Quando arte e giurisprudenza si uniscono: il Digestum Vetus della Biblioteca Universitaria di Padova


La Biblioteca Universitaria di Padova conserva un importante codice del XII secolo, il “Digestum vetus”, singolare intreccio tra arte e giurisprudenza che ci riporta all’epoca in cui nascevano le università.

Era il 1222 quando veniva fondata l’Università di Padova: ottocento anni di storia che la rendono uno degli atenei più antichi del mondo. Lo studio patavino divenne subito uno dei punti di riferimento per gli studi giuridici, che fiorivano, oltre che a Padova, anche negli Studia istituiti presso alcuni conventi e monasteri cittadini (il convento degli Eremitani, per esempio, era sede di un importante Studium generale). Testimone di questa fervida stagione nell’ambito della giurisprudenza è un manoscritto conservato presso la Biblioteca Universitaria di Padova, il codice 941 che contiene il Digestum vetus: risale alla prima metà del XII secolo ed è uno dei più antichi codici che tramandano la prima partizione del Digesto fatto compilare dall’imperatore Giustiniano tra il 530 e il 533, e tornato a circolare proprio tra l’XI e il XII secolo. Il Digesto, che a sua volta faceva parte del Corpus iuris civilis, era un insieme di frammenti di opere della giurisprudenza romana che dovevano fungere da riferimento legislativo per l’impero: conteneva norme sulla proprietà, sui contratti, sul diritto familiare e altre materie. Il Digesto (che deriva dal latino digestus, participio passato di digerere, ovvero “distribuire”, “classificare”, con riferimento all’ordine che i giuristi incaricati da Giustiniano avevano dato alla materia) era suddiviso in cinquanta libri, e con la locuzione Digestum vetus ci si riferisce ai primi ventiquattro.

Il Digestum vetus della Biblioteca Universitaria di Padova è anche uno tra i più antichi codici latori di quella versione del Digesto che verrà chiamata Littera Bononiensis (“Lettera bolognese”) o Vulgata, una redazione del Digesto sulla quale si studiava all’Università di Bologna. Il Digestum vetus, peraltro, era stato glossato (ovvero commentato) da alcuni dei più famosi giuristi del tempo, tra i quali il celebre Irnerio, accademico e glossatore di origini germaniche che fu tra i fondatori dello studio felsineo e tra coloro che riaccesero l’attenzione sui testi legislativi di età giustinianea. L’importanza del Digestum vetus padovano, del resto, è tale anche per il fatto che questi testi erano comune materiale di studio nelle prime Università europee, su cui i doctores insegnavano e gli studenti imparavano. In più, il codice 941 contiene anche molte glosse dei secoli XII-XIV, che riferiscono il pensiero di molti e celebri maestri medievali del diritto, come Martino, Bulgaro, Rogerio, Azzone e altri. Il Digestum vetus dell’Università di Padova sarebbe stato infatti utilizzato per tutto il XIII secolo e anche all’inizio del XIV.

Come detto, il codice proviene dalla biblioteca degli agostiniani del convento degli Eremitani: lo attesta una nota di possesso del XIV secolo tracciata sulla carta 198v, nella quale si legge “Liber ordinis fratrum Heremitarum sancti Augustini concessus ad usum fratris Augustini de Plebe”, ovvero “Questo libro dell’ordine dei frati eremitani di sant’Agostino è concesso in uso a frate Agostino da Piove di Sacco”. La studiosa Lavinia Prosdocimi ha definito il Digestum vetus come il codice miniato probabilmente più importante di quelli provenienti dalla biblioteca degli Eremitani che sono oggi in possesso dell’Università di Padova. Il manoscritto era ancora nelle disponibilità dei frati degli Eremitani nel Seicento: sulla prima carta del manoscritto si trova infatti un’altra nota, con una segnatura databile a un periodo compreso tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo e che è stata attribuita alla mano di Evangelista Nomi, che fu cancelliere del convento degli Eremitani nel 1691. Dopo le soppressioni degli ordini monastici in età napoleonica, tra il 1806 e il 1810 il codice fu depositato, assieme agli altri provenienti dalla stessa biblioteca, nel monastero di Sant’Anna per poi essere depositato nel convento di San Francesco e giungere più tardi, tra il 1836 e il 1841, alla Biblioteca Universitaria di Padova, che da allora ne è diventata sua proprietaria.

Scriptorium emiliano, Digestum vetus, pagina interna (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 7r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, pagina interna (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 7r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, pagina interna (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 8v)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, pagina interna (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 8v)
La nota di possesso sul foglio 198v
La nota di possesso sul foglio 198v

Non sappiamo dove sia stato prodotto di preciso il Digestum vetus dell’Università di Padova: forse in uno scriptorium collocato tra Bologna e Mantova, ha ipotizzato la studiosa Giovanna Nicolai (secondo altri invece tra Modena e Bologna), ed è dunque probabile che prima di giungere a Padova il codice abbia girato tra gli studia di Bologna, Modena, Reggio Emilia. Il testo, composto da 198 fogli di pergamena, è scritto in minuscola carolina tarda, della prima metà del XII secolo: la minuscola carolina era una scrittura le cui origini risalgono alla fine dell’VIII secolo e che, in virtù della sua praticità e della rapidità con cui un testo poteva essere redatto qualora la si fosse usata, si era presto imposta in diverse regioni europee. Il nome è dovuto al forte legame che la nascita di questa scrittura ebbe con l’imperatore Carlo Magno: si ritiene infatti che la minuscola carolina nacque per azione dell’abate Alcuino di York, una delle figure di spicco del Rinascimento carolingio (nelle fonti Medievali la stessa scrittura era chiamata littera antiqua oppure littera Francisca). La minuscola carolina era diventata pertanto, ha spiegato Nicoletta Giovè Marchioli, “l’espressione grafica della politica e della produzione culturale carolingia”, capace di imporsi “progressivamente come una scrittura totalizzante, usata sia in ambito librario che in quello documentario, tanto negli atti pubblici che in quelli privati”. Inoltre, per la sua grande chiarezza fu in grado di riscuotere successo per secoli, tanto che ancora era adoperata, come si vede dal codice 941, dai copisti del XII secolo. Giovè Marchioli la definisce una “scrittura estremamente posata e nitida, dal tracciato rotondeggiante, in cui l’unità di base che ne caratterizza lo scorrere è la singola lettera”, caratterizzata da chiarezza ed estrema ariosità che “sono accentuate dalla presenza di spazi interlineari piuttosto ampi, circostanza che consente che le aste sia superiori che inferiori siano assai spaziate”.

L’interesse del Digestum vetus della Biblioteca Universitaria di Padova sta tuttavia anche nelle decorazioni che si trovano tra le sue pagine e che testimoniano una delle prime fasi delle decorazioni dei libri del Corpus iuris civilis, che poi fioriranno successivamente soprattutto a Bologna. Il libro non è illustrato con miniature, né si tratta di decorazioni particolarmente elaborate, dal momento che si parla soltanto delle iniziali incipit dei libri. La maggior parte delle lettere (diciannove in tutto) sono decorate con motivi vegetali (a racemi o a intreccio), su fondi colorati in rosso e giallo-ocra, alcune presentano anche delle protomi a testa di cane (come l’iniziale U del foglio 25r), e in un caso si trova anche una figura umana, intenta a reggere l’asta della lettera P (sul foglio 94v). Ci sono però anche delle iniziali più pregevoli, come quella del foglio 128r, con un grifone, o quella del 193r, che invece reca un cavaliere, e poi ancora tre strane immagini allegoriche: una all’inizio del testo (foglio 3r), con un giovane vestito con una tunica e con sul capo un berretto frigio e che, seduto, solleva le gambe tenendole con la mano destra mentre con la sinistra regge un sonaglio; un giovane in abito classico, posto all’inizio del IV libro, che strozza un drago a tre teste e che secondo gli studiosi Leonardo Granata e Gianluca Del Monaco (quest’ultimo autore di un importante studio iconografico sul manoscritto 941) è da identificare come l’episodio di Ercole con l’Idra di Lerna; un’ultima figura all’inizio del quinto libro con un personaggio simile a quello del foglio 3r, ma senza sonaglio. Secondo Del Monaco, il corredo miniato del Digestum vetus di Padova “appare il più articolato e raffinato tra i codici che costituiscono la più antica tradizione manoscritta dell’opera”: gli altri codici infatti hanno soltanto iniziali semplici decorate.

Scriptorium emiliano, Digestum vetus, iniziale con protome a testa di cane (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 25r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, iniziale con protome a testa di cane (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 25r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, iniziale con figura umana (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 94v)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, iniziale con figura umana (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 94v)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, iniziale con grifone (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 128r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, iniziale con grifone (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 128r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, iniziale con cavaliere (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 193r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, iniziale con cavaliere (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 193r)

Le tre singolari figure allegoriche aprono interrogativi sulla loro funzione. Giovanna Nicolai, su suggerimento di Chiara Frugoni, ha proposto di identificare i due giovani in posizione acrobatica con la figura dell’insipiens, ovvero lo stolto che nei Salmi nega l’esistenza di Dio, ma se così fosse occorrerebbe ammettere che tale iconografia sia un unicum, dato che non è attestata altrimenti prima del Duecento (prima l’insipiens assume semmai le sembianze di un sovrano). E poi, l’insipiens duecentesco presenta comunque caratteri molto diversi rispetto alle figure del manoscritto 941. Del Monaco ritiene tuttavia che queste figure vadano ricondotte a “un soggetto invero imparentato con quella che sarà la raffigurazione dello stolto biblico a partire dal XIII secolo, ovvero lo ioculator o histrio, l’attore comico del teatro romano, spesso menzionato dagli scrittori cristiani antichi e poi medievali come un esempio d’immoralità”. Si tratta di una figura che trova molti riscontri nei salteri (le raccolte dei salmi) tra XII e XIII secolo, “trovando nella nudità e nel movimento acrobatico i suoi tratti distintivi”. Anche gli strumenti musicali fanno spesso parte del corredo di questi personaggi, benché il più delle volte si tratti di strumenti a fiato. L’idea di inserire questa figura nel testo potrebbe rispondere, secondo Nicolai, all’esigenza di offrire una figurazione di uno stultus che compare in un racconto sulle origini del diritto di cui dà conto una glossa duecentesca.

Anche l’episodio di Ercole e l’Idra di Lerna non ha relazioni immediate con il testo giustinianeo, tuttavia, spiega Del Monaco, “è significativo che il tema delle dodici fatiche erculee abbia una connotazione imperiale nella cultura del Medioevo europeo forse già a partire dalle discusse formelle eburnee del pannello frontale del trono probabilmente donato da Carlo II il Calvo a papa Giovanni VIII in occasione dell’incoronazione a Roma nell’875, ovvero la cosiddetta Cathedra Petri conservata all’interno del monumento bronzeo di Gian Lorenzo Bernini in San Pietro in Vaticano”, e di conseguenza Ercole che strozza l’Idra potrebbe essere simbolo del sovrano che sconfigge le forze ostili, con diretta allusione alle origini del diritto di Giustiniano. Non sappiamo chi siano stati i miniatori che hanno realizzato le decorazioni. Secondo Del Monaco tuttavia lo stile dei motivi ornamentali e delle iniziali rimanda allo scriptorium dell’abbazia di San Benedetto Po, San Benedetto al Polirone, fondata nel 1007 dal marchese Tedaldo di Canossa. I motivi decorativi rimandano infatti ad alcune opere sicuramente create in quello scriptorium.

Per le scelte iconografiche fuori dal comune (come quelle di cui si è appena detto), per l’eleganza con cui vengono decorate le iniziali (con una vicinanza ai modelli polironiani o comunque riferibili agli ambiti culturali matildici), per i modelli illustri, il Digestum vetus di Padova può essere considerato secondo Del Monaco, sotto il profilo della decorazione, “il manoscritto più significativo tra i testimoni della più antica tradizione manoscritta dell’opera”. Un singolare intreccio tra arte e giurisprudenza, dunque, che racconta molto sulle origini di una delle università più antiche del mondo.

Scriptorium emiliano, Digestum vetus, figura allegorica (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 3r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, figura allegorica (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 3r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, figura allegorica (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 35v)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, figura allegorica (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 35v)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, figura allegorica (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 52r)
Scriptorium emiliano, Digestum vetus, figura allegorica (prima metà del XII secolo; pergamena, 361 x 223 mm; Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 941, c. 52r)

La Biblioteca Universitaria di Padova

La Biblioteca Universitaria di Padova è la più antica tra le biblioteche universitarie italiane: nacque nel 1629 come “publica Libraria” nel 1629, a “commodo“ e ”decoro” e “ornamento maggiore” dell’università veneta. La prima sede fu nel convento dei Gesuiti presso Pontecorvo (l’attuale ospedale civile), mentre il primo bibliotecario fu l’umanista Felice Osio, ideatore e principale sostenitore dell’istituzione a Padova di una moderna struttura bibliotecaria in funzione dell’Università. Il patrimonio librario originario era formato dai 34 manoscritti e dai 1400 libri a stampa di argomento giuridico appartenuti a Bartolomeo Selvatico, docente di diritto presso lo Studio, donati nel 1631 dal figlio Benedetto, professore di medicina. Nel 1632 la biblioteca venne trasferita nel palazzo prefettizio, in piazza Capitaniato, nella Sala dei Giganti, e si arricchì poi con diversi doni. Nel 1773, dopo la nomina a bibliotecario di Simone Stratico, furono ampliati i locali destinati alla lettura e si acquisirono raccolte molto importanti: in soli tre anni il patrimonio della biblioteca passò da 13.000 a 40.000 titoli. La prima stagione della biblioteca terminò con la caduta della Repubblica Veneta: la biblioteca rimase chiusa dal 1797 al 1805. Alla riapertura e per i primi due decenni dell’Ottocento, l’Istituto acquisì un gran numero di libri accumulati a Padova, nell’ex monastero di Sant’Anna, in seguito alla soppressione delle Corporazioni religiose per opera di Napoleone. Furono così incamerati manoscritti, incunaboli e libri a stampa provenienti dalle biblioteche di circa 40 monasteri tra cui quello dei Domenicani, degli Agostiniani e dei Teatini di Padova, dei Benedettini di San Giorgio Maggiore di Venezia, dei Carmelitani scalzi di S. Giorgio in Alga, oltre al patrimonio di prestigiose biblioteche. Con la seconda ondata di soppressioni, nel 1867, dopo l’unificazione nazionale, si registrò un nuovo incremento, con un aumento complessivo di circa 13.000 opere, tra cui molte di notevole pregio scientifico e letterario.

Nel 1912, dopo quasi tre secoli, la Biblioteca fu trasferita dalla Sala dei Giganti alla sua attuale sede, primo edificio demaniale costruito in Italia con criteri moderni appositamente per uso bibliotecario, secondo un progetto dell’ingegnere Giordano Tomasatti, composto di due parti, un avancorpo a due piani con gli uffici e gli ambienti destinati all’uso pubblico, e una torre libraria, a cinque piani, sulla parte posteriore, adibita a magazzino per i depositi librari. Al centro dell’avancorpo si trova l’atrio con scalone “a tenaglia” di collegamento con il piano superiore. Dal dicembre 1974 l’Universitaria fa parte del Ministero della Cultura.

Il patrimonio della Biblioteca ammonta a 2.733 manoscritti, 674.128 stampati, 1.281 incunaboli, 9.622 cinquecentine, 6.617 periodici. Tra i manoscritti più antichi sono da segnalare il Breviarium super psalterium di san Girolamo, il Super Cantica Canticorum del Beda ed il Liber dialogorum di san Gregorio; tra i più recenti i manoscritti autografi del filosofo Roberto Ardigò. Le materie più rappresentate sono storia e teologia, seguite da letteratura, filosofia, giurisprudenza, medicina e matematica. Particolare interesse rivestono i testi di storia veneta, tra cui l’Itinerario per la terraferma veneziana, autografo di Marin Sanudo. Da ricordare poi il De civitate Dei di sant’Agostino, appartenuto al vescovo Ildebrandino Conti, che presenta un distico autografo del Petrarca, alcuni frammenti musicali dei secoli XIV- XV e l’autografo dell’umanista Sicco Polenton Exempla ad filium Modestum. Tra gli incunaboli, l’edizione più antica posseduta della Biblioteca è quella delle Epistolae di san Girolamo, databile al 1468 circa. Tra le opere più pregevoli i volumi di Matteo Bosso, in pergamena e miniati, stampati a Firenze da Francesco Bonaccorsi nel 1491 e a Bologna da Platone dei Benedetti nel 1495. Tra gli Incunaboli illustrati figurano invece il De re militari del Valturio (Verona, 1472) e il Liber chronicarum dello Schedel (Norimberga, 1493). La biblioteca conserva anche il primo “in folio” di Shakespeare, contenente l’opera omnia del drammaturgo inglese, stampata a Londra nel 1623, di cui si conoscono solo altri due o tre esemplari fuori d’Inghilterra. La Biblioteca possiede anche alcuni dei capolavori usciti dalla tipografia del Bodoni. Di grande rilevanza anche la raccolta di Stampe che testimonia soprattutto l’attività degli incisori veneti su rame tra Sette e Ottocento e, successivamente, l’opera dei principali stabilimenti litografici regionali.

Biblioteca Universitaria di Padova
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