un pubblico più sofisticato e limitato attraverso il gusto e la raffinatezza del sovrano”. Potevano servire a questo scopo una magnifica cappella privata, uno studiolo decorato, oppure, come nel caso della Bibbia, la commissione di un testo erudito o di un manoscritto riccamente decorato. “Tutte queste azioni più private di mecenatismo”, ha spiegato Rosenberg, “erano concepite non soltanto per procurare diletto al sovrano (anche se certamente l’elemento estetico non dovrebbe essere mai ignorato in questo tipo di committenze), ma anche per impressionare chi poteva avere il privilegio di goderne, per rango o per influenza”.

Non sappiamo però fino a che punto la Bibbia di Borso d’Este assolse a questo scopo, perché purtroppo non sopravvivono commenti contemporanei per valutare l’impatto che il prezioso codice miniato da Taddeo Crivelli e Franco dei Russi poté avere al tempo (i commenti sono del resto il mezzo più immediato che si ha per valutare la fortuna contemporanea di un codice miniato). Si può però provare a fare una stima sulla base delle informazioni che ci comunicano quanto fosse conosciuta al tempo la Bibbia di Borso, che sappiamo per certo non essere stata commissionata per il solo uso privato. Sappiamo infatti che nel 1467 un certo Niccolò Piatese, impiegato del segretario ducale Ludovico Casella, chiese in prestito la Bibbia per mostrarla a certi “ambasciadori da Bologna”, e nel 1471 Borso la portò con sé a Roma per ricevere il titolo di duca di Ferrara dal papa, al termine di un viaggio molto costoso e preparato con cura, probabilmente perché “lui e/o i suoi collaboratori pensavano che il manoscritto fosse uno strumento efficace per trasmettere l’immagine di pia devozione e di splendore che il duca cercava di coltivare attraverso il suo viaggio e il suo soggiorno alla corte papale”.

Le vicende storiche, soprattutto recenti, della Bibbia di Borso sono state ricostruite in un recente saggio di Luca Bellingeri. Dopo la devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio, nel 1598, il destino della Bibbia di Borso d’Este fu comune a molti altri capolavori della corte estense: il codice quattrocentesco li seguì nella nuova capitale del ducato, Modena, dove rimase fino all’Ottocento. Nel 1800 fu portata via una prima volta: il duca Ercole III, in esilio da Modena durante l’invasione napoleonica, portò con sé il prezioso codice a Treviso. Dopo la scomparsa del duca, la Bibbia passò alla figlia Maria Beatrice Ricciarda d’Este, divenuta poi moglie dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo. La Bibbia tornò a Modena diversi anni dopo la restaurazione, nel 1831, ma vi rimase poco, dal momento che nel 1859 il duca Francesco V d’Asburgo-Este, prima di lasciare definitivamente il ducato che sarebbe stato di lì a poco annesso al Regno d’Italia, portò con sé in Austria tre codici, tra i quali la Bibbia di Borso. Dieci di questi sarebbero rientrati in Italia nel 1869 a seguito di un accordo tra il governo italiano e i sovrani degli stati preunitari, ma la Bibbia, il Breviario di Ercole I d’Este e l’Officio di Alfonso furono riconosciuti legittima proprietà degli Asburgo. Nel 1918 l’ultimo proprietario, Carlo I, dopo la prima guerra mondiale lasciò l’Austria per andare in esilio in Svizzera, portando con sé la Bibbia: dopo la sua scomparsa, la vedova, Zita di Borbone-Parma, decise di mettere in vendita il codice, affidandolo a un libraio parigino, Gilbert Romeuf.

Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 123r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 123r)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 157v)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 157v)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d'Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 172v)
Pietro Paolo Marone (copista), Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e aiuti (miniatori), Bibbia di Borso d’Este (1455-1461; pergamena, 375 x 265 mm; Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Ms.V.G.13, c. 172v)

Lo venne a sapere l’antiquario e bibliofilo napoletano Tammaro De Marinis, che ottenne da Romeuf un’opzione per una vendita in Italia, e provvide a informare il governo italiano. Giovanni Gentile, nominato pochi mesi prima ministro dell’istruzione nel primo governo Mussolini, fece tuttavia sapere che l’erario non disponeva della somma per acquistare l’opera: arrivò tuttavia in soccorso del suo paese l’industriale Giovanni Treccani (Montichiari, 1877 - Milano, 1961), divenuto nel 1925 celebre fondatore dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, che già nel 1919 si era reso protagonista della vita culturale italiana con una cospicua donazione all’Accademia dei Lincei. Nel 1923 Treccani aveva proposto a Gentile di creare una fondazione per gli studi scientifici e aveva già messo a disposizione una cospicua somma, ma il ministro gli propose di destinarla all’acquisto della Bibbia di Borso, per la quale la Pierpont Morgan Library di New York aveva già manifestato il suo concreto interesse, dichiarandosi disposta a comperarla.

Treccani acconsentì e dopo una trattativa con Romeuf, con un atto di grande generosità, acquistò la Bibbia per tre milioni e trecentomila franchi francesi, equivalenti a circa quattro milioni di euro attuali (un impegno doppio rispetto a quello preventivato per la fondazione). La Pierpont Morgan Library gli propose di acquistarla a un milione di franchi in più rispetto a quanto l’aveva pagata, ma Treccani, ritenendo che la Bibbia dovesse appartenere all’intera nazione, comunicò a Mussolini il suo intento di donare il codice miniato allo Stato. Quattro città si erano candidate a riceverlo: Modena (in quanto ultimo luogo dov’era conservata la Bibbia prima di uscire dall’Italia), Roma (in quanto capitale), Milano (in quanto città dove il donatore risiedeva) e Ferrara (città di origine della Bibbia). Fu il direttore della Biblioteca Estense di allora, Domenico Fava, a far sì che la Bibbia tornasse a Modena: il governo decise alla fine in favore di Modena. Solo nel 1924 tuttavia la donazione veniva formalmente accettata: nel mese di maggio la Bibbia raggiungeva la Biblioteca Estense dove cominciarono i lavori per la “Sala Mostre” dove poter allestire, ricorda Bellingeri, “la Mostra bibliografica permanente, ideata da Fava per illustrare i ‘tesori’ della Biblioteca, fra i quali, ovviamente, il posto d’onore verrà riservato alla Bibbia, ed il 19 aprile 1925, alla presenza dei due protagonisti del ‘recupero’, Giovanni Treccani, frattanto divenuto senatore del regno, e Giovanni Gentile, ormai non più Ministro della Pubblica Istruzione, i due volumi vengono finalmente esposti in questa Sala nella quale, salvo la parentesi bellica e i lavori di adeguamento del 1962 rimarranno per i successivi ottanta anni ed ancora oggi si trovano, vero dono memorabile per Modena e la sua Biblioteca”.

La Biblioteca Estense Universitaria

L’istituto nasce come biblioteca dinastica e raccoglie la collezione libraria degli Estensi, le cui origini risalgono al XIV secolo. Il nucleo originario è costituito dai volumi che risalgono all’epoca del marchese Niccolò III, e fu poi arricchita dai sovrani rinascimentali (Leonello, Borso, Ercole e Alfonso), che l’hanno accresciuta di importantissimi manoscritti e di pregevoli edizioni a stampa. In seguito alla devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio nel 1598, la Biblioteca venne trasferita dal castello di Ferrara a Modena, divenuta capitale estense. Nel trasferimento la Biblioteca subì numerose perdite, ma nuovi acquisti e incrementi riuscirono a dare nuovo vigore all’istituto. In particolare, il nucleo originario si arricchì dei cospicui fondi manoscritti e soprattutto a stampa provenienti dalle soppressioni religiose. Nel 1764, il duca Francesco III, con una cerimonia solenne, aprì la biblioteca al pubblico e nel 1772 le affiancò la biblioteca dell’Università, con i suoi pregevoli nuclei filosofici, giuridici e scientifici. Dopo l’unificazione d’Italia i due istituti si fusero, dando vita a quella che oggi è la Biblioteca Estense Universitaria.

L’eredità dei duchi d’Este si esprime soprattutto attraverso l’antico nucleo di manoscritti, fra cui esemplari di dedica miniati, preziose miscellanee filosofico-scientifico-letterarie, documenti autografi dei personaggi gravitanti intorno alla corte, pregevoli esemplari dell’antica arte della stampa. Presenti poi una straordinaria raccolta musicale e una cartografica. Tra i monumenti della miniatura estense, figurano la Bibbia di Borso, la Genealogia dei principi d’Este, il Messale di Borso, il Breviario di Ercole, il De Sphaera, la Carta del Cantino, e la parte rimasta in Estense dei codici dedicati ai duchi, dal Libro del Salvatore di Candido Bontempi alle odi epitalamiche e ai trionfi. Oltre alle opere prodotte all’interno del ducato, gli Estensi arricchirono le collezioni con numerosi acquisti sui mercati di Milano, Venezia, Padova: spiccano dunque i codici corviniani, miniati nel laboratorio fiorentino di Attavante per Mattia Corvino re d’Ungheria, procurati da Girolamo Falletti ad Alfonso II d’Este; i testi greci di Giorgio Valla e di Alberto Pio; i repertori di musica quali il codice che raccoglie le tradizioni italiane e francesi di fine Tre e primo Quattrocento. Numerose acquisizioni interessarono poi la Biblioteca anche dopo il trasferimento a Modena: entrarono fondi tra i quali la raccolta Obizzi del Catajo, ricca di miniature preziose e dei codici liturgici olivetani, e molti carteggi come quelli di letterati come Tiraboschi, Muratori, Cavedoni, Baraldi e quelli di molti scienziati, quali Giuseppe Bianchi, Giovanni Battista Amici, Geminiano Rondelli. Risalgono invece al Novecento le acquisizioni dell’Archivio Editoriale Formiggini, della raccolta Bertoni, della raccolta Ferrari-Moreni e di altri patrimoni che hanno integrato le raccolte locali sacendo ulteriormente il legame tra Bibbia e territorio.

Biblioteca Estense Universitaria
Biblioteca Estense Universitaria

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