Un dipinto da vedere e da annusare: Profumo di Luigi Russolo


“Profumo” è forse il più famoso dipinto di Luigi Russolo, nonché uno dei più evidenti risultati delle ricerche sinestetiche dei futuristi. È conservato al Mart di Rovereto.

Profumo è un’opera avvolgente, inebriante, fragrante, piena, ipnotica. Una cascata dirompente d’aggettivi potrebbe continuare a travolgere il capolavoro di Luigi Russolo, un dipinto che si vede e s’annusa, che si sente e s’ammira, che mira a evocare nel riguardante esperienze sensoriali in grado di coinvolgere non solo la vista, ma anche l’olfatto. Dei futuristi, Russolo fu tra i più caparbî e costanti nella ricerca d’un’arte polisensoriale, d’una sinestesia tra forme, colori, suoni, profumi. Russolo è ricordato per esser stato il più innovativo sperimentatore del futurismo musicale: era il 21 aprile del 1914 quando l’artista veneto presentava a Milano le sue Spirali di rumori, un concerto scritto per i suoi “intonarumori”, curiosi strumenti musicali che lui stesso inventò. Erano generatori di suoni costituiti da una cassa di legno e un altoparlante in cartone o in metallo, nati con l’obiettivo d’evocare i suoni d’una città in movimento, d’una battaglia, d’un automobile che corre: rombi, tuoni, ronzii, gorgoglii, scoppi, sibili, ululati, voci, risate, crepitii, fruscii. A ognuno degl’intonarumori, un suono diverso, e un nome derivato di conseguenza: rombatori, ronzatori, e via dicendo. “Il nostro orecchio reclama sempre più ampie emozioni acustiche”, aveva scritto Russolo nel suo manifesto L’arte dei rumori. Sinfonie di rumori per esprimere “il rumore rotativo del sole africano e il peso arancione del cielo”, avrebbe detto Marinetti, per creare “sensazioni di peso, calore, colore, odore e rumore”. Sono queste le basi sulle quali Russolo fonda la sua poetica multisensoriale.

E le aveva anticipate nel 1910, quando, venticinquenne, dipinse il suo Profumo, poco dopo aver incontrato per la prima volta Umberto Boccioni, che di anni ne aveva ventisette, nel dicembre dell’anno prima. Due pittori affascinati dal manifesto di Marinetti, due giovani che si legarono in una profonda amicizia, due avanguardisti che intendevano sovvertire l’arte italiana scuotendone le fondamenta. “Ci presentammo reciprocamente”, ricorda Russolo in un manoscritto conservato negli archivi del Mart di Rovereto, il museo che oggi conserva il suo Profumo. “Le nostre idee si trovarono affini, i nostri ideali artistici vicinissimi, un uguale odio per il già fatto, il rifritto, i luoghi comuni nell’arte ci mise subito in contatto intimo. Diventammo amici”. Proprio nel 1910 conobbero Marinetti e, assieme a lui, a Balla, a Carrà e a Severini, l’11 febbraio pubblicarono il Manifesto dei pittori futuristi. E da quel testo deflagra un’altra esplosione d’energia devastante e devastatrice, violenta e clamorosa, che s’aggiunge a quella con cui, l’anno prima, Marinetti aveva provocato forte subbuglio in un ambiente artistico che si preparava ad accogliere nuove, tumultuose, radicali trasformazioni.

“Per gli altri popoli, l’Italia è ancora una terra di morti, un’immensa Pompei biancheggiante di sepolcri”. “Dichiariamo guerra, risolutamente, a tutti quegli artisti e a tutte quelle istituzioni che, pur camuffandosi d’una veste di falsa modernità, rimangono invischiati nella tradizione, nell’accademismo, e soprattutto in una ripugnante pigrizia cerebrale”. “Noi denunciamo al disprezzo dei giovani tutta quella canaglia incosciente che a Roma applaude a una stomachevole rifioritura di classicismo rammollito, che a Firenze esalta dei nevrotici cultori d’un arcaismo ermafrodito, che a Milano enumera una pedestre e cieca manualità quarantottesca, che a Torino inensa una pittura da funzionari governativi in pensione, e a Venezia glorifica un farraginoso patinume da alchimisti fossilizzati”. Ogni frase è una staffilata contro le accademie e i loro docenti, contro i musei, contro i cultori del classico, contro l’arte ufficiale. La nuova pittura deve magnificare la vita moderna, la magnificenza del futuro. “È vitale soltanto quell’arte che trova i proprî elementi nell’ambiente che la circonda”.

Luigi Russolo, Profumo
Luigi Russolo, Profumo (1910; olio su tela, 65,5 X 67,5 cm; Rovereto, Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Collezione VAF-Stiftung)


Luigi Russolo, Profumo, dettaglio
Luigi Russolo, dettaglio


Luigi Russolo, Profumo, dettaglio
Luigi Russolo, dettaglio

Il Profumo di Luigi Russolo è una delle prime evidenze concrete del manifesto della pittura futurista. Una donna, bella, dai lineamenti netti e delicati allo stesso tempo, è colta di profilo, mentre reclina la testa lievemente all’indietro, con gli occhi chiusi e la bocca semiaperta, come rapita dalla fragranza che si diffonde nell’aria: il profumo assume le sembianze d’un vortice di colore che avvolge il suo profilo esile ed elegante, e che si sfibra seguendo onde, rivoli, aloni che diminuiscono d’intensità cromatica mentre s’allontanano dal viso della donna. Un’onda dorata le lambisce il collo e il mento salendo fino al naso, accarezzandola con essenze che ci immaginiamo fresche, frizzanti, agrumate. Più lontano da lei, dominano i toni celesti e violacei, punteggiati qua e là di tocchi rosa e arancio: colori che non pertengono al mondo della natura, ma che evocano gli aromi che si diffondono nell’ambiente con effluvî speziati. Come un profumo che prima arriva con le note di testa, le più intense ma le prime che evaporano, poi si diffonde con le più morbide ma più corpose note di cuore e infine rimane con persistenti note di fondo, così è la pittura di Russolo: un turbinio tempestoso quand’è vicino alla donna, e che si rasserena e trova una più definita personalità mentre si fa più distante. Un gorgo che Russolo dispone sulla tela con una pennellata fitta e filamentosa, erede di quella di Previati che ne costituisce il più diretto precedente, dacché Profumo è ancora un quadro ben radicato nell’esperienza divisionista: una pennellata ch’è materica, che lascia intravedere la grana della tela, che nella detonazione dorata che penetra nelle narici della giovane si fa più spessa e pesante. Una nube odorosa che rievoca il Des Esseintes di Huysmans che, nel decimo capitolo di À rebours, inonda la stanza di profumi per inebriarsi: “diffuse precipitosamente dei profumi esotici, vuotò i vaporizzatori, profuse i suoi spiriti concentrati, lasciò la briglia a tutti i suoi balsami e, nell’afa esasperata della stanza, esplose una natura demente e sublimata che toglieva il fiato, che caricava di alcolati in delirio una brezza artificiale, una natura irreale e fascinosa, tutta paradossale, che riuniva i pimenti dei topici, i soffi pepati del sandalo della Cina e dell’ediosmia della Giamaica agli odori francesi del gelsomino, del biancospino e della verbena, che faceva apparire, a dispetto delle stagioni e dei climi, alberi di essenze diverse, fiori dai colori e dalle fragranze più opposti, che creava con la fusione e con l’urto di tutti questi toni un profumo generale, senza nome, imprevisto, strano”.

La studiosa Maria Elena Versari ha rintracciato una sorta d’archetipo formale di Profumo nelle Marie ai piedi della croce di Gaetano Previati, e altri hanno messo in relazione l’opera del pittore di Portogruaro con un Ritratto di una futurista di Boccioni, dipinto anch’esso nel 1910, come risposta a un testo marinettiano, Uccidiamo il chiaro di luna: Maurizio Calvesi aveva sottolineato come entrambi i dipinti, quello di Boccioni e quello di Russolo, parrebbero ispirati da quel testo del 1909, in cui si parla di “vaporose chiome d’innumerevoli nuotatrici che schiudevano sospirando i petali delle loro bocche e dei loro occhi umidi”, e di un “inebriante diluvio dei profumi” dove “vedemmo crescere distesamente intorno a noi una favolosa foresta, i cui fogliami arcuati sembravano spossati da una brezza troppo lenta”. Russolo però riesce a essere ancor più impetuoso di Boccioni: in un articolo pubblicato su La Nazione il 25 maggio del 1911, il critico Carlo Cohen scrisse che Profumo “dà proprio il senso della voluttà e dell’abbandono”.

Quattordici anni più tardi, Fedele Azari vergò il manifesto La flora futurista ed equivalenti plastici di odori artificiali. E quei “soavi profumi dei fiori” che per Azari risultavano “insufficienti alle nostre nari”, già con Russolo trovavano una loro dimensione sintetica, che si materializzava nella sua pittura sinestetica.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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